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l'Espresso
25 08 2014

La proposta di liberalizzare le droghe leggere lanciata dal grande scienziato dalle colonne del nostro giornale è stata accolta da critiche e consensi. Tra le voci contrarie, quelle della comunità di San Patrignano e di due docenti universitarie di tossicologia forense. Ma il radicale Cappato replica: "Alcool e tabacco sono più dannosi"

L’educazione è fatta anche di regole, quindi di divieti. A nostro avviso è giusto che lo Stato ponga dei paletti precisi senza abdicare al suo ruolo, abbandonando le famiglie sul fronte educativo». È forte e chiaro il no della Comunità di San Patrignano all’appello per la legalizzazione della marijuana lanciato l’8 agosto su “L’Espresso” da Umberto Veronesi.

L’articolo del grande scienziato, da decenni impegnato contro il proibizionismo, rinfocola le polemiche intorno alla liberalizzazione delle droghe leggere in Italia, mentre negli Stati Uniti continua a far discutere la clamorosa campagna intrapresa a fine luglio dal “New York Times” a favore della marijuana libera per chi ha almeno 21 anni, forte del sondaggio del Pew Research Center secondo cui il 54 per cento dei cittadini americani è favorevole. Tema in realtà molto controverso, anche negli Stati Uniti: se è vero, infatti, che a gennaio di quest’anno il Colorado e subito dopo lo Stato di Washington hanno autorizzato il consumo di cannabis ad uso “ricreativo”, la Casa Bianca ha duramente criticato la svolta antiproibizionista del quotidiano della Grande Mela.

Quanto all’Italia, uno dei cardini della tesi di Veronesi, che nell’appello sul nostro giornale sottolinea di essere «in quanto medico e padre oppositore convinto di tutte le droghe», è che bisogna passare da un’attività indiretta (vietare) a una diretta (educare).
«Lo Stato certamente può fare di più in merito alla prevenzione, ma non si ingannino le persone dicendo che in Italia questa attività non può essere effettuata a causa del proibizionismo», ribatte Antonio Boschini, responsabile terapeutico dell’organizzazione fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli, posizione condivisa dal comitato sociale che guida la comunità.

«I proibizionisti si buttano a capofitto nell’invocazione dello Stato come soggetto deputato a dare il buon esempio, o a non dare il cattivo messaggio della tolleranza nei confronti delle droghe: sempre di alcune, visto che l’alcol è pubblicizzato in ogni dove», replica Marco Cappato, capogruppo dei Radicali-federalisti europei al Comune di Milano, che da anni si batte per la legalizzazione della marijuana e delle altre droghe: «Questo modo di ragionare percorre la stessa strada che ha sempre portato allo Stato etico e al totalitarismo: la consegna alle istituzioni politiche, attraverso divieti e forze dell’ordine, della difesa del bene e della virtù».

Contro l’appello di Veronesi hanno preso carta e penna anche due scienziate: Elisabetta Bertol, ordinario di Tossicologia Forense all’Università di Firenze, e Donata Favretto, professore associato nella stessa disciplina all’ateneo di Padova, rispettivamente presidente e membro dell’Associazione scientifica Gruppo tossicologi forensi italiani. «Vogliamo liberalizzare totalmente la cannabis e le altre droghe? Decidiamo in tal modo di rischiare la vita o far salire i nostri figli su un treno, un pullman o una nave (ogni riferimento è voluto) condotti da personale che liberamente può essersi fatto una canna o un tiro di cocaina», scrivono le due docenti: «Ci vuole pensare il professor Veronesi alla ricaduta di questa totale “liberalizzazione” sulla sicurezza stradale? Gli effetti “piacevoli” di una “fumatina” di marijuana durano fino a due ore circa, ma gli effetti avversi, comportamentali e fisiologici, permangono fino a tre-cinque ore dopo l’uso».

Un argomento, quello della pericolosità della cannabis, che invece secondo gli antiproibizionisti non regge il confronto con altre sostanze. «Alcol e tabacco sono droghe più dannose da ogni punto di vista e secondo ogni parametro medico-scientifico», ribatte Cappato: «Ma sono liberalizzate senza che nessuno ne proponga seriamente la proibizione, al di fuori di regole ragionevoli e necessarie per impedire il consumo passivo e per disincentivare l’abuso, in particolare da parte dei minori. La guida in stato di ebbrezza da cannabis sarebbe certamente sanzionata anche in caso di legalizzazione, dunque non è un argomento. La realtà è che ogni prodotto che ingeriamo - alimento, bevanda, medicina, sostanza stupefacente - necessita di regole per consentire scelte libere, consapevoli e responsabili a seconda dei rischi. Se oggi esistono alcuni tipi di cannabis più potenti rispetto al passato, dipende dal fatto di aver lasciato alla criminalità organizzata il monopolio della produzione: se non verrà legalizzata, tra dieci anni la cannabis sarà ancora più potente».

Emanuele Coen

Strappare l'erba al proibizionismo. Corteo a Roma

  • Venerdì, 07 Febbraio 2014 09:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
07 02 2014

L'8 febbraio nella Capitale una manifestazione per l'abolizione della Fini-Giovanardi che intasa le carceri e favorisce le cosche.

«Il proibizionismo ha fallito, la "guerra alla droga" è persa, lo ha compreso tutto il mondo tranne quei pochi ancora barricati nell'ultima isola proibizionista in un mondo che volta pagina e accerchiati da un oceano antiproibizionista che sabato 8 febbraio manifesterà a Roma».

Alessandro Buccolieri, per tutti Mefisto, è il portavoce della Rete Legge Illegale, promotrice della street parade che attraverserà Roma tra 48 ore.

«Non si può, nel 2014, anche in buona fede, essere proibizionisti, perchè l'evidenza dei danni creati ed il potere delle narcomafie, è evidente. I fatti ci hanno dato, purtroppo ragione: un arresto in ogni famiglia. C'è un universo in movimento che reclama un approccio diverso al fenomeno del consumo di sostanze che il proibizionismo con le sue speculazioni trasforma in problema sociale invitiamo quindi il presidente del Consiglio Letta a fare retromarcia e a ritirare l'avvocatura dello stato da lui sollecitata a difesa della tanto socialmente devastante e odiata legge illegale».

Ieri, la presentazione ufficiale in Campidoglio della Campagna di Abolizione della Legge Fini-Giovanardi sulle droghe in vista del pronunciamento della Corte Costituzionale sulla incostituzionalità della Legge 49/06, dopo che diverse corti hanno bloccato i processi agli imputati e inviato la legge alla Consulta. Una legge che fu approvata con l'inganno parlamentare, by-passando i vincoli di costituzionalità sulla necessità e l'urgenza che sono i requisiti indispensabili che deve avere ogni decreto legge. Quel decreto conteneva norme sulla sicurezza per le Olimpiadi di Torino. Durante la discussione alle Camere il Governo Berlusconi introdusse un'intera legge di impianto punitivo e proibizionista sulle sostanze stupefacenti. Sono intervenuti oltre a Mefisto, Patrizio Gonnella di Antigone, Giorgio Bignami di Forum Droghe, Valeria Grasso, imprenditrice antimafia di "Legalità è Libertà".

«Dagli ultimi dati risulta che il 40% dei detenuti è in carcere per la Legge Fini-Giovanardi. La maggioranza di governo è sotto ricatto da parte della compagine nella quale Giovanardi ha ancora una posizione rilevante - ha detto Gonnella con una certa indulgenza verso il Pd che in verità non ha mai dato sfoggio di una concreta cultura antipro - Noi non ci accontentiamo dell'abrogazione della legge per ragioni etico-filosofiche, di politiche anticriminalità, per ragioni legate all'affollamento delle carceri. La manifestazione dell'8 febbraio andrà oltre questo passaggio, verso la depenalizzazione. Noi non siamo estremisti. Lo siamo come lo sono l'Uruguay ed il Colorado». "Nessun altro paese europeo ha così tanti detenuti per reati connessi alle sostanze illegali - ricorda l'appello stilato il 15 dicembre scorso dai promotori - la pesante criminalizzazione dei consumatori stride di fatto con l'impunità riservata dal nostro sistema giudiziario ad autori di reati di ben altra natura, i cui effetti nuocciono alla salute della società intera, come se le categorie da individuare e perseguire fossero pre-costruite a suon di stigma". «La tabella unica delle sostanze rappresenta un falso scientifico - ha spiegato Bignami - Non esiste sostanza farmacologicamente attiva di cui non esista possibilità di abuso. Questa concezione è un attacco diretto alla Costituzione».

Valeria Grasso, imprenditrice antimafia non avrebbe «mai pensato di aderire ad un'iniziatica come questa. Ma sono cambiata dopo la mia esperienza. Il compromesso con la mafia è un compromesso di morte. Ho deciso di portare, tra i giovani, nelle scuole, la mia testimonianza. Ho incontrato figli di detenuti che mi hanno fatto avvicinare a queste problematiche. La cosa che mi ha colpito sono gli effetti medici e che la cannabis non ha mai provocato alcun morto. Finora ho avuto le idee confuse o forse me le hanno confuse volontariamente. Mi farò promotrice perciò di questa battaglia, perchè così si potranno sottrarre tanti ragazzi dalla strada, dove trovano guadagni facili. Vorrei lanciare un appello alle mamme, perchè comincino a vedere un mondo diverso».

Sabato, a Roma, scenderà in piazza l'Italia dei diritti, dalla galassia dell'autorganizzazione, con i centri sociali da tutto il paese all'associazionismo di base, dalla rete degli operatori di riduzione del danno, con le loro cooperative e comunità di accoglienza fino ai comitati della lotta alle mafie, tutti insieme per dire che "Questa legge è illegale e il suo costo è reale".

Ci saranno, tra gli altri, i promotori della campagna "Tre leggi per la giustizia e i diritti" forti di decine di migliaia di firme anche per l'abrogazione della legge Fini-Giovanardi, oltre che contro la tortura, che in Parlamento non han trovato granché ascolto. Per far cessare la vergogna dell'intasamento delle prigioni basterebbe separare il reato di possesso da quello di spaccio ma «dal dl carceri è stata stralciata proprio la parte che riguarda l'ingiusta detenzione dei tossicodipiendenti - spiegano Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, e Giovanni Russo Spena, responsabile Giustizia del Prc - Questo sarebbe stato un provvedimento vero ma evidentemente in Italia anche il carcere è di classe, se sei ricco e tossicodipendente te ne stai fuori, se sei povero e non hai i soldi per gli avvocati stai a marcire in galera. A questo punto per tenere fede agli impegni presi con l'Unione europea le uniche misure praticabili sarebbero l'amnistia e l'indulto».

Checchino Antonini

Fletzer sulla manifestazione dell'8 Febbraio (con premessa)

  • Martedì, 04 Febbraio 2014 12:01 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
04 02 2014

Ma insomma, le femministe cosa dicono? La domanda sbuca fuori da ogni dove, mail e telefono e social e luoghi di lavoro. Che fa il femminismo? Perché non parlate? La risposta, l’unica possibile, dovrebbe essere: ” e tu che fai?”. E poi bisognerebbe aggiungere che sono mesi, anni, lustri, decenni che si parla fino allo sfinimento, e non è certo di un virgolettato che si ha bisogno, buono per farcire un articolo sui grillini o sui deputati maneschi o sui comunicatori che non sono in grado di comunicare. Perché anche il parlato o lo scritto (come ieri si è fatto qui), alla fine scivola via dopo aver appagato i richiedenti, e finché quel parlato e scritto non diventa pratica comune e racconto comune delle femministe e delle non femministe, degli uomini e delle donne e di tutti, poco cambia.
Inoltre, qui si ha una vecchia convinzione: la cosiddetta questione femminile, come detto in mesi, anni, lustri, decenni, è l’osservatorio privilegiato per affrontare le diseguaglianze e il venir meno dei diritti. Per me, naturalmente. Proprio per questo, oggi torno ad affrontare la questione della Fini-Giovanardi. So che interessa poco, nè si riesce a suscitare discussioni anche critiche come quella innescata da David Brooks sul New York Times. Però si insiste, ospitando questo intervento, scritto per Lipperatura da Enrico Fletzer di Encod. Buona lettura.

Sarà l’aria canapina a portare via la Legge Fini-Giovanardi?
di Enrico Fletzer

Come in altri Paesi c’ è la sensazione che qualcosa potrebbe cambiare per quanto riguarda le politiche sulla cannabis. Il vento nuovo è dovuto alla tendenza che si sta verificando nelle Americhe. Un passaggio in atto a causa della crisi dei partiti politici tradizionali nel vecchio continente.
Noi stiamo assistendo a notevoli cambiamenti di opinione, ma il rischio è che alla fine non cambi nulla. Ad esempio, con un lifting superficiale del nostro sistema carcerario dopo le sentenze della Corte europea che l’esecutivo cercherà di schivare.
Sono state molte le dichiarazioni in favore della decriminalizzazione del consumo e della coltivazione di cannabis provenienti da attori politici inaspettati. E’ l’opinione pubblica che può rendere la tendenza positiva. Ma anche le comunità locali, visto che il Consiglio comunale di Torino ha votato una proposta sulla cannabis che viene discussa in altre città. Quotidiani conservatori come La Stampa e il settimanale Panorama hanno dichiarato che circa il 90 per cento dei loro lettori erano a favore di una regolamentazione della cannabis. Il dibattito è aperto, includendo il punto di vista di alcuni famosi intellettuali specializzati in storie di mafia.
In Italia, l’ex capitale della canapa dell’Europa occidentale, c’è finalmente qualche segno di ottimismo. A Bologna gli anziani direbbero che sentono un’aria un po’ canapina. Questo è particolarmente vero per gli attivisti italiani che stanno attendendo l’11 febbraio, quando la Corte Costituzionale deciderà la costituzionalità delle leggi sulle droghe, passate contraddicendo il principio di proporzionalità con la folle equiparazione della cannabis con l’eroina. Quindi la legge Fini-Giovanardi rappresenta un caso di macelleria giuridica nonostante il veto tutto politico posto alla sua cancellazione dal ministro Letta tramite l’Avvocatura di Stato. La legge è decisamente una truffa ai danni dei cittadini e del Parlamento per ragioni ricordate da quattro tribunali italiani.
Questa è la ragione per cui le eccezioni di incostituzionalità sono state considerate legittime. Un argomento utilizzato dai legali nei processi relativi alla cannabis. Per questo il movimento antiproibizionista ha immediatamente dichiarato la legge illegale.
Con l’abolizione della legge le cose tornerebbero al regime del 2006. Ma occorre fare passi ulteriori come l’apertura di cannabis social club e delle politiche di riduzione del danno di tutte le droghe legali ed illegali.

La bocca della verità, luogo di partenza e di conclusione della manifestazione nazionale di sabato 8 febbraio per la cancellazione della legge, ha un forte valore simbolico. Secondo la leggenda Virgilio Grammatico l’aveva costruita affinché mordesse il bugiardo che osava infilare le mani nel buco. In questo caso i bugiardi sono quelli che sostengono che in Italia non si finisce in carcere per canapa. Con una certa continuità l’Italia continua a finanziare un Dipartimento Antidroga che pare una riedizione del Minculpop. Il suo direttore, il dottor Serpelloni, continua a sfidare il barbuto dio Oceano raffigurato nella bocca della verità.
Le leggi che illegalizzano piante e persone hanno contribuito all’attuale disastro. Nel 2011 il 41,5 per cento della popolazione carceraria è reclusa per droga : 27.947 su 67.394. Spesso detenuta in celle di meno di tre metri quadrati e sottoposta a isolamento. Questa è la ragione per cui la Corte europea considera il nostro paese recidivo nella somministrazione di trattamenti inumani e degradanti.
I costi di questa legge illegale sono insostenibili. Nel 2011 l’Italia ha speso due miliardi in repressione di cui 48,2 in strutture detentive, 18,7 in operazioni di polizia e 32,6 nel sistema giudiziario. Ma questa repressione ha creato un mercato nero che fa incassare 60 miliardi alle organizzazioni illegali.
Mauro Palma, del Comitato prevenzione della tortura, ha recentemente comparato l’Italia con la Germania. In questo paese ci sono 8000 detenuti per delitti legati alle droghe rispetto ai 14000 italiani di cui 9000 per cannabis.Non bisognerebbe neppure sorvolare sulla discrepanza tra gli 8500 detenuti tedeschi per crimini economici rispetto agli equivalenti 150 italiani, in un paese dove la corruzione sembra avere un peso molto più importante.
Se non ora, quando sarà possibile un ritorno delle politiche italiane verso standard europei? Come recita un immaginario paragone calcistico per ora la situazione è la seguente: Italia 1-Uruguay 4.

#LalcolNonStupra. Bere non è un crimine. Stuprare lo è

  • Martedì, 27 Agosto 2013 09:19 ,
  • Pubblicato in Flash news

Un altro genere di comunicazione
26 08 2013

L’alcol riscalda, disseta, ubriaca. L’alcol rende euforici o malinconici.
Se assunto in quantità eccessive, procura danni al fegato e impotenza, cirrosi epatica o dipendenza.
Ma non stupra.
Non c’è mai stato un caso di stupro ad opera di un cocktail o di una bottiglia di birra.

L’alcol non stupra, non lo fa nemmeno la minigonna o gli shorts. Gli stupri li compiono solo gli stupratori.
Il prefetto di Lecce non sembra pensarla così. Quindi dopo gli ultimi casi di strupro in Puglia, in particolare sulla costa salentina, ha deciso, di fermare alcolici e happy hour, d’ accordo con i gestori dei locali notturni, per “fermare l’emergenza”.

Divieto di somministrazione di superalcolici, riduzione del numero delle feste autorizzate e con un numero di partecipanti limitato.
Giuliana Perrotta, prefetto di Lecce, si era infatti scagliata giorni fa contro l’uso smodato di alcol riferendosi agli ultimi atti di violenza:
“Girano bottiglie di superalcolici da dieci litri, con violazioni, tra l’altro, della normativa fiscale. Situazioni che poi finiscono col generare episodi di violenze sessuali, presunte o meno che siano, ai danni di ragazze che vengono travolte da tutto questo“

Insomma l’alcol è il responsabile delle violenze e in quanto tale viene bandito.
Nè il prefetto, nè i giornalisti che riportano la dichiarazione spendono una sola parola per ricordare che la causa delle violenze sessuali è invece a cultura sessista in cui galleggiano le generazioni italiane, lo svilimento costante delle donne quali semplici oggetto di sguardo e di consumo del genere maschile.
Questo sì, anche nelle pubblicità degli alcolici.
Gli uomini bevono e poi stuprano. Le ragazze bevono e si fanno stuprare.

Si parla di emergenza da fronteggiare e si rinnova il proibizionismo.
Ennio Cillo, procuratore aggiunto di Lecce rivela poi un passaggio fondamentale:
“I casi di violenza sessuale sui quali stiamo indagando non sono peculiari ad un allarme specifico su Gallipoli ma piuttosto sintomo di un disfacimento dei costumi che si sta registrando dovunque”

Si tratta quindi di un’ emergenza morale, “un disfacimento dei costumi” annunciato con la disarmante semplicità di una cultura che ancora considera lo stupro reato contro la morale e non contro la persona.

Un’emergenza falsata inoltre, perchè numeri e generazioni dimostrano come la violenza sulle donne sia strutturale, connaturata al sistema di dominio patriarcale e di cultura maschile e maschilista del nostro Paese.

Si tratta quindi più che del “disfacimento dei costumi”, del consolidamento di quelli strettamente legati alla cultura maschilista che genera violenza e della continua colpevolizzazione di quelli femminili, perchè le donne o hanno la minigonna, o hanno bevuto, comunque sono colpevoli, comunque vanno difese da se stesse.Non dagli stupratori, ma dalle situazioni in cui potrebbero mettersi.

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