Una cittadinanza negata per una vita in sospeso

Il Fatto Quotidiano
22 02 2013

Saad Tarazi è un ragazzo palestinese di 33 anni. È nato a Gaza, su quella striscia di terra oramai tristemente nota per un conflitto drammatico e interminabile.

Nel 2004 è arrivato in Italia con un permesso di soggiorno per motivi di studio. Si è laureato in Scienze e tecnologie orafe alla Bicocca di Milano e ha conseguito un master in Ingegneria orafa al Politecnico di Torino, dopo anni di impegno, sacrifici economici e un lavoro part-time da guardiano notturno alla fondazione “La Vincenziana”, che ancora oggi gli permette di mantenersi.

“Ho lasciato Gaza perché non è più possibile viverci – racconta Saad. Si è continuamente controllati, non si ha la libertà di viaggiare o spostarsi liberamente. Bisogna fare la fila e attraversare un check-point anche solo per arrivare in altre città palestinesi o raggiungere Gerusalemme. Ogni volta bisogna chiedere un permesso all’esercito israeliano, che spesso ti viene negato, soprattutto quando sei giovane. Inoltre, a Gaza c’è molta disoccupazione, e lo stato di guerra scandisce le giornate delle persone, dove anche per uscire con gli amici devi restare in città lontane della zona di confine, perché là i bombardamenti sono molto frequenti, tanto che le scuole sono spesso chiuse e gli studenti sono costretti a rifugiarsi in casa”.

“Dopo qualche anno dalla mia partenza in Italia – continua Saad – i miei genitori hanno ottenuto asilo politico in Australia, ma i miei fratelli sono ancora lì. Essendo di religione Greco-Ortodossa, infatti, oggi hanno grandi difficoltà a partire da Gaza, perché da quando c’è stata l’occupazione completa di Hamas, nel 2007, molti Cristiani cercano di lasciare il territorio perché perseguitati, ma la Chiesa, per mantenere i suoi fedeli, ha chiesto alle ambasciate di non rilasciare i visti. Prima del 2004 nella Striscia si contavano circa 4.000 Cristiani. Adesso ne sono rimasti un migliaio, e tra questi ci sono anche le mie due sorelle e mio fratello, che non so quando potrò rivedere”.

Oggi Saad sta lottando per diventare cittadino italiano. “Nel 2008 – spiega – non riuscendo a ottenere il rilascio di passaporto da Gaza, ho richiesto e ottenuto lo status di rifugiato, e nel 2010 ho presentato domanda per ottenere la cittadinanza. Ma perché questa ti venga concessa occorre conteggiare 5 anni dalla data di riconoscimento dell’asilo politico, oppure 10 anni dalla data del primo permesso di soggiorno. In pratica, anche se vivo in Italia dal 2004, avendo lo status di rifugiato da soli 4 anni, non posso avere la cittadinanza. Un cavillo burocratico che mi impedisce di svolgere il lavoro che mi è stato offerto da un’importante azienda orafa svizzera, perché questo status è incompatibile con la loro normativa sull’immigrazione, mentre se avessi la cittadinanza italiana potrei lavorare come frontaliero. Un cavillo burocratico che mi impedisce anche di andare a trovare i miei genitori in Australia, che non vedo da 9 anni, perché da rifugiato italiano l’ambasciata australiana non mi rilascia il visto. Un cavillo a cui mi sono opposto, vincendo anche il ricorso al Tar, ma non ottenendo comunque nessuna risposta dalla prefettura di Milano, alla quale, circa un anno fa, ho rinviato tutti i documenti per rivalutare il mio caso”.

Anche Concetta Monguzzi, sindaco di Lissone (in Brianza), paese di residenza di Saad, si è presa a cuore la sua situazione scrivendo una lettera al Presidente della Repubblica, che in casi straordinari ha il potere di concedere la cittadinanza anche al di fuori dei tempi stabiliti per legge. Una richiesta che non ha mai ricevuto risposta, forse perché l’intervento del Capo dello Stato può verificarsi solo nel caso in cui “lo straniero abbia reso eminenti servigi all’Italia, ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato”, come recita l’articolo 9 della Legge sulla cittadinanza n°91/1992.

Cavilli burocratici e una vita in stand-by, in attesa che qualche mese di differenza rimetta in moto la biografia di un essere umano.

Israele: detenuto in sciopero della fame in pericolo di vita

  • Giovedì, 14 Febbraio 2013 10:50 ,
  • Pubblicato in Flash news

Amnesty International
14 02 2013

Samer Issawi è sotto custodia delle autorità israeliane dal 7 luglio 2012. Queste sostengono - senza specificarne la modalità - che abbia infranto le condizioni per le quali era stato rilasciato, durante uno scambio di prigionieri avvenuto nell' ottobre 2011. È in sciopero della fame dal 1° agosto 2012 in segno di protesta contro il rifiuto della commissione militare israeliana di spiegare a lui o al suo avvocato le ragioni della sua detenzione.

Samer Issawi ha trascorso la maggior parte del suo tempo in sciopero della fame presso la clinica del carcere di Ramleh. È stato portato in un ospedale civile in Israele diverse volte per essere sottoposto a esami clinici urgenti, l'ultima volta il 22 e il 27 gennaio, ma è sempre stato riportato nella clinica di Ramleh nel giro di poche ore.

Il 31 gennaio, Samer Issawi avrebbe interrotto l'assunzione di vitamine e minacciato di smettere di bere. Ha inoltre minacciato di non sottoporsi a altri esami medici previsti dal servizio penitenziario israeliano, se non verrà rilasciato.

Il suo avvocato ha riferito ad Amnesty International che la salute Samer Issawi si è deteriorata rapidamente nelle ultime settimane a causa del suo sciopero della fame che dura ormai da sei mesi. Quando il suo avvocato lo ha incontrato il 31 gennaio, Samer Issawi pesava solo 47 chili (quasi la metà del suo peso normale) e il personale medico presso la clinica del carcere di Ramleh ha comunicato che potrebbe morire presto.

Amnesty International teme che nella clinica del carcere di Ramleh, Samer Issawi non ricevacure urgenti e specialistiche di cui ha bisogno una persona in sciopero della fame da sei mesi. In questa clinica mancano , strutture o personale specializzato che possa fornire cure appropriate a uno sciopero della fame così prolungato.

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Corriere della Sera
01 02 2013

Il giudizio è severo. “Gli insediamenti violano i diritti umani dei Palestinesi”. I tre magistrati che per quattro mesi hanno condotto un’indagine “sull’influenza delle colonie ebraiche sulla vita nei Territori” hanno presentato ieri a Ginevra, in una conferenza stampa, il rapporto che gli era stato chiesto di redigere dal Consiglio per i diritti umani per l’Onu. In trentasette pagine di resoconto i commissari non solo condannano gli insediamenti costruiti in Cisgiordania e nelle zone di Gerusalemme Est ma invitano persino la comunità internazionale a prendere in considerazione sanzioni economiche e politiche. Un boicottaggio, insomma, e chiesto per la prima volta da un organismo dell’Onu. “Anche le aziende private che operano nei o con i territori – ha detto la presidente della commissione, il magistrato francese Christine Chanet devono vagliare il rispetto dei diritti umani e delle leggi internazionali”. Chanet ha spiegato in una conferenza stampa a Ginevra che l’indagine ha portato alla conclusione che Israele deve fermare senza precondizioni “tutte le attività negli insediamenti” e avviare il ritiro dei 500.000 coloni.

Ma Israele non ci sta. Proprio la decisione di avviare l’indagine sulle colonie aveva portato lo Stato ebraico a interrompere ogni collaborazione con l’organismo dell’Onu e a non sottoporsi all’esame periodico sul rispetto dei diritti umani come avevamo scritto il 30 gennaio in questo post. Il Consiglio, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Yilmar Palmor in una nota, “si è tristemente distinto per il suo sistematico approccio fazioso e anti-israeliano, questo rapporto ne è purtroppo la conferma”. Per Israele si tratta di iniziative “controproducenti e incresciose” che ostacoleranno gli sforzi per far ripartire il processo di pace. ”L’unico modo di risolvere tutte le questioni aperte con i palestinesi, compresa la questione degli insediamenti, è negoziare senza pre-condizioni. Interventi come quello dell’Onu minano gli sforzi per trovare un accordo di pace”, ha aggiunto Palmor. Lo scorso marzo il premier Benjamin Netanyahu aveva dichiarato che il Consiglio è ossessionato da Israele: “Finora ha adottato 91 decisioni: 39 di esse riguardavano noi, tre la Siria e una l’Iran”.

Il governo israeliano si era infuriato dopo che la commissione, di cui oltre a Chanet fanno parte la pakistana Asma Jahangir e Unity Dow del Botswana, aveva chiesto di visitare gli insediamenti ebraici. E si era rifiutato di far entrare le tre donne nel suo territorio. Così le commissarie si erano dovute accontentare di sentire i 50 testimoni in Giordania.

Di segno opposto, ovviamente, il commento palestinese: per Hanan Ashrawi il rapporto è ”chiaro e coraggioso” e afferma in modo «inequivocabile» che le costruzioni nelle colonie sono illegali. A suo avviso Israele ora potrà essere chiamata a rispondere anche in base allo statuto del Tribunale penale internazionale.

Nel rapporto si denuncia che dal 1967 i governi israeliani “hanno diretto apertamente, hanno partecipato e hanno mantenuto un pieno controllo sulla pianificazione, la costruzione, lo sviluppo, il consolidamento e la promozione degli insediamenti” in territorio palestinese. Gli insediamenti - ha spiegato la francese Christine Chanet da Ginevra – contravvengono alla Quarta Convezione di Ginevra che proibisce di trasferire la propria popolazione civile in aree occupate: “Un’infrazione che può venir considerata crimine di guerra e finisce sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale”. Secondo il rapporto dal 1967 ad oggi sono state realizzate 250 colonie per un totale di 520 mila abitanti: “Un’annessione strisciante che impedisce la nascita di uno Stato palestinese e mina il diritto all’autodeterminazione di un popolo”.

I risultati dell’indagine saranno presentati il 18 marzo davanti ai 47 Paesi membri del Consiglio per i diritti umani dell’Onu.

Le prigioniere palestinesi in Israele partoriscono in catene.

  • Venerdì, 07 Dicembre 2012 09:45 ,
  • Pubblicato in Flash news
Le donne palestinesi detenute in Israele ricevono un trattamento disumano, le vengono negate le cure mediche,la rappresentanza legale e sono costrette a vivere in condizioni miserabili, comnpresa la condivisione della cella con topi e scarafaggi. La violazione dei diritti e le condizioni che trovano le donne palestinesi nelle carceri israeliane richiedono l'assunzione di una prospettiva di genere, secondo il Comitato delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW).

Trentasette donne palestinesi rimangono oggi nelle carceri israeliane, per un totale di 7.500 detenuti,soprattutto per motivi politici,per lo più membri del Consiglio Legislativo Palestinese. Circa 10.000 donne sono state arrestate o detenute nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani dal 1967, su più di 700.000 prigionieri palestinesi.
Fabrizia Falcione,responsabile dei diritti umani delle donne per il Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne (UNIFEM), ha dichiarato che è fondamentale rivelare il volto umano dietro questa violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale,per trattare la difficile situazione dei prigionieri politici palestinesi, tra cui donne e bambini.
Un'intervista a Vienna di Mehru Jaffer, dell'Inter Press Service (IPS), alla funzionaria, pubblicata in The Electronic Intifada in data 11 marzo 2011, fu la 18.ma notizia più censurata salvata quest'anno da Project Censored.

Il lavoro della Falcione prevede la fornitura di assistenza legale e di rappresentanza per le donne in carcere, il sostegno psico-sociale alle famiglie dei prigionieri e la preparazione per il rilascio e il reinserimento dei detenuti nella famiglia e nella società.
L'assoluta urgenza di affrontare specificamente i diritti delle donne detenute è stata sollevata da Falcione, nella settimana dell'intervista, nel corso di un convegno internazionale incentrato sulla situazione dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane, nella prima riunione di questo genere organizzata dalle Nazioni Unite.
Fabrizia Falcione: "E una brutta situazione quella sofferta dalle donne e bambini palestinesi nei centri di detenzione israeliani. In termini numerici,le palestinesi prigioniere politiche e detenute nelle carceri israeliane sono meno rispetto alle centinaia di migliaia di palestinesi maschi prigionieri politici. Tuttavia, la loro situazione come recluse è peggiore di quella degli uomini. "
"La situazione, la condizione e le violazioni che le donne affrontano carceri israeliane debba essere affrontata da una prospettiva di genere. Attualmente il numero di donne detenute è molto meno rispetto a prima, ma le donne e le ragazze continuano ad essere arrestate, i loro bisogni particolari continuano a essere trascurati e i loro diritti violati".
"Tra i problemi fisici e psicologici affrontati dalle donne detenute - ha dichiarato la funzionaria dell'Onu - vi sono la negligenza medica e la mancanza di servizi medici specializzati nella prevenzione e nel trattamento delle malattie delle donne. Attualmente le prigioniere sono detenute principalmente in due carceri israeliani, a Hasharon e Damon, che si trovano al di fuori dei territori occupati (Cisgiordania e Striscia di Gaza) in violazione dell'articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra.

"Ex prigioniere palestinesi di entrambe le carceri e parenti delle donne attualmente in carcere dicono che le celle sono infestate dagli insetti, in particolare scarafaggi e roditori.Un ex detenuta rilasciato all'inizio di quest'anno, ha detto: 'E' difficile descrivere la cella, non posso. E' come una tomba sotterranea ... Ci sono così tanti insetti nella cella, le coperte che coprono i materassi sono umide ed emanano un odore terribile.Le acque di scarico straripano. Riuscivo a malapena a fare le mie abluzioni per pregare. '
Al di là della salute in generale,non c'è supporto ginecologico. Le donne necessitano di cure mediche regolarmente, che è il loro diritto durante il parto,come riconosciuto dalla CEDAW [Comitato per l'eliminazione della discriminazione contro le donne]. La stragrande maggioranza delle donne prigioniere politiche palestinesi nelle carceri israeliane soffrono di vari problemi di salute. "
- E 'vero che le donne incinte sono incatenate durante il travaglio?
- E 'vero. Le donne incinte sono incatenate durante il parto e anche dopo. Vi è una totale mancanza di cure mediche, in particolare durante il parto. Le donne si lamentano che i bambini nati qui sono presi dopo due anni. Nelle carceri israeliane, i diritti delle donne detenute palestinesi sono riconosciuti, ma non rispettati.
"Le donne portano il peso delle violazioni dei loro diritti culturali e religiosi.Una ex prigioniera ha detto: " Mi hanno tolto il jilbab e mi hanno dato l'uniforme marrone delle detenute a manica corta. Avevo chiesto una camicia a manica lunga da indossare sotto la divisa. Ma si sono rfiutati. Mi hanno trasferita in celle tra guardie di sesso maschile con una uniforme a maniche corte... ciò che mi ha fatto male sono stati gli insulti scagliati contro di me".
"La privacy delle donne è violata e le guardie -maschi entrano nelle celle senza nessuna considerazione per le norme religiose. I prigionieri vengono contati quattro volte al giorno, anche la mattina presto e vengono inflitte punizioni se le donne dormono o non rispondono immediatamente.
L'aspetto più preoccupante è la violazione dei diritti di visita familiare. Le visite dei parenti ai prigionieri sono permesse, in teoria, due volte al mese, ma sono drasticamente diminuite in ragione del fatto che le carceri sono al di fuori del territorio palestinese occupato.

" Una visita di andata e ritorno significa un viaggio di 10 ore, non solo a causa della distanza geografica, ma anche per i controlli al movimento dei palestinesi in Israele. Se le famiglie sono in grado di fare il viaggio, è consentita una visita di a 30 minuti, parlando attraverso una divisione vetro spesso che impedisce qualsiasi contatto fisico, anche tra madre e figlio. Questo influenza il benessere, non solamente della madre, ma anche dei bambini.La rottura delle relazioni familiari e sociali risulta grave per lo stato psicologico delle donne.
"- Qual è esattamente il reato di queste donne?
"- Molte donne sono in carcere senza processo per l'appartenenza ad organizzazioni vietate da parte di Israele, con il pretesto di proteggere la sicurezza nazionale dello Stato. Nella prigione di Neve Terza,le prigioniere politiche palestinesi rimangono in custodia cautelare in attesa di un processo, nella sezione femminile assegnata a persone che hanno commesso reati penali, in violazione dell'articolo 85 delle minime regole delle Nazioni di trattamento dei prigionieri, che enuncia: " Gli accusati devono tenersi separati dai prigionieri condannati".
"Ciò permette che i prigionieri israeliani minaccino ed umilino le donne palestinesi mediante abusi verbali e fisici. Alle prigioniere e detenuti palestinesi è fatto impedimento di usare nelle strutture penitenziarie oggetti come penne, materiale di lettura e di svago".

Cubadebate

(traduzione di Lia Di Peri)

Palestinesi meno soli, ma non basta

  • Sabato, 01 Dicembre 2012 07:33 ,
  • Pubblicato in Il Commento


Giuliana Sgrena, Globalist
30 novembre 2012

Da ieri i palestinesi sono meno soli. L'Assemblea ha riconosciuto alla Palestina lo stato di osservatore delle Nazioni unite. È un fatto «storico», anche se molta strada resta da fare. È una vittoria dei palestinesi che rifiutano l'uso delle armi.

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