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Communianetwork
23 03 2015

L’attacco del gruppo terrorista al Museo del Bardo a Tunisi rappresenta un shock molto forte in un paese che ha dato vita alla scintilla delle rivoluzioni nella regione araba, il paese che più di tutti sembrava riuscito a costruire un vero processo democratico e laico, per quanto contraddittorio e dove sono rispuntati i vecchi arnesi del regime di Ben Ali.

Uno shock che ha prodotto allo stesso tempo una risposta di massa, con migliaia di persone che sono scese in strada contro il terrorismo e torneranno nei prossimi giorni a manifestare contro la paura e le strategie di morte.

Le analisi dei commentatori italiani il giorno dopo sprecavano parole sull'“attentato contro i valori occidentali”. Il direttore di Repubblica Ezio Mauro ha sostenuto che “i terroristi vogliono colpire i simboli della quotidianità occidentale, come a Parigi” (ovviamente Mauro pensa che democrazia e cultura siano simboli occidentali, non certamente "orientali")..

La realtà sembra un po’ diversa: chi ha pianificato e portato a termine l’attacco di ieri a Tunisi voleva colpire il processo politico nato con la “primavera” del 2011. Non perché siano contro questo governo in particolare, quanto perché nelle strategie dei seguaci del califfato, un processo partecipato, democratico, laico e aperto al confronto è il vero nemico.

Ovviamente ha a che fare con la loro lettura, allo stesso tempo arcaica e molto moderna, del ruolo dell’Islam come strumento di potere e di sottomissione di massa a questo stesso potere. Per questo l’obiettivo iniziale sembra fosse il Parlamento tunisino, che si trova nello stesso palazzo del museo.

La prima vittima della strategia terroristica sono donne e uomini tunisini. La morte di turisti stranieri è un messaggio parallelo a questo, perché colpisce una risorsa economica e un’idea di convivenza, di scambio, di apertura al mondo (non è un giudizio su questo tipo di turismo, ma sull’idea di chiusura che sta alla base del califfato).
Le donne e gli uomini tunisini che sono scesi in piazza in queste ore, come le centinaia di migliaia che manifestarono durante lo sciopero generale indetto dopo l’assassinio di Chokri Belaid l’hanno capito immediatamente: il terrorismo è contro di loro, non contro generici “valori occidentali”; contro la loro partecipazione, la possibilità di poter decidere del proprio destino.
Come in Siria, come in Egitto, come ovunque, i gruppi reazionari jihadisti sono nemici delle rivoluzioni, e hanno sempre cercato di colpire i settori migliori dei processi rivoluzionari che erano cresciuti dopo il 2011. La morte di Chokri Belaid lo aveva già mostrato, così come gli attacchi di Isis contro gruppi siriani legati all’Esercito siriano libero.
E sono nemici delle donne e degli uomini, anche se musulmani, perché il loro obiettivo è governare contro la popolazione, per imporre la loro ideologia, il loro potere.

Se i gruppi legati al califfato, come ad Al Qaeda, sono da considerare a tutti gli effetti una reazione controrivoluzionaria, è allo stesso tempo vero che si nutrono anche delle contraddizioni e della brusca frenata che hanno avuto i processi rivoluzionari.
Se in Siria Isis ha potuto crescere anche grazie alla strategia del regime siriano, che ha in Daesh il nemico perfetto, che riporta Bashar el Assad a essere interlocutore delle diplomazie occidentali, in paesi come la Tunisia (come avviene in Europa) cresce anche sulla mancata realizzazione delle richieste di giustizia sociale e partecipazione democratica.

La Tunisia è il paese nel quale le elezioni sono state libere e democratiche, ma anche il paese che ha proseguito sulla strada delle politiche neoliberiste e dove le popolazioni delle regioni più svantaggiate continuano ad essere dimenticate e senza prospettive di sviluppo; dove le/i giovani continuano a confrontarsi con disoccupazione, precarietà e mancanza di futuro; dove vecchi personaggi del sottobosco del regime si sono ripresentati sulla scena.

In Tunisia il consenso per le strategie jihadiste sembra essere molto basso, ma potrebbero essere molti di più i giovani da reclutare, se non ci sarà un cambio di passo deciso verso le richieste e le rivendicazioni del gennaio 2011. Senza un deciso impegno in questo senso, persino obittivi istituzionali o economici, così come il turismo, posso diventare "legitimi" agli occhi di chi rimane escluso dalla partecipazione politica o marginale nello sviluppo economico e sociale.
Ancora una volta dobbiamo dire che il terrorismo si sconfigge in primo luogo sul piano politico e sociale, combattendo esclusione, miseria, abbandono.

In quei mesi era nata la speranza che le/i giovani della regione araba potessero costruire una strada alternativa allo stagnante grigiore repressivo dei regimi dei tiranni e all’ideologia jihadista come strumento della propria identità politica.
Molti soggetti hanno lavorato contro questa speranza, in prima fila i governi dei pesi del Golfo – ma anche Usa, Russi, paesi europei. Per loro era troppo pericoloso che le popolazioni della regione araba potessero davvero conquistare libertà, giustizia, dignità. E hanno appoggiato le forze controrivoluzionarie, in primo luogo il generale Al Sisi in Egitto.
Quella speranza però non è morta. Vive nelle migliaia di tunisine/i che in questi giorni difendono la loro possibilità di futuro, e nelle tante donne e uomini che in molti modi ancora lottano per affermare quello che “il popolo vuole”.

Noi siamo con loro. #noussommesrévolutiontunisienne

Le donne salveranno la Tunisia, è uno dei cori intonati più spesso. Erano state l'anima del 14 gennaio 2011, della rivoluzione dei gelsomini, quando una manifestazione spontanea rese evidente l'anacronismo della dittatura di Ben Alì. Sono la maggioranza anche oggi, portano in dote una convinzione feroce, una fiducia totale nell'impossibilità del ritorno al passato. "Tremila anni di storia da difendere. In piedi, Tunisia". 
Marco Imarisio, Corriere della Sera ...

Primavere non sfiorite

Ora sostengono che era tutta un'illusione. Quelle piazze gremite di giovani, quelle rivolte che hanno cambiato il corso della Storia. Ora affermano che la Primavera della speranza è sfiorita in un tragico "Inverno" islamista. Che nel presente e nel futuro del Grande Medio Oriente c'è spazio solo per califfi sanguinari o per generali dispotici camuffati da presidenti. Un sogno trasformatosi in un incubo.
Umberto Di Giovannangeli, Left ...

Il Fatto Quotidiano
05 02 2015

Le condanne all’ergastolo comminate a duecentotrenta protagonisti laici e di sinistra della sollevazione del 2011 segna un punto di svolta importante nella politica repressiva dello Stato in Egitto. Il brutale clima intimidatorio e di violenza, che si è scatenato dal luglio 2013, non aveva come unico obiettivo la liquidazione politica (e anche fisica si può dire, dato l’alto numero di morti, feriti e di gente finita in carcere) dei Fratelli Musulmani, come spesso la vulgata mediatica ha fatto credere. Lo scontro, insomma, non era soltanto tra i militari e i Fratelli. Al contrario, il progetto di media scadenza del governo dei militari era la restaurazione dell’ancien regime, e ciò era abbastanza evidente, sin dall’inizio. Ma ora la prova schiacciante l’abbiamo avuta e resta poco da discutere sul punto: la recente assoluzione di Mubarak e la liberazione dei suoi figli, per non menzionare l’assoluzione di altri alti funzionari ed ex-ministri del governo di Mubarak, ha portato ad una riemersione dell’apparato del NDP (National Democratic Party, ovvero il partito di Mubarak).

I fattori che hanno consentito l’escalation della repressione statale in Egitto sono numerosi. In primo luogo, lo sbandamento delle forze laiche e di sinistra, ben sintetizzato nell’endorsement del leader Hamdeen Sabahi al generale al-Sisi, ma anche da parte dei sindacati, compresi quelli indipendenti. Allo stesso tempo bisogna anche tenere conto di un certo bisogno di stabilità che ha prevalso per un periodo nei movimenti e nei partiti di sinistra, che restano comunque formazioni politiche deboli, con scarso radicamento territoriale e particolarmente frammentate (il che non dovrebbe sorprendere più di tanto, visto che si tratta di un paese uscito dalla dittatura nel 2011). La loro debolezza si è del resto notata in questi ultimi due anni, anche a causa della incapacità di riprendere, almeno in parte, le piazze delle più grandi città.

I tentativi, poi, del governo dei militari di dare un po’ di fiato all’occupazione, con le grandi opere, tipo la costruzione del nuovo canale di Suez, hanno portato molte forze politiche a sottovalutare o a chiudere un occhio sull’aumento della violenza e della repressione di Stato.

A questi elementi occorre aggiungere la drammatica situazione nel Sinai, che meriterebbe più di un post per essere adeguatamente descritta ed analizzata. La persistente infiltrazione jihadista ha causato negli ultimi mesi decine di morti e feriti nel Sinai, in particolare tra le forze armate e di polizia. La risposta governativa è stata massiccia: con un intervento militare pesante, con l’imposizione del coprifuoco in una vastissima zona del Sinai (motivo che – secondo molti – ha portato l’intera regione verso la recessione), con il caos mediatico, realizzato sia attraverso la non rivelazione del numero reale delle vittime sia attraverso l’attribuzione esplicita ed implicita delle azioni terroristiche ai vecchi nemici, ovvero ai Fratelli Musulmani.

Si tace, o meglio non si parla ad alta voce delle infiltrazioni dell’ISIS o di altre organizzazioni terroristiche nel Sinai, i cui leader non sembrano, al momento, avere bisogno del supporto dei Fratelli per portare avanti i loro “affari” e le loro strategie di terrore (come ampiamente dimostrato in Siria e in Iraq). Ma l’estensione della paranoia terroristica in tutto il territorio del paese (fatto inevitabile se si attribuisce la colpa degli attentati ai Fratelli) è evidentemente utile in questo momento a chi governa, perché consente l’applicazione su larga scala di leggi liberticide e, di conseguenza, il totale “ripristino dell’ordine”, cioè del vecchio ordine.

Alla fine dei conti, comunque, il “ripristino dell’ordine”, dal luglio 2013 ad oggi, ha creato di fatto i presupposti di un permanere all’opposizione degli islamici, mettendo nel contempo in un angolo stretto le forze laiche e rivoluzionarie, che ora vengono anche brutalmente e per lungo tempo incarcerate. I duecentotrenta ergastoli sono, in questo senso, un evidente tentativo di eliminazione definitiva dalla scena politica delle forze più attive e impegnate nelle sollevazioni del 2011.

Eppure…i controrivoluzionari, di ogni rango e colore, farebbero male, molto male a stappare lo champagne. Il movimento dei lavoratori in Egitto è rimasto in piedi, nonostante anche su di loro si sia abbattuta, con forza, la repressione governativa. Diversi sono stati infatti gli scioperi nella solita Mahalla al Kubra, ma anche a Helwan, per quanto le loro rivendicazioni in questo periodo siano rimaste prevalentemente di tipo economico. Con i lavoratori egiziani sono rimasti in piedi anche tutti i problemi sociali, politici ed economici, ovvero tutti i motivi che spinsero, nel 2011, milioni di egiziani a protestare e a cacciare Mubarak e soci. La repressione e la progressiva cancellazione delle libertà sono sotto gli occhi di tutto il mondo, così come sono evidenti le conseguenze della crisi economica, della disoccupazione galoppante e delle disuguaglianze crescenti.

In piedi e sveglia è rimasta però anche la memoria delle diciotto giornate rivoluzionarie del 2011 tra i giovani egiziani. Sì, parlo di quei “giovani” di cui ora non frega più niente a nessuno in occidente, dopo averli naturalmente osannati come “eroi della democrazia” solo quattro anni fa.

Iside Gjergji

Il pane e le rose delle donne del Maghreb

  • Martedì, 20 Gennaio 2015 12:29 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
20 01 2015

La povertà, l'ignoranza e l'estremo sfruttamento. Ma anche la consapevolezza di donne che, attraverso il loro lavoro, cercano qualcosa in più del semplice sostentamento.

La terra schiacciata da un cielo carico e minaccioso. Le case di pietra e mattoni a vista incorniciati dalla calce. Le donne rompono l’immobilità: abiti colorati, capi celati dalle stoffe, movimenti eleganti. Le mani sono spaccate. I visi scavati dal vento e dal sole. La povertà straripa violenta nelle aree rurali del Maghreb, dove possedere la terra è una prerogativa maschile, ma lo sfruttamento selvaggio della manodopera è una peculiarità che riguarda unicamente le donne. L’analfabetismo femminile raggiunge picchi del 70%. Molte donne non studiano o smettono. Mancano le strutture scolastiche. Spesso lavorare è l’unica alternativa alla fame.

Eco de femmes è un documentario. Bellissimo. Poetico. Duro. Racconta il seme del cambiamento. Trae il nome dall’omonimo progetto promosso da GVC Onlus che sostiene la nascita di cooperative agricole e artigianali come strumenti di emancipazione femminile.

Sei protagoniste: Zina, Cherifa, Halima, Fatima, Mina, Jamila. Sei storie di consapevolezza, di determinazione, di trasformazione, raccontate da Carlotta Piccinini.

Le donne sono assetate di conoscenza. Sanno di essere semianalfabete e per questo più esposte allo sfruttamento e alla manipolazione. Mostrano una lucidità disarmante. La conoscenza è il primo passo verso l’emancipazione. La conoscenza permette di non doversi affidare, riduce il rischio di essere ingannate, consente di pensare con la propria testa. Il lavoro rende indipendenti, regala dignità e una posizione sociale riconosciuta. Contribuire al budget familiare attenua le differenze di genere. Non regala lussi, se non quello di saziare la fame. Però rende un po’ più libere. Consente di comprare libri, quaderni e penne per mandare i figli a scuola. E a loro sì, tentare di offrire un futuro diverso.

«La condizione delle donne è grave: la povertà, l’ignoranza, l’analfabetismo sono i limiti che impediscono alle donne di partecipare e le mantengono in una condizione di dipendenza. Lo studio e la cultura sono gli strumenti per la conquista progressiva dell’emancipazione e dell’indipendenza. Strumenti contro un’ideologia che riduce le donne all’inferiorità e alla reinterpretazione della religione. Strumenti contro l’imposizione del pensiero comune. Una donna che non sa niente non è nessuno». Sono parole loro.

Le piccole cooperative sostenute da GVC Onlus compiono grandi miracoli. Le donne riescono a sottrarsi ai lavori agricoli più massacranti, spesso nocivi per la salute e svolti senza alcuna protezione. Usate come macchine. Per qualche dollaro. Studiano, imparano, insegnano, tramandano competenze. E così sorgono scuole che insegnano a leggere e a scrivere, rendendo le donne autonome dagli uomini nella lettura delle bollette come del Corano. Nascono attività artigianali legate alla tessitura dei tappeti e alla produzione di argan e cous cous. Contesti dove le donne si formano, conquistano un salario e una ragione riconosciuta per uscire dalle mura domestiche.

Queste donne sognano. Sognano di allargare la loro attività, di migliorarla. Sognano di includere le altre e aiutarle a emanciparsi. Sognano di cambiare il mondo.


Il documentario “Eco de femmes”, che nasce nell'ambito dell'omonimo progetto promosso da GVC Onlus, finanziato dall'Unione Europea e dalla Regione Emilia-Romagna, in collaborazione con il Comitato Europeo per la Formazione e l'Agricoltura Onlus (CEFA), le Réseau Tunisien de l'Economie Sociale (RTES) e le Réseau Marocain de l'Economie Sociale et Solidaire (REMESS), è stato realizzato grazie alla preziosa collaborazione di EleNfant, associazione di autori, registi, filmmakers e produttori indipendenti.

 

Per maggiori informazioni sul progetto: http://www.gvc-italia.org/eco_de_femmes.html

Sulla pagina Facebook si possono consultare le date e i luoghi delle proiezioni: https://www.facebook.com/pages/EleNfanT-FilM/65110506787?fref=ts

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