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la Repubblica
27 03 2014

Una nuova ricerca Usa anticipa la genesi della malattia alla fase della gestazione, escludendo così cause 'esterne' successive. Conclusioni che arrivano proprio mentre in Italia è polemica sull'inchiesta di Trani e sull'ipotesi di un legame della patologia con il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia. Nuovo intervento dell'Istituto superiore di sanità per rassicurare le famiglie: "L'autismo inizia nel grembo materno da difetti nello sviluppo della corteccia cerebrale"

L'autismo 'inizia nel grembo materno' con alcuni difetti nelle prime fasi dello sviluppo della corteccia cerebrale, insomma quando il cervello prende forma e le diverse 'famiglie' di neuroni si organizzano in strati connettendosi tra loro. E' la tesi cui è giunto uno studio sul cervello di bambini autistici e sani condotto presso l'Università di San Diego, pubblicato sul New England Journal of Medicine.

I ricercatori californiani hanno creato il primo modello tridimensionale che 'visualizza' le parti del cervello autistico in cui vi sono frammenti di corteccia non sviluppati secondo il normale schema in cui si organizza la corteccia, in sei strati di cellule diverse.
La corteccia cerebrale umana gioca un ruolo centrale in meccanismi o funzioni mentali cognitive complesse come pensiero, coscienza, memoria, concentrazione, linguaggio. Durante lo sviluppo fetale essa si organizza con un processo complesso in cui le cellule fetali si spostano e prendono la propria posizione finale organizzandosi a formare sei strati di cellule. Ciascuno strato cellulare si differenzia dagli altri assumendo una 'identità genetica' precisa che resta immutata fin dopo la nascita e che quindi si può riconoscere facilmente analizzando un pool di geni ad hoc.

E' proprio ciò che hanno fatto i ricercatori Usa: hanno confrontato l'identità genetica dei neuroni della corteccia di cervelli di bambini (tra i due e i 15 anni) sani ed autistici deceduti e dal confronto sono emerse spiccate differenze: nel cervello autistico sono 'visibili' con l'esame genetico dei frammenti di corteccia non organizzati correttamente nei sei strati cellulari. Questi frammenti di corteccia dal mancato sviluppo si localizzano in regioni del cervello già note per avere un ruolo nell'autismo.
Quindi, secondo lo studio, la malattia inizia nel feto durante le delicatissime fasi di sviluppo della corteccia.

Sul piano teorico, le conclusioni della ricerca sarebbero sufficienti ad archiviare un'inchiesta come quella aperta in Italia dalla procura di Trani, su denuncia di due famiglie, sulla possibile incidenza del vaccino trivalente (contro parotite, rosolia e morbillo) nell'insorgenza dell'autismo e del diabete; inchiesta sulla quale sono subito nate grandi polemiche.

Il caso Italia - Anche oggi, il ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin, ha espresso preoccupazione per il numero delle telefonate ricevute dal ministero da genitori preoccupati dai possibili effetti del vaccino trivalente, mentre l'Istituto superiore di sanità è tornato ad escludere qualsiasi collegamento tra il trivalente e l'insorgere di patologie dello spettro autistico.

"La presenza di una possibile associazione causale tra vaccinazioni e autismo è stata estensivamente studiata e non è stata evidenziata alcuna correlazione - ha scritto in una nota Stefania Salmaso, direttore del centro di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell'Iss - . L'ipotesi che la vaccinazione antimorbillo-parotite e rosolia (Mpr) in particolare possa essere associata ad autismo è stata sollevata negli anni Novanta da uno studio inglese pubblicato nel 1998 su Lancet. L'ipotesi è stata successivamente valutata da numerosi studi condotti sia in Europa che negli Usa, ma nessuno di questi ha confermato che possa esserci una relazione causale tra vaccino Mpr e autismo. Gli stessi autori dello studio inglese hanno successivamente ritirato le loro conclusioni e nel 2010 la rivista Lancet ha formalmente ritirato tale articolo".

Il Fatto Quotidiano
14 03 2014

In un futuro non troppo lontano le donne potranno riprodursi senza dover tenere in grembo l’embrione per 9 mesi e senza i dolori del parto: ci sarà un utero artificiale esterno che porterà avanti la gestazione al loro posto. Non avranno nemmeno più bisogno degli spermatozoi maschili per la fecondazione.

Come accaduto per la topolina Kaguya, concepita in un laboratorio dell’università di Tokyo nel 2004, basterà fondere due cellule riproduttive femminili per ottenere un ovulo da impiantare nell’utero. La partogenesi umana, immaginata nei modi più diversi nei libri di fantascienza femminista, sarà dunque realtà. Per avere figli maschi si ricorrerà a cromosomi creati in laboratorio. Gli scienziati si stanno dando già da fare, preoccupati come sono dal declino del cromosoma Y (che rende l’uomo fertile e l’embrione maschio) che “sta lentamente e inesorabilmente morendo; oggi gli restano solo 45 geni degli oltre 1400 che aveva quando prese avvio la specie umana”.

Queste e molte altre visioni da uno stadio postumano della riproduzione – una fase storica in cui diventa sempre più difficile distinguere ciò che è naturale da ciò che è modificato o creato dall’uomo – sono descritte nel dettaglio e con numerosi esempi nel libro di Aarathi Prasad, genetista inglese quarantenne, per anni ricercatrice all’Imperial college di Londra.

Il suo saggio, pubblicato in Italia con il titolo “Storia naturale del concepimento. Come la scienza può cambiare le regole del sesso” (ed. Bollati Boringhieri, 22 euro), è uscito un anno e mezzo fa in Inghilterra e ha fatto discutere. Prendendo le mosse dalla storia e dalle ricerche sui cosiddetti “parti verginali”, cioè le nascite che avvengono senza la fecondazione, eventi possibili o frequenti in alcune specie animali tra cui api, vespe, tacchini, squali, la scienziata dimostra che i meccanismi della riproduzione umana sono destinati a cambiare radicalmente a causa della scienza.

E questo porterà a una vera e propria rivoluzione: “Nel corso dei secoli, i ruoli sessuati assegnati in base al genere sono stati usati per opprimere le donne e giustificare i pregiudizi contro gli omosessuali. Se possiamo fare figli senza ricorrere al sesso, le strutture famigliari che abbiamo imparato a considerare tradizionali potrebbero cambiare e diventare irriconoscibili”. Un’ipotesi che fa storcere il naso a tutte (femministe comprese) e a tutti quelli che pensano che l’identità femminile non possa e non debba essere svincolata da quella di madre ma che di fatto si avvicina allo scenario della fine del genere teorizzato da pensatrici come Donna Haraway e Rosy Braidotti.

La soglia della riproduzione tradizionale è già stata varcata nel momento in cui le donne, soprattutto nelle aree più ricche del mondo, hanno smesso di fare figli “secondo natura”. Gli anticoncezionali, l’ottenimento di diritti fondamentali come il voto e l’entrata nel mercato del lavoro hanno permesso loro di dedicarsi ad aspetti della vita un tempo tipicamente “maschili”, come lo studio, la capacità di procurarsi un reddito, la carriera, ritardando (e in certi casi saltando del tutto, per una libera scelta) il momento della maternità.

Lo slittamento dell’età della riproduzione comporta una serie di conseguenze – tra queste: difficoltà a restare incinta o a portare avanti la gravidanza e rischio più alto di malformazioni e di malattie del feto- che hanno spinto gli scienziati e il mercato della salute a mobilitarsi per cercare soluzioni che stanno aprendo scenari inediti per il futuro dell’umanità.

L’utero artificiale esterno, a cui Hung-ching Liu, ricercatrice del Centro di medicina riproduttiva della Cornell University di New York, sta lavorando da oltre 10 anni e la creazione di ovuli e spermatozoi artificiali, che potrebbero anche liberarci dalle pesanti eredità genetiche causa di diverse malattie, sono solo alcuni dei molti esempi citati da Prasad. Si tratta ovviamente di soluzioni riservate soltanto a chi sarà interessato (e a chi potrà permetterselo), sottolinea la Prasad, che confessa di non capire lo scetticismo dimostrato da gran parte dell’opinione pubblica di fronte ai progressi scientifici a cui stiamo assistendo. “E’ divertente quando sento le persone che definiscono ‘naturali’ certe cose e altre no. Ma naturali in che senso e rispetto a cosa? Noi esseri umani pensiamo di essere al culmine della nostra evoluzione ma la verità è un’altra: siamo ancora in fase di adattamento”.

Stefania Prandi

La guerra al cancro

  • Venerdì, 07 Marzo 2014 14:38 ,
  • Pubblicato in Flash news

l'Unità
07 02 2014

La ricerca italiana trova l' "interruttore" delle cellule tumorali del colon-retto.

Sono le cellule staminali tumorali a governare sia la formazione del cancro sia le metastasi. Il tumore è infatti costituito da cellule diverse. La gran parte è capace di proliferare in maniera limitata.

Ma c'è una piccola quantità di cellule che, invece, si moltiplica molto velocemente e illimitattamente, determinando sia la crescita del tumore sia la sua diffusione per metastasi. Queste cellule sono state scoperte di recente e sono state chiamate, appunto, cellule staminali tumorali.

Le cellule staminali tumorali sono presenti anche nel cancro al colon-retto. ...

Figlie delle stelle (Giovanni Bignami, L'Espresso)

Ma la lotta delle donne per affermarsi nella scienza, anche molto dopo Ipazia, è sempre stata dura. In più di un secolo di vita del Nobel, ci sono stati 196 premi per la Fisica, e solo 2 (due!) sono stati assegnati a donne. ...
Le donne medico attive sono ormai una maggioranza assoluta che crescerà grazie alle donne iscritte alla facoltà di medicina (mediamente il 70%). A medicina invariante non è ancora chiaro se questo dato ha le caratteristiche di un turn over di genere o se al contrario ha quelle di un fenomeno. ...

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