La città di New York sta per mettere a segno un'altra conquista nella battaglia per i diritti civili. Christine Quinn ha ufficialmente lanciato la sua candidatura alle primarie in vista della corsa a sindaco. ...
Dalle elezioni è uscito il Parlamento più giovane e con il maggiore numero di donne della storia repubblicana con una età media di deputati e senatori di 48 anni, ed il 31 per cento di presenza femminile. ...

South Korea swears in first female president

  • Lunedì, 25 Febbraio 2013 11:53 ,
  • Pubblicato in Flash news
Daily News Egypt
25 02 2013

Park Geun-Hye became South Korea’s first female president Monday, vowing zero tolerance with North Korean provocation and demanding Pyongyang “abandon its nuclear ambitions” immediately.

As leader of Asia’s fourth-largest economy, Park, the 61-year-old daughter of late military strongman Park Chung-Hee, faces challenges of slowing growth and soaring welfare costs in one of the world’s most rapidly ageing societies.

Taking the oath of office less than two weeks after North Korea carried out its third nuclear test, Park called on the regime in Pyongyang to “abandon its nuclear ambitions without delay” and rejoin the international community.

“North Korea’s recent nuclear test is a challenge to the survival and future of theKorean people, and there should be no mistake that the biggest victim will be none other than North Korea itself,” she said.

“I will not tolerate any action that threatens the lives of our people and the security of our nation,” Park said, while promising to pursue the trust-building policy with Pyongyang that she had promised in her campaign.

“I will move forward step by step on the basis of credible deterrence,” she added.

Observers say her options will be limited by the international outcry over the North’s February 12 nuclear test, which has emboldened the hawks in her ruling conservative party who oppose closer engagement.

Monday’s two-and-a-half hour inauguration ceremony, held on a chilly and cloudy morning, included a musical warm-up concert that saw Korean rapper Psy perform his global hit “Gangnam Style”.

Park took office a little more than 50 years after her father, a vehement anti-communist, seized power in a military coup.

Park Chung-Hee He ruled with an iron fist for the next 18 years until his assassination, and remains a divisive figure — credited with dragging the country out of poverty but reviled for his regime’s human rights abuses.

The bulk of Park’s inauguration speech focused on the economy, and included commitments to job creation, expanded welfare and “economic democratisation” at a time of growing concern with income and wealth disparity.

South Korea’s extraordinary economic revival from the rubble of the 1950-53 Korean War — known as the “Miracle on the Han” — has faltered in recent years, with key export markets hit by the global downturn.

Promising “another miracle”, Park said her administration would build a new “creative economy” that would move beyond the country’s traditional manufacturing base.

“At the very heart of a creative economy lie science and technology and the IT industry, areas that I have earmarked as key priorities,” she said.

In a clear warning to the giant, family-run conglomerates, or “chaebols”, that dominate the national economy, Park promised a more level playing field and a “fair market” where small and medium-sized businesses could flourish.

“By rooting out various unfair practices and rectifying the misguided habits of the past which have frustrated small business owners… we will provide active support to ensure that everyone can live up to their fullest potential,” she said.

Chaebols such as Samsung and Hyundai were the original drivers of the nation’s industrialisation and economic growth, but have been criticised as corporate bullies who muscle out smaller firms and smother innovation.

South Korea’s journey from war-torn poverty to economic prosperity has done little to break the male stranglehold on political and commercial power in what in many ways remains a very conservative nation.

As South Korea’s first female president, Park leads a country that is ranked below the likes of Suriname and the United Arab Emirates in gender equality.

Its low birth-rate means the population is increasingly skewed towards the over-60s, who fear an old-age of isolation and financial anxiety.

“No citizen should be left to fear that he or she might not be able to meet the basic requirements of life,” Park said in her speech, promising a “new paradigm of tailored welfare” for the aged and unemployed.

Per quasi 5 anni la giunta del Comune di Roma è stata fuori legge: troppe poche donne al suo interno, nonostante i numerosi rimpasti e gli altrettanti ricorsi che hanno costretto Gianni Alemanno, apoco a poco, a aumentare la presenza femminile nella sua squadra. ...

Uninomade
20 02 2013

Manca una settimana alle elezioni politiche. Molto si è detto e si potrebbe ancora aggiungere su questo appuntamento collettivo sempre più sgangherato e improbabile. Tra ironia e disperazione, qualunquismo del web e intelligenza critica collettiva, si è attraversata ogni possibile forma narrativa per dar conto di questo (non)evento alle porte. Le brevi considerazioni che seguono si propongo di abbozzarne un racconto in prospettiva di genere. Non tanto per volontà di completezza o per aggiungere una sfumatura di rosa al quadro generale, ma per suggerire qualche elemento di analisi critica ai molti che sono già stati messi in evidenza.

“Se crescono le donne cresce il paese”. Questo lo slogan della “campagna sociale per una democrazia paritaria” firmata dalla rete Se non ora quando e patrocinata dalla Fondazione Pubblicità Progresso con cui – per esplicita dichiarazione delle organizzatrici e sostenitrici della campagna – le donne dovrebbero presentarsi all’appuntamento elettorale del 2013. Per tradurre lo slogan in alcune indicazioni di massima ad uso delle forze politiche istituzionali, la rete snoq ha provveduto a costruire una campagna mediatica incentrata su alcune brevi video interviste reperibili sul web. A partire da quelle interviste, dunque, è possibile dedurre il significato concreto e materiale dello spot “se crescono le donne cresce il paese”.

Le interviste sono piuttosto numerose e non sarà possibile richiamarle una ad una (eventualmente lettori e lettrici possono visionarne alcune di persona alla pagina web di snoq). Tuttavia, il corpus intende veicolare un messaggio omogeneo abbastanza esplicito che giustifica un’analisi più generale. Su questo punto è possibile innestare una prima osservazione preliminare. L’intera campagna di snoq – che ben si presta a rappresentare la piegatura del discorso di genere nello spazio della politica istituzionale – si fonda sull’intreccio di un falso universale (le donne in senso lato) con un falso particolare (le donne concretamente ritratte nelle interviste). La costruzione di un significante universale per una minoranza è funzionale alla logica rappresentativa e, per tanto, risulta ineliminabile entro la logica della rappresentanza. Di fronte a una simile necessità, ovviamente, l’idea è che sia possibile affidarsi a categorie astratte altamente inclusive rispetto al gruppo da rappresentare. Ciò significa, tuttavia, che il significante generico – nel caso specifico “le donne” – non possa che costituirsi come attestazione di rappresentazioni radicate e consolidate, generate da un ordine simbolico e discorsivo in cui, come direbbe Lacan, la donna non esiste. Questa situazione dà luogo al paradosso per cui l’ingiunzione di una politica per le donne e delle donne dovrebbe tradursi, a rigor di logica, in uno slogan tautologico del tipo: una politica per le donne e delle donne! Per ovviare all’assurdità di una simile situazione, ci si affida a forme di “ventriloquismo” in cui le donne si fanno portavoce di istanze altrui. “Se crescono le donne cresce il paese”: qui a parlare non sono tanto le donne, ma piuttosto il paese (una parte di esso, ovviamente). L’obiettivo di una crescita del paese attraverso le donne sembra parafrasare lo slogan in modo più fedele che non il contrario, ovvero una crescita delle donne attraverso il paese.

In quest’ottica, il cattivo universale risulta funzionale a consolidare un leitmotiv bipartisan nei programmi elettorali, più che a fornire indicazioni ulteriori e innovatrici o anche solo esplicitamente schierate per l’una o l’altra parte. Dopotutto, la scelta della parola “crescita” come termine chiave dello slogan non lascia molto spazio agli equivoci.

Esattamente come non è equivoca la caratura in senso economico-capitalistico del termine crescita. In tal senso è possibile proporre una seconda e ulteriore parafrasi del programma snoq, senza tradirne il senso: una crescita economica del paese attraverso una crescita economica delle donne. Esplicitando ulteriormente: una crescita del paese attraverso una crescita produttiva delle donne e – viceversa – una crescita delle donne non per sé, ma per il paese. Calato nel mondo reale questo si traduce nella richiesta di maggior lavoro per le donne a beneficio di una generica produttività generale che – lo capirebbe anche un bambino – coincide con il profitto di pochi. A correggere il tiro non bastano certo petizioni di principio sulla necessità di tradurre il frutto di una maggiore produttività femminile in servizi e politiche sociali a favore delle donne. Infatti, risulta quasi grottesco scommetere su un correttivo simile quando il riassetto economico generale va nella direzione opposta.

Senza contare, inoltre, che anche quando una piccola porzione di ricchezza sociale diventa welfare, generalmente, tende a produrre servizi alla famiglia (che, anche se spesso si tende a crederlo, non coincide con le donne!). Insomma, che a una crescita del paese corrisponda necessariamente una crescita delle donne è del tutto inverosimile. Più probabile è che l’ingiunzione a una maggiore produttività si traduca in maggiore sfruttamento, alla faccia del merito e del talento. Qui non si tratta di sottovalutare la sana ambizione femminile a una maggiore produzione collettiva e sociale e a un maggior riconoscimento in questo processo, ma – al contrario – si tratta di stanare e contrastare i dipositivi si sussunzione di quella sana aspettativa entro la partita del capitale. In quest’ottica, l’unica crescita su cui sembra interessante scommettere è la crescita sociale, sempre più sganciata da quella del paese nelle sue forme istituzionali consolidate.

Il cattivo universale – con cui, in ultima analisi, si danno corpo e voce femminile alle esigenze del mercato – non è il solo problema della campagna di snoq. A fargli da corollario una versione altrettanto falsificata del particolare: le interviste condotte in vista delle elezioni, infatti, costituiscono una celebrazione esemplare della differenza come simulazione, in cui l’eterogeneità è funzionale alla costruzione di omogeneità. Questo modo di trattare le differenze non è certo nuovo, ma nel contesto specifico assume una valenza particolare e caratteristica dal momento che ci si trova a fare i conti con una sorta di pensiero della differenza aggiornato in chiave multiculturalista che ammette una varietà tassonomica purché non muti la sostanza di un significante omogeneo. Non ci sono né materia, né relazioni, né realtà nelle differenze esibite da snoq, tant’è che – senza alcuna difficoltà – si riesce ad armonizzarle in una voce comune: “se crescono le donne cresce il paese”. Eppure, non tutte le donne vogliono le stesse cose, banalmente perché il vantaggio di alcune può costituire lo svantaggio di altre. Anche questa è una storia vecchia, ma lezione non pare del tutto assimilata.

Nella campagna pre-elettorale made snoq prendono parola una, nessuna e centomila donne. C’è la studentessa, la professionista rientrata dall’estero, la vittima di tratta, la casalinga, la manager, l’operaia, la madre, la single, e così via potenzialmente all’infinito. A guardar le interviste, l’effetto incredibile è che, per un istante, si ha la sensazione che le vite di queste donne siano identiche. La borghese medico come la nigeriana vittima di tratta. Tutte chiedono più lavoro, più riconoscimento, più merito (manco a dirlo), più conciliabilità con gli impegni famigliari. Tutte sognano la stessa vita e lo stesso tipo di realizzazione personale: dividersi equamente e serenamente tra il lavoro e il privato (generalmente nella forma della famiglia). Le frustrazioni della loro vita privata non tradiscono mai un senso di delusione o rabbia, ma solo una sorta di rammarico responsabile per i mali e le perdite del paese. Già, neppure la lezione dell’individualismo, valida per qualsiasi soggetto moderno, conta qualcosa per le donne così naturalmente votate al sacrificio e al martirio. Si è davvero posti di fronte a una sorta di corrispettivo soggettivo perfetto per il miscuglio di crescita e austerity che ci viene propinato ogni giorno e che continuerà a orientare le politiche post-elettorali: le donne, dunque, come emblema di un soggetto che abbraccia la crescita per talento e accetta il sacrificio per vocazione.

In questo modo, il mondo compatto – popolato soltanto da differenze politicamente disinnescate – presentato da snoq si presenta come esatto contrario di un processo di composizione e ricomposizione politica. Un cattivo universale utile a unire la voce femminile al coro mainstream e un improbabile particolare orientato a disinnescare ogni conflitto potenziale costituiscono, in ultima analisi, la formula elettorale firmata snoq. Con buon auspicio, molte donne risponderanno a un simile invito con un salutare e liberatorio “no grazie”.


di SIMONA DE SIMONI

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