"Ma quest'anno l'anniversario di Sabra e Chatila si carica di un significato più ampio: la crisi siriana e i massacri commessi in quel paese. Il popolo siriano è nostro fratello e lì vivono tanti palestinesi che come noi non possono tornare in Palestina. Non è retorica, credetemi, se dico che la causa di tutto va ricercata nell'occupazione israeliana delle terre arabe." ...
Fu un massacro silenzioso. Il peggiore tra quelli subiti dal popolo palestinese. Una mattanza che, nei desideri dei carnefici, doveva generare orrore e intimorire per decenni i palestinesi. Accadde 31 anni fa nei due campi rifugiati di Sabra e Shatila, alla periferia di Beirut. ...

Sabra e Shatila, venti guerra su memoria strage

  • Martedì, 10 Settembre 2013 13:45 ,
  • Pubblicato in Flash news

Nena news
10 09 2013

Roma, 10 settembre 2013, Nena News - Fra pochi giorni ricorre l'anniversario del massacro di Sabra e Chatila, quando le milizie falangiste con la complicità dell'esercito israeliano uccisero fra la notte del 16 e del 17 settembre '82 oltre duemila donne e uomini palestinesi. Tutti civili inermi.

Una ricorrenza ancora più amara per le notizie e i fatti che arrivano, non imprevisti, dalla Siria. C'è un filo rosso che lega questi avvenimenti alla storia di quei paesi, alle «primavere arabe» e, soprattutto, alla necessità degli Stati Uniti di riaffermare nell'area una supremazia timidamente insidiata da vari fattori - la Russia che rialza la testa, le mai sopite aspirazioni persiane di egemonia e la Cina, protagonista anche in Medio Oriente.

Le ragioni della democrazia nello scenario siriano c'entrano poco, in gioco c'è il futuro di uno stato riottoso ad accettare la visione statunitense del «grande Medio Oriente» - per questo relegato da anni a «stato canaglia» con una logica affatto nuova (Iraq e Libia). Bashar Al Assad, al di là del giudizio politico e morale, è una vittima predestinate: il suo momento è arrivato con lo sbocciare delle «primavere arabe», precedute dal patto di ferro - mai smentito - siglato al Cairo nel 2009 fra parte dell'amministrazione Obama, con a capo i Clinton, e i Fratelli Musulmani. Con il quale gli Usa volevano assicurarsi il controllo dell'area anche dopo gli stravolgimenti del Medio Oriente; un giro di danza gattopardesco che, sacrificando i vecchi leader, puntava a preservare i modelli economici esistenti.

Ma in Egitto le piazze hanno segnato la sconfitta di chi aveva puntato sull'accordo con i Fratelli Musulmani, barcollanti anche in Tunisia. Serve allora una risposta forte, che arrivi ad amici e nemici. Poi c'è la variabile impazzita dei mercenari: è difficile negare e nascondere la presenza sempre più massiccia in tutta la regione di una sorta di «internazionale del terrore e della destabilizzazione» già attiva con successo nei Balcani, poi in Iraq e in Libia.

In Siria però questa presenza rischia di mettere in discussione un aspetto cruciale del conflitto: la guerra mediatica di manipolazioni e menzogne. Il «civile» Occidente che non si preoccupa di coprire la criminale occupazione israeliana o le durissime repressioni del governo turco, grida alla democrazia contro la Siria, ma nello stesso tempo va a braccetto con i regimi dispotici delle petrolmonarchie del Golfo. (...)

Possono esserci dubbi sulle responsabilità, ma in questo drammatico scenario è facile stabilire chi sono le vittime. Il popolo siriano è allo stremo, circa due milioni di persone hanno trovato rifugio nei paesi vicini, molti in Libano. E così ancora una volta la storia e i drammi legano queste due nazioni. Tante donne e tanti uomini in fuga hanno trovato sostegno e ospitalità proprio all'interno dei campi palestinesi, vittime questi di altre guerre e ingiustizie. La gente dei campi sta mostrando tutta la propria generosità ma è allo stremo e chiede aiuto. Con questo spirito ci recheremo a Beirut in occasione del massacro di Sabra e Chatila e con questo spirito porteremo lì la voce di un Occidente diverso che non vuole uniformarsi e che dice con forza no alla guerra!

Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila

Gaza, bambini nella grande prigione a cielo aperto

  • Martedì, 30 Luglio 2013 15:28 ,
  • Pubblicato in Flash news
Globalist
30 07 2013

Una ricerca dell'Unicef documenta gli incubi e i traumi profondi di una generazione che rischia di non avere un futuro.

Mentre riprendono i negoziati israelo-palestinesi, la Striscia di Gaza continua a essere una prigione a cielo aperto: chiusa tra il mare, l'embargo di Israele e da giugno anche dall'Egitto. Una striscia di terra lunga 41 km e larga tra i 6 e i 12 km, dove vivono allo stremo un milione e 700 mila abitanti, di cui un terzo sotto la soglia di povertà. Un inferno dove circa la metà degli abitanti è minorenne e in cui rimane difficile pensare a un vero processo di pace senza domandarsi come le generazioni del futuro possano sostenere e costruire questa pace. Un pensiero che volge al peggio dopo il rapporto dell'Onu che ha accusato Israele di violenze sistematiche nei confronti dei minori detenuti, esprimendo «profonda preoccupazione circa i maltrattamenti e le torture ai bambini palestinesi arrestati».

Ma come crescono i bambini in un lembo di terra dove regna il terrore che tutto possa svanire insieme alla propria vita? Perché se è vero che un bambino può subire ferite profonde a seguito di esperienze violente, è anche vero che gli effetti invisibili di uno stato di pericolo costante durante la crescita possono essere indelebili. Lo stress emotivo della permanenza prolungata in un territorio che somiglia a una grande prigione, dove in ogni momento puoi essere colpito senza possibilità di fuga, può far sviluppare ai bambini problemi comportamentali che rendono difficoltoso, o impossibile, il recupero a una vita normale dal punto di vista psicologico, oltre che materiale. E quando i conflitti si protraggono nel tempo, come nel caso della Striscia di Gaza, i bambini possono sviluppare anche il desiderio di vendetta.

Dopo l'operazione «Piombo Fuso», che nel 2008-2009 ha provocato la morte di 1.380 palestinesi (tra cui 313 bambini), e a seguito dei bombardamenti nel novembre 2012 (con 174 morti, 1.399 feriti, 450 case distrutte e 105 scuole danneggiate nella Striscia), l'Unicef ha condotto uno studio per la valutazione dell'esposizione alla violenza nei conflitti in fase di crescita a Gaza, rendendo noto che il 97% dei minori presi in esame aveva visto corpi morti o feriti, e che il 47 % aveva assistito direttamente all'uccisione di persone. «Per i bambini un evento così mina il senso di sicurezza. Non capiscono cosa stia succedendo e si sentono impotenti. A volte possono persino pensare di essere responsabili del disagio sofferto dalla famiglia», dice Bruce Grant, responsabile Unicef nei Territori occupati.

Nei sintomi dell'esposizione al conflitto ci possono essere flashback, incubi, paura di uscire in pubblico e di stare soli. In particolare tra questi bambini sono stati osservati sintomi fisici come disturbi del sonno, digrigno dei denti, pianto ininterrotto, dolori corporei, alterazioni dell'appetito, anoressia, stordimento e stati confusionali; mentre tra i sintomi emotivi sono stati notati nervosismo eccessivo, rabbia, difficoltà di concentrazione, affaticamento mentale, insicurezza e senso di colpa, a cui si aggiungono le dimensioni della paura come la paura della morte, della solitudine, di suoni forti. Conseguenze che ogni minore sottoposto allo stress da guerra può avere, anche se per Gaza il problema è differente.

Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia, dice che «a Gaza esiste un problema di conflitto permanente in un contesto dove è difficile intervenire perché è come stare in una scatola sigillata da cui non puoi comunque uscire». Dopo le incursioni dell'anno scorso ci sono stati casi con bambini terrorizzati che non volevano dormire con le finestre chiuse, malgrado il freddo, per paura che un passaggio aereo mandasse in frantumi i vetri. Ma le conseguenze possono essere anche principi di sdoppiamento di personalità. «Il piccolo Udai - spiega Iacomini - ha detto agli operatori quello che ha visto prima di perdere la famiglia, in maniera priva di ogni emozione, raccontando che mentre era nella sua casa ha sentito un boato e ha visto dalla finestra una luce rossa e subito dopo la casa di fronte era sparita, riferendo di aver capito di aver perso i suoi vicini di casa; e poi ha detto di aver visto un nuovo lampo rosso ma senza boato, ritrovandosi tra le macerie di casa sua, ed è lì che ha compreso che la sua famiglia era stata colpita ma che lui era vivo. Un racconto che Udai ha fatto, mostrando una grave dissociazione da ciò stava descrivendo come se non fosse stato lui a viverla».

Dai disegni di questi bambini si può capire molto, perché anche se si tratta di disegni a tema libero fanno solo carri armati, aerei, bombe, sangue, pistole, mitragliatrici, morti: immagini di cui questi minori non riescono a liberarsi e che sanno di poter rivivere.

Nell'operazione «Piombo Fuso», la famiglia Olaiwa era in cucina e un proiettile d'artiglieria è entrato dalla finestra ferendo una delle figlie (Ghadir, 15 anni), decapitando la madre Amal (40), ammazzando sul colpo 4 dei suoi figli (Mo'tassem di 14 anni, Mo'men di 13, Lana di 9 e Isma'il di 7): un attacco a cui sono sopravvissuti il padre e il ragazzo di 16 anni che oltre ad aver riportato gravi ferite ha assistito alla mattanza dei suoi familiari. Mohammed Abu Eita (12 anni) ha visto colpire casa sua e ha visto morire sotto i suoi occhi il fratello Ahmed (16), la sorella Malak (2), il cuginetto Anwar (7), e ha visto il corpo della zia Zakia esplodere e le sue interiora sparse ovunque. Tahreer (18 anni), Ikram (15), Samar (13), Dina (8), Jawaher (4) sono le 5 sorelle che componevano la famiglia Balousha, e sono morte in seguito a una bomba lanciata a tre metri da casa loro: solo i fratelli di 17 e 11 anni sono sopravvissuti, ma hanno ancora negli occhi la loro famiglia sterminata. Eppure, in base all'articolo 38 della Convenzione sui diritti dell'infanzia ratificata da 193 nazioni, tra cui Israele, i Paesi firmatari devono prendere misure tali da assicurare protezione ai minori. L'avvocata Micòl Savia - rappresentante permanente dell'Associazione internazionale Giuristi democratici alle Nazioni Unite di Ginevra - spiega che «il diritto internazionale umanitario regola i conflitti in modo da limitarne gli effetti devastanti anche sui minori. I testi fondamentali sono le quattro Convenzioni di Ginevra adottate il 12 agosto del '49, e i successivi Protocolli Addizionali.

Durante i conflitti i bambini godono di tutte le protezioni generali previste dal diritto internazionale umanitario, e in particolare dalla IV Convenzione di Ginevra, a cui si aggiunge anche la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell'Infanzia e il suo Protocollo Opzionale in vigore dal 12 febbraio 2002. Le violazioni di queste Convenzioni rappresentano un crimine di guerra in base all'articolo 8 dello Statuto di Roma sulla Corte Penale Internazionale, e possono essere perseguite da tutti i tribunali del mondo».

Eyad El Serraj, lo psichiatra che dirige il Gaza Community Mental Health Programme e si occupa dei disordini post-traumatici sui minori dal 1990, dice che per i bambini in cura si va dagli incubi alla difficoltà di concentrazione, dal senso di colpa per essere sopravvissuti, fino al senso di insicurezza e impotenza. Secondo El Serraj, la relazione che questi bambini hanno con i genitori è distorta perché si rendono conto fin dalla prima infanzia che non sono in grado di proteggerli, e parla di un trauma collettivo che aggrava il conflitto preparando la strada a nuova violenza, in quanto «il conflitto, da un punto di vista psicologico, dà vita a un ciclo di vittimizzazione e aggressione che continua a ripetersi, aggravandosi». I giovani passerebbero attraverso un momento iniziale di totale apatia, in cui si sentono stanchi e impotenti: uno stato d'animo che conduce spesso a gravi forme di depressione e alla fase di vittimizzazione. Poi il conflitto continua e i giovani cominciano a dare segni di forte ansietà e rabbia. E qui comincia la fase di aggressione che conduce a esplosioni di violenza: un ciclo che continua a ripetersi e ad aggravarsi. E da questi bambini così feriti e vulnerabili che dipende l'instaurazione futura di una pace vera e duratura.

Luisa Betti

Amnesty International
05 07 2013

Amnesty International ha accusato le autorità israeliane di praticare "bullismo" e persecuzione giudiziaria nei confronti di Nariman Tamimi, un'attivista palestinese per i diritti umani che il 4 luglio 2013 è stata posta agli arresti domiciliari parziali per impedirle di prendere parte a una protesta pacifica. Tamimi sarà processata il 9 luglio.

"Si tratta di un'incessante campagna persecutoria, l'ultima di una lista di violazioni dei diritti umani contro Nariman Tamimi, la sua famiglia e gli abitanti del suo villaggio. Chiediamo l'immediato annullamento dei provvedimenti restrittivi e delle accuse nei suoi confronti" - ha dichiarato Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Tamimi è stata arrestata il 28 giugno, insieme a un'altra attivista, Rana Hamadi. Le due donne, insieme agli abitanti del villaggio di Nabi Saleh, stavano dirigendosi verso la sorgente d'acqua di Al-Qaws, per protestare contro la perdita dei loro terreni. Dal 2009, un insediamento illegale di coloni israeliani occupa la sorgente di Al-Qaws, protetto dall'esercito.

Un soldato si è avvicinato ai manifestanti, minacciando di arrestarli se non si fossero allontanati. Proprio mentre cercavano di allontanarsi, le due attiviste sono state circondate da altri soldati e sono state arrestate, con l'accusa di essersi trovate in una "zona militare chiusa".

Il 1° luglio, Nariman Tamimi e Rana Hamadi sono state rilasciate su cauzione e poste agli arresti domiciliari parziali. Non possono lasciare la loro abitazione tra le 9 e le 17 nel giorno di venerdì, quando hanno abitualmente luogo le proteste.

"Narimam Tamimi e Rana Hamadi si vedono negare il diritto umano fondamentale di protestare pacificamente contro  l'occupazione illegale di terreni da parte dei coloni israeliani. Il sistema giudiziario israeliano ricorre a pretesti legali per punire il loro esercizio di un diritto basilare" - ha commentato Luther.

Secondo quanto riferito da Tamimi ad Amnesty International, le due attiviste sono state ammanettate ai piedi, hanno trascorso una notte in un'automobile per poi essere spostate in un furgone, dove un prigioniero israeliano le ha insultate e minacciate di aggressione fisica.
Narimam Tamimi ha già subito precedenti arresti e irruzioni nella sua abitazione. Suo marito Bassem è stato arrestato almeno due volte e Amnesty International lo ha considerato prigioniero di coscienza.

Rushdi Tamimi, fratello di Narimam, è morto nel 2012, due giorni essere stato colpito alle spalle dai proiettili dei soldati israeliani, nel corso di una manifestazione. I filmati mostrano come l'esercito israeliano avesse ritardato l'arrivo dei soccorsi.

"Questa vicenda dimostra la costante brutalità dell'esercito israeliano e la determinazione con cui le autorità israeliane prendono di mira e perseguitano chi si batte per il rispetto dei diritti umani. Usano ogni mezzo a disposizione per intimidire e ridurre al silenzio gli attivisti e le loro famiglie"  - ha concluso Luther.

Ulteriori informazioni
Dal 2009, Israele impedisce ai palestinesi, compresi i proprietari terrieri, di accedere alle loro sorgenti d'acqua e alle terre circostanti, mentre i coloni vi hanno libero accesso e sono autorizzati a continuare a costruire nei dintorni.

Le proteste settimanali sono caratterizzate da un uso eccessivo e non necessario della forza da parte dell'esercito israeliano, che ricorre a munizioni letali, granate stordenti, spray al peperoncino, manganellate e, in modo improprio, ai gas lacrimogeni.

Negli ultimi quattro anni a Nabi Saleh, l'esercito israeliano ha ucciso due manifestanti e ne ha feriti centinaia. Le relative inchieste militari non sono state all'altezza degli standard internazionali d'indipendenza e imparzialità.

Regolarmente, i soldati israeliani fanno incursioni nei villaggi, effettuano perquisizioni in case privare ed eseguono arresti, anche di bambini, di notte.

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