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Rapinatori inseguiti e uccisi: boom di mi piace sul web

  • Venerdì, 06 Settembre 2013 13:42 ,
  • Pubblicato in Flash news

Linkiesta
06 09 2013

Il web, come pure l'opinione pubblica, si è diviso: tra chi dà ragione al ragazzo che, dopo una rapina, ha inseguito i suoi rapinatori per vendicarsi e chi invece no.

La storia la conoscete: Napoli, Via Posillipo; una coppietta è in macchina e viene fermata da due ragazzini in motorino, gli rubano i cellulari, poi scappano. Di qui alla tragedia - la vera tragedia - il passo è breve, brevissimo: una corsa che parte dalla zona alta del capoluogo partenopeo e finisce al suo centro, un fuggi-fuggi che si conclude nel peggiore dei modi. Con la morte dei due giovanissimi rapinatori e l'accusa di omicidio del loro inseguitore/vittima.

Ieri, pubblicato in anteprima su Il Mattino, è stato diffuso il video di questo inseguimento e i mi piace, come pure le condivisioni e i commenti, sono letteralmente fioccati: ancora una volta, la gente ha avuto quello che voleva e cioè poter guardare, vedere e giudicare. Come quando al Colosseo i romani decidevano sul destino dei combattenti: nel nostro caso però il pollice è virtuale, blu e stampato su una pagina di facebook.

La domanda che sorge spontanea è: condividere un video, farlo rivedere più e più volte, venderlo come anteprima e imporsi sugli altri giornali per un'esclusiva che non c'è, è veramente giusto? O forse no? O forse, molto più semplicemente, andava lasciato solo il resoconto di un fatto di cronaca, senza che venissero aggiunti dettagli come questo?

Il giornalista che ha scritto l'articolo vi dirà che ce ne era bisogno; che la gente doveva sapere. Ma cosa?, mi chiedo io. Doveva sapere della rabbia umana, della frenesia e della continua e bestiale ricerca della vendetta? Dei pali divelti, dell'inseguimento, dei corpi sbattuti come uova su un marciapiede, dei vetri distrutti e di un automobilista che ha visto tutto e che non si è fermato? La gente doveva veramente sapere tutto questo?

Il giornalismo - io credo - dovrebbe dare informazioni: informazioni essenziali, informazioni senza le quali sarebbe difficile vivere e scegliere i propri governanti. Il giornalismo non dovrebbe giocare al ribasso; inseguire una notizia finché ti dà notorietà e visibilità. Se non ci fosse stato internet, con i suoi social network, questo video, forse, non sarebbe mai apparso: o magari sì, in tv, ma solo per un secondo - per via di quell'etica dei contenuti sensibili.

Oggi, con internet, siamo davanti all'ennesimo circo: c'è chi muore e chi perde; chi va in galera, soffre, uccide; e c'è chi, nascosto dietro il suo computer, vede, giudica, pensa - e sentenzia. Come un giudice nella sua corte, ma senza martelletto o scranno: basta una poltrona, un mouse e uno schermo. E il gioco - perché per certi questo è - è fatto.

Gianmaria Tammaro


 

Le immagini dovrebbero dar da pensare ai clickactivist, ovvero a coloro che combattono ogni possibile battaglia comodamente seduti davanti al proprio computer. Nella prima fotografia c'è una donna con un bambino morente fra le braccia. ...

Corriere della Sera
28 08 2013

Mona Eltahawy, giornalista egiziana di New York, ha trasformato il suo profilo Twitter in un luogo di dibattito sul velo nel mondo islamico. L’esperta di mondo arabo, 46 anni, ha raccontato ai suoi 184 mila follower di aver indossato per nove anni un foulard per coprire la testa: «otto dei quali — ha dichiarato — volevo toglierlo ma non ci riuscivo». «Vergogna e senso di colpa» le hanno impedito per tanto tempo di affrontare serenamente la questione. Fino a domenica sera, quando ha scelto di farlo su Twitter. 

A 25 anni Mona decide di non usare più il foulard: «Ho capito che non era un requisito necessario per sentirsi musulmana e non volevo ci fosse differenza tra la me che si vedeva dall’esterno e chi sono davvero», ha scritto sul social network, sottolineando che a spingerla ad affrontare il tema sono state le richieste di tante giovani confuse. Molte di quelle erano online domenica a discutere del significato culturale e personale del velo.

I racconti di donne alle prese con abaya, hijab, jilbab, selezionati da Eltahawy, si sono diffusi rapidamente in rete con il risultato di rendere più «vicino» un argomento controverso e giudicato spesso con troppa superficialità.

È la libertà presunta o reale di Internet, come ricorda un tweet di @al_masani, tra le protagoniste del dibattito: «Porto il nijab quando sono in Egitto, ma non in Canada e non lo porto online».

Tante le esperienze raccontate in 140 caratteri: dalla studentessa costretta dalla madre a coprirsi, a quella che vuole portare il velo nonostante i genitori; c’è chi difende con orgoglio la scelta e chi al contrario la vede come un segno di prigionia. Identità e sicurezza emergono come i due elementi caratterizzanti di tutte le esperienze. A seconda dei casi, il velo appare come lo strumento capace di dare e togliere identità, e di proteggere le donne dalle violenze del mondo degli uomini.

C’è anche spazio per qualche sorriso: «Le prime settimane a volto scoperto — ha scritto Eltahawy — andavo in giro con dei capelli terribili, non volevo che la gente pensasse che la mia scelta dipendesse dal look».

Serena Danna

Corriere della Sera
31 07 2013

ROMA - L'appuntamento al buio è finito in un incubo. Una ragazza di 17 anni e' stata aggredita da un giovane di due anni più grande, conosciuto solo poche ore prima su un social network per smartphone molto frequentato, che ha tentato di violentarla sulla sua auto dopo una serata trascorsa insieme a Sacrofano, vicino Roma. L'aggressore, che abita a Monte Sacro, e' stato arrestato dai carabinieri della compagnia Cassia all'alba di mercoledì: è sospettato di aver commesso altre violenze dello stesso genere.

L'INVITO «GALANTE» - La vicenda e' iniziata martedì mattina quando i due ragazzi sono entrati in contatto sul social network. Si sono scambiati informazioni e fotografie, poi - come in un copione gia' scritto - lui ha invitato lei a uscire per la stessa sera. La diciassettenne, di Sacrofano, ha accettato e i ragazzi si sono incontrati a cena dopo che il diciannovenne, che fa lavori saltuari, e' andato a prendere la giovane a casa. Alla fine della serata lui ha tentato qualche avances rifiutate dalla giovane che a quel punto e' stata aggredita.

E' RIUSCITA A SCAPPARE - Il ragazzo ha tentato di immobilizzarla e spogliarla, poi l'ha picchiata. La vittima - poi medicata in ospedale e dimessa con 10 giorni di prognosi - si e' difesa ed e' riuscita a scappare. I carabinieri sono intervenuti subito dopo e hanno identificato l'aggressore che nel frattempo era tornato a casa dove stava cancellando tutti i messaggi sul telefonino che e' stato sequestrato.

Corriere.it
30 07 2013

La battaglia della free lance Criado Perez. Un «tasto» sul social network per denunciare gli abusi.

LONDRA - «Abbiamo fatto cambiare idea alla Banca d'Inghilterra, possiamo farlo con Twitter». Detto (twittato) fatto. Caroline ha vinto due volte. I guru del microblog made in Usa, davanti a una petizione online firmata da 60 mila persone, hanno accettato di inserire un «bottone» rapido per la denuncia di abusi verbali. Pochi giorni prima era stata la banca centrale di Londra a capitolare, accettando una donna sulla banconota da 10 sterline (Jane Austen al posto di Charles Darwin). Nel giro di una settimana la blogger Caroline Criado-Perez, 29 anni, è diventata la più famosa delle nuove femministe d'Oltremanica, una schiera di attiviste che usano la Rete per campagne mirate e impossibili. Donne come Laura Bates, 26 anni, che ha diretto la protesta dell'Everyday Sexism Project contro le immagini misogine di Facebook, o come Lucy-Anne Holmes, 36 anni, che guida la crociata per far sparire le immagini in topless dai tabloid.

INTERNET E SUFFRAGETTE - Tra tutte Caroline Criado-Perez, che studia per un Master sulle disuguaglianze di genere alla London School of Economics e ha cofondato thewomensroom.org.uk , è la più esposta. Non ha fatto in tempo a godersi il successo sulla maschilista Banca d'Inghilterra che è stata vittima di un attacco organizzato su Twitter. Cinquanta tweet violenti all'ora, per 12 ore: minacce di stupro, volgarità. Quando ha annunciato che si rivolgeva alla polizia, nuovi insulti: «Così si sprecano i soldi pubblici», «Chi credi di essere, Madre Teresa?», «Tanto ti stupriamo lo stesso». Uno degli autori sospetti, un ventunenne di Manchester, è stato arrestato e rilasciato ieri su cauzione. La giustizia prevede il reato di violenza su Internet. Ma per le/gli attivisti pro-Caroline non è abbastanza: Twitter deve fare di più per individuare ed eliminare i cosiddetti troll . All'inizio la blogger ha scritto a Mark Luckie, responsabile del settore news a New York, che non ha risposto, mentre un portavoce cercava di chiudere il caso: «Sospenderemo gli account che non rispettano le nostre regole».

LA RISPOSTA DI TWITTER - Il caso però non si è chiuso. È diventato una valanga: proteste da media nuovi e vecchi, siti e giornali, tv e politici. L'offesa forse peggiore proprio da Caroline, che alla Bbc ha detto: «Twitter non capisce come funziona la Rete». Su Change.org 60 mila persone hanno approvato la petizione per chiedere a Twitter un «bottone» per denunciare i messaggi violenti (così come basta un clic per seguire qualcuno, senza la procedura attuale che prevede un modulo da riempire online). La ministra dell'Interno ombra, la laburista Yvette Cooper, domenica ha tuonato: la risposta di Twitter è inadeguata e non protegge le donne vittime di messaggi violenti. La valanga ha costretto il sito di San Francisco a tornare sui propri passi, promettendo un bottone di «denuncia abusi» per tutte le piattaforme, un po' come quello già in funzione sugli ultimi iPhone. A questo punto non è chiaro se avrà seguito la proposta di boicottare Twitter per 24 ore, avanzata dall'editorialista Suzanne Moore (data prevista 4 agosto, giornata dell'amicizia). Brooke Magnanti, non dimenticata autrice delle Avventure intime di una squillo londinese , è contro il boicottaggio che definisce «attivismo da poltrona». Proprio quel genere di attivismo che le nuove femministe sanno usare così bene.

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