Frontiere news
26 06 2013

La Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani del bambino ha accusato le forze israeliane di maltrattare i bambini palestinesi, torturando quelli in custodia e utilizzandoli come scudi umani.

Giovedì un rapporto della Commissione Onu, realizzato da 18 esperti indipendenti, ha accusato Israle di torturare e usare come scudi umani i bambini palestinesi. “I bambini palestinesi arrestati dall’esercito e dalla polizia israeliana sono sistematicamente soggetti a trattamenti degradanti, spesso ad atti di tortura e vengono sottoposti a interrogatori in ebraico, una lingua che non comprendono, e di conseguenza a firmare confessioni in ebraico al fine di essere rilasciati” hanno riportato Reuters e altre agenzie di stampa citando il rapporto.

La Commissione Onu, che che si occupa di monitorare il rispetto della Convenzione dei Diritti del Faciullo (Convention on the Rights of the Child) da parte dei paesi che l’hanno ratificata, (tra cui anche Israele nel 1991), dice che ai bambini palestinesi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania viene negata la registrazione dell’atto di nascita, l’accesso al sistema giudiziario, a scuole decenti nonché l’accesso ad acqua potabile. Israele in quanto paese occupante, è obbligato a rispettare la convenzione anche nei confronti dei minori palestinesi, tuttavia ha abbandonato la definizione di “bambino” data dalla Convenzione che dichiara che un bambino diventa adulto a 18 anni. Nel 1999, infatti, durante il governo Barak, è stata reintrodotta un’ordinanza militare che oltre a consentire l’arresto di bambini palestinesi di età compresa tra i 12 ed i 14 anni, stabilisce che un palestinese diventa adulto a soli 16 anni, mentre un israeliano a 18.

Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor, ha detto di aver già risposto a un rapporto simile da parte dell’Unicef, a marzo del 2012 e ha messo in dubbio l’autenticità dell’indagine della Commissione Onu accusandola di essere una copia riciclata di indagini passate e non autentica, non elaborata sulla base di nuove ricerche, pertanto senza importanza.

Kirsten Sandberg, un esperto norvegese che presiede il Commissione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, ha detto invece che il rapporto è basato sui fatti, non sulle opinioni politiche dei membri della Commissione e che prende in esame un periodo di dieci anni.

La maggior parte dei bambini palestinesi arrestati sono accusati del lancio di pietre, reato che può portare fino a 20 anni di carcere. Nei dieci anni presi in esame dalla Commissione centinaia di bambini palestinesi sono stati uccisi e migliaia feriti dall’esercito israeliano durante le operazioni militari, in particolare a Gaza, dice il rapporto. Durante questi 10 anni, si stima che 7.000 bambini palestinesi di età compresa tra i 12 ei 17 (ma alcuni di appena nove anni) sono stati arrestati, interrogati in ebraico e maltrattati. Costretti a firmare confessioni in ebraico per essere rilasciati. A molti sono state messe catene alle gambe, altri sono tenuti in isolamento per mesi. Altre volte invece i soldati israeliani hanno usato i bambini palestinesi come scudi umani per entrare negli edifici potenzialmente pericolosi o ponendoli di fronte ai carri armati o altri veicoli militari per scoraggiare il lancio di sassi, oppure usandoli come informatori. Ben 14 casi sono stati segnalati solo tra gennaio 2010 e marzo 2013.

“Quasi tutti coloro che hanno usato i bambini come scudi umani e informatori sono rimasti impuniti” dice il rapporto. Dall’inizio della seconda Intifada (settembre 2000), il trattamento dei bambini detenuti dalla polizia, dai militari e dalle forze israeliane di sicurezza è peggiorato in maniera significativa. Il governo israeliano viola costantemente le norme sul procedimento giudiziario, sulla privazione della libertà, sulla tortura, sulla tutela della salute, sull’istruzione dei minori il che porta i bambini palestinesi a vivere un’infanzia danneggiata e ad essere scaraventati direttamente nell’età adulta. Privati dell’infanzia questi bambini sviluppano numerosi e gravissimi problemi psicologici, in particolare il disturbo post-traumatico da stress (come spiega anche la giornalista Cecilia Gentile nel suo libro Bambini all’inferno, 2012) con conseguenti difficoltà di linguaggio e di concentrazione, aggressività, insonnia, ansia e angoscia.

Osservatorio Iraq
20 06 2013

Nei Territori Occupati e in Israele aumentano i casi di violenza contro le donne palestinesi. La blogger Budour Hassan dipinge un quadro allarmante: "Finché saremo costrette a mettere da parte le rivendicazioni di genere continueremo ad essere uccise nell’impunità, semplicemente per il fatto di essere donne".

In una calda e splendente domenica mattina, il piccolo Saqer, 3 anni, era tra le braccia di sua madre quando è stata ripetutamente colpita da proiettili alla testa e al petto.

Tremante, scompigliato e macchiato di sangue, Saqer si è trascinato fino alla casa di un vicino, senza riuscire a pronunciare una parola.

Sua madre, Mona Mahajneh, era appena stata freddata di fronte ai suoi occhi; al momento l’unico sospettato è il fratello di lei, la cui detenzione è stata prolungata per permettere alle indagini di proseguire nella ricerca dell’assassino.

Mahajneh, 30 anni, madre di tre figli e originaria di Umm al-Fahm, nel triangolo Nord (area del distretto di Haifa abitata in prevalenza da arabi israeliani, ndt), è l’ultima martire palestinese della violenza domestica nei Territori occupati dalle milizie sioniste nel 1948 (a cui in seguito mi riferirò con la formula ‘all’interno della Linea Verde’, il confine di Israele riconosciuto a livello internazionale in seguito all’armistizio).

Aveva provato a rifarsi una vita dopo il divorzio nonostante si fosse separata da due dei suoi figli.

Ma in una società patriarcale in cui le donne divorziate vengono spesso disumanizzate e trattate come piaghe sociali, Mona ha pagato con la vita il prezzo della libertà e dell’indipendenza che aveva scelto.

 

UNA TRAGICA IRONIA

Per ironia della sorte, Mona è stata uccisa soltanto due giorni dopo l’organizzazione di una protesta contro il cosiddetto "delitto d’onore".

Il 26 aprile scorso il Committee Against Women Killings (Comitato contro l’uccisione delle donne), una coalizione di 20 gruppi femministi palestinesi, ha organizzato due manifestazioni separate.

Chiamate "le processioni della vita”, le proteste chiedevano che si ponesse fine al fenomeno dei crimini "d’onore".

Due cortei di automobili si sono riuniti in una manifestazione congiunta a Kafr Qare’, nei pressi di Umm al-Fahm. Hanno attraversato tanti villaggi, da nord a sud, mandando un messaggio esplicito contro la violenza di genere in tutta la Palestina.

Dalle macchine sono stati esposti cartelli con i nomi delle donne uccise da membri delle loro stesse famiglie, così come manifesti e scritte: “Non c’è alcun onore nei delitti d’onore” ed "è stata uccisa perché donna".

La grande partecipazione e l’impressionante attenzione mediatica che hanno ricevuto le proteste, tuttavia, non sono riuscite ad evitare l’assassinio di Mona.

Non è la prima volta che una donna palestinese viene uccisa subito dopo una protesta contro la violenza di genere.

Lo scorso 10 marzo Alaa Shami, 21 anni, è stata assassinata da una pugnalata infertale dal fratello nella città di Ibilline, a nord, soltanto due giorni dopo la Giornata Internazionale della Donna.

Il 7 febbraio 2010 Bassel Sallam ha sparato contro sua moglie, Hala Faysal, e l’ha lasciata esangue sul letto. Soltanto qualche ora prima il padre di lui, Ali Sallam, vice-sindaco di Nazareth, aveva partecipato a una dimostrazione contro la violenza sulle donne, facendo un importante discorso di denuncia.

 

UN PICCO IMPRESSIONANTE

Sei donne palestinesi che sono state uccise all’interno della Linea Verde nel corso del 2013, due in più rispetto al 2012.

Le statistiche fornite dall’organizzazione di Nazareth "Women Against Violence" mostrano un quadro ancor più preoccupante: da quando Israele ha ratificato la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) nel 1991, 162 palestinesi sono state uccise dai loro mariti o da altri membri della famiglia.

Dal 1986, 35 donne sono morte in questo modo soltanto nei villaggi di al-Lydd e Ramleh. I numeri di "Women Against Violence" dimostrano anche che la maggior parte delle donne uccise In Israele sono palestinesi.

Nel 2011, ad esempio, su 14 vittime, 9 erano palestinesi. Nel 2010 la relazione era 10 su 15; l’anno precedente 9 su 11 e contemporaneamente nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania venivano ammazzate 13 donne palestinesi.

E’ difficile ottenere dati precisi riguardo gli omicidi di genere nei Territori Occupati, dal momento che non tutti i casi sono riportati dai media. Ma la situazione non è certo meno allarmante che in Israele.

 

 

UNA VIOLENZA DE-POLITICIZZATA

Una recente e importante iniziativa contro la violenza sulle donne e in particolare contro il "delitto d'onore" è rappresentata dal video musicale "If I could go back in time” ("Se potessi tornare indietro"), pubblicato nel novembre 2012 dal gruppo hip hop palestinese DAM.

Il video, co-diretto da Jackie Salloum e finanziato dall’agenzia delle Nazioni Unite UN Women, ha registrato più di 200 mila visualizzazioni e ricevuto un feedback positivo non solo in Palestina.

Eppure ha un aspetto negativo non indifferente, dal momento che ritrae la violenza contro le donne come depoliticizzata e, invece di approfondire la questione, la riduce a un dramma meramente populista.

Come hanno scritto Lila Abu Lughod e Maya Mikdashi “il video opera all’interno di un vuoto politico, giuridico e storico totale".

Quando si parla di violenza contro le donne in Medio Oriente in generale, e in Palestina in particolare, ci sono due paradigmi dominanti e completamente opposti.

Il primo considera la violenza come prodotto di una tradizione e di una società arretrate e intrinsecamente misogine, scegliendo di concentrarsi esclusivamente sulla categoria dei "delitti d'onore", come se questi rappresentassero l'unica forma di violenza domestica a cui le donne sono sottoposte.

L'altro, per contro, ritiene responsabile il colonialismo israeliano e la sua discriminazione istituzionalizzata, sostenendo che non ci si possa aspettare che le donne siano libere fintanto che la Palestina sarà sotto occupazione.

Entrambi i paradigmi sono ovviamente troppo semplicistici e non rappresentativi di una realtà ben più complessa. Tutti e due infatti evitano di rispondere a domande difficili, e ignorano la realtà politica che le donne palestinesi affrontano nella vita di tutti i giorni.

Bloccati tra l'incudine e il martello, i movimenti femministi arabi borghesi - tra cui quello cisgiordano - si sono dati la zappa sui piedi scegliendo di allearsi con regimi tirannici al fine di promuovere i diritti sociali delle donne attraverso il processo legislativo.

Stando al fianco delle autorità e all’interno delle strutture di potere, hanno agito da copertura per le cosiddette dittature "laiche".

Inoltre, optando per una lotta "femminista" elitaria e apolitica, le femministe borghesi hanno ignorato che il vero cambiamento sociale non può essere realizzato in assenza di libertà politica, né può essere raggiunto prostrandosi ai piedi di un sistema repressivo.

Femminismo non significa soltanto lotta per la parità di genere, ma scuotere le dinamiche egemoniche di potere e di dominio.

La subordinazione di genere è un fattore fondamentale in questa matrice di potere, ma si interseca con l'oppressione politica e lo sfruttamento sulla base di parametri come classe, religione, etnia, abilità fisica e aspetti connessi all’identità personale.

Nonostante i suoi tanti problemi e le sue carenze strutturali, il movimento femminista all'interno della Linea Verde ha avuto tuttavia il merito di comprendere subito che la sfera personale non può essere separata da quella politica, proprio perché lo Stato israeliano ha un ruolo attivo nell’emarginare le donne palestinesi rafforzando gli elementi patriarcali locali (come i capi clan e i tribunali religiosi) che opprimono le donne.

La maggior parte delle femministe palestinesi non si sono mai illuse sul fatto che l’avanzamento dei diritti di genere arrivare dalla Knesset, il Parlamento sionista.

 

SENZA PROTEZIONE

E’ ingenuo credere che la polizia - un organo dello Stato violento, militarista e intrinsecamente patriarcale - si possa realmente impegnare nella lotta contro la violenza sulle donne.

Ed è ancora più ingenuo pensare che la polizia israeliana - uno strumento di applicazione di un sistema legislativo che favorisce l'Occupazione - possa decidere di abolire la violenza contro le donne palestinesi senza essere sottoposta a forti pressioni.

Le storie di donne palestinesi che si sono rivolte alla polizia israeliana in seguito a minacce e violenze subite da parte dei loro familiari, per essere respinte e poi, successivamente, uccise, sono troppe da raccontare.

Qualche mese fa, a Rahat, la più grande città palestinese nel Naqab, una giovane donna si è recata all'ufficio dei servizi sociali e, secondo quanto è stato riferito, ha informato gli agenti sul fatto che temeva per la sua vita.

La polizia le ha detto di tornare a casa, assicurandole che sarebbe stata al sicuro. Quasi 24 ore dopo, è stata ritrovata morta.

L'ultimo incidente è avvenuto il 21 maggio 2013. Due bambine, di tre e cinque anni, sono state strangolate a morte nella loro casa di Fura'a, un villaggio palestinese non riconosciuto nel Naqab.

Eppure la loro madre aveva raggiunto la stazione di polizia più vicina, nei pressi della colonia ebraica di Arad, e aveva denunciato il fatto che suo marito le avesse già minacciate di morte. La sua richiesta di aiuto però è stata ignorata.

Questi terribili eventi mostrano chiaramente la perfetta unione tra lo Stato – una entità di per sé maschilista - e gli elementi patriarcali conservatori della comunità in cui viviamo.

La polizia israeliana tratta la violenza domestica che si manifesta all’interno della minoranza palestinese come un "affare privato", la cui risoluzione deve essere lasciata nelle mani del clan e dei suoi leader.

E’ molto più comodo per le forze dell’ordine collegare la violenza domestica contro le donne palestinesi alle questioni di "onore" e, quindi, esimersi dalla responsabilità di intervenire con il pretesto del rispetto della "sensibilità culturale".

Un pretesto che serve a Israele per giustificare la mancanza del rispetto dei diritti delle donne, e che nasce dalla presunzione razzista che l'abuso e l'oppressione di genere siano intrinsecamente legati alla cultura e alla tradizione palestinese.

Quando, in realtà, deriva dal doppio standard che Israele adotta nel rispettare e proteggere le diversità culturali.

Da una parte infatti afferma di rispettare il principio del multiculturalismo per rinforzare e sostenere l'oppressione delle donne. Dall’altra, mostra poco rispetto per questo stesso principio quando si tratta del riconoscimento dei diritti delle minoranze.

Lo status dell’arabo come lingua ufficiale è solo inchiostro su carta; la cultura, la storia, la narrativa, la letteratura e la politica palestinesi sono volutamente assenti nei programmi scolastici israeliani. E la memoria collettiva si forma a partire dai costanti tentativi di “israelianizzazione”.

Il comportamento della stessa polizia israeliana è emblematico: elude il suo dovere di proteggere le donne dalla violenza domestica perché è un affare di "famiglia", ma non ha la preoccupazione degli "affari di famiglia palestinesi" quando le sue forze demoliscono regolarmente case e costringono intere famiglie nel Naqab al trasferimento forzato.

Ad essere disperatamente assente in questo contesto non è solo la protezione, ma soprattutto la responsabilità.

La maggior parte dei casi di violenza contro le donne vengono chiusi per mancanza di prove o per scarso interesse pubblico. Anche se Israele, a differenza di molti Stati arabi, non ha nel proprio Codice penale provvedimenti che mitighino la punizione per i cosiddetti "delitti d'onore", le organizzazioni per i diritti delle donne hanno ripetutamente accusato la polizia di non fare abbastanza per identificare i colpevoli di omicidio e renderli responsabili delle loro azioni.

Alcuni dei peggiori casi di violenza contro le donne si verificano in Lydd, Ramleh e nel Naqab. Quei luoghi vantano, tra l’altro, alcuni dei più alti tassi di povertà e disoccupazione, e al tempo stesso sono sottoposti ad una precisa politica israeliana di estrema discriminazione, negazione dei diritti e dei servizi di base, e di continue minacce di sfratto e di demolizione delle case.

A ciò bisogna aggiungere l'inaccessibilità del sistema giudiziario israeliano per le donne palestinesi, considerate non-privilegiate, e la riprovazione sociale che devono affrontare se decidono di rivolgersi alla polizia accusando i loro stessi familiari.

Non deve sorprendere, quindi, che le donne palestinesi non ripongano alcuna fiducia nei confronti di quello Stato che dovrebbe proteggerle.

 

TACITE GIUSTIFICAZIONI

L'origine di questa situazione è l’enorme differenza che intercorre tra la copertura mediatica di un uccisione di un uomo e quella di un caso analogo nei confronti di una donna: la prima è spesso definita come una "tragedia", mentre la seconda viene considerata un "incidente ambiguo".

Quando ai politici, ai leader religiosi e alle figure pubbliche palestinesi viene chiesta una presa di posizione contro la violenza di genere, per prima cosa accusano la polizia, per poi ribadire che la violenza contro le donne è parte integrante della crescente violenza generale all’interno della comunità palestinese.

Difficilmente passa un giorno senza la notizia di una sparatoria o di incidenti che coinvolgono uomini palestinesi in diverse città.

La violenza è così pervasiva che lo scorso 7 maggio circa 10 mila manifestanti hanno riempito le strade di Haifa - una delle più grandi manifestazioni nella storia della città -, semplicemente per dire ‘basta’.

Chi confonde la violenza di genere con la violenza generale ignora la realtà: le donne vengono assassinate semplicemente per il fatto di essere donne.

E, soprattutto, vengono uccise in luoghi e da persone che dovrebbero essere più sicuri e in più stretta intimità con loro.

Esprimere condanne e chiedere il rispetto dei diritti delle donne subito dopo che una di loro viene uccisa per poi dimenticarla completamente due giorni dopo, ormai è di moda. Si attende soltanto il prossimo omicidio.

Definire gli omicidi di genere come manifestazione del patriarcato è appena un eufemismo. Il problema di fondo, di cui si parla poco, è molto più radicato.

La condanna retorica e ‘stagionale’ da parte di coloro che promuovono - o tacciono - su forme meno evidenti di patriarcato aiuta a spiegare il fallimento della società nel suo insieme nel prendere una posizione ferma sui crimini contro le donne, per non parlare di prevenirli (…).

Misoginia e patriarcato non sono in alcun modo un’esclusiva dei palestinesi, soprattutto dei religiosi e dei conservatori.

Molti attivisti e politici di sinistra non esitano ad usare un linguaggio sessista, a dare implicite giustificazioni alle molestie sessuali, o a pretendere che la lotta per i diritti di genere non sia una priorità fintanto che saremo sottoposti all’Occupazione israeliana.

Come potremmo mai essere libere, in quanto donne e palestinesi, quando i leader della resistenza popolare sono coinvolti in atti di molestia sessuale e tutto questo viene messo a tacere?

Finché le donne palestinesi saranno costrette a tenere le loro richieste di liberazione di genere ai margini, e finché non sarà una grande parte della popolazione ad ammettere che le donne sono strutturalmente oppresse, noi continueremo ad essere uccise nell’impunità sociale e legale.

Un primo passo verso la sfida del lessico egemonico patriarcale locale e coloniale sarebbe smettere di usare il termine "delitti d'onore", anche con le virgolette. Il suo uso legittima il concetto e fornisce il falso pretesto che sia "l'onore" il vero movente del delitto, quando in realtà è solo un modo per privare le donne di autonomia e dignità.

Il secondo passo è quello di parlare: silenzio vuol dire complicità.

Spazzare le verità scomode sotto il tappeto non servirà a nasconderle, ma solo a rendere la loro forza più brutale e intensificare il ciclo di violenza che ha letteralmente distrutto la vita di un gran numero di donne nel tempo.

Il terzo, e più importante, è di non aspettare che sia la polizia a proteggerci. Le donne dovrebbero proteggere se stesse organizzando gruppi di strada per combattere le molestie sessuali.


Un inferno chiamato Palestina. Non puoi capirlo. Bisogna viverlo. E solo chi ha sulla propria carne le stigmate di un'occupazione israeliana divenuta stabile può descrivere cosa accade. Azmi Abukhalil è il direttore del distretto sanitario di Gerusalemme. ...
È venuta alle Palestiniadi per rappresentare Sidone, 50 km a sud di Beirut, e il suo campo profughi, uno dei più grandi e difficili. "Amo il calcio, da grande vorrei fare la calciatrice, tifo Barcellona e adoro Messi". ...
L'"altra Israele" combatte sotto il Muro. Stavolta, però, non è il "muro" che separa lo Stato ebraico dalla Cisgiordania palestinese. Stavolta, è il luogo più sacro per il popolo ebraico: il Muro del Pianto. ...

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