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Il figlio del boss che sceglie lo Stato

  • Giovedì, 08 Maggio 2014 08:52 ,
  • Pubblicato in Flash news
Corriere della Sera
08 05 2014

Il padre boss ucciso in una faida, un fratello ergastolano al 41 bis, altri due fratelli pure in carcere per 'ndrangheta: a 16 anni con iniziativa senza precedenti, i giudici minorili di Reggio Calabria lo avevano tolto dalla famiglia per sottrarlo alla cultura criminale e fargli conoscere un'alternativa in una comunità di Messina e con i volontari di "Addiopizzo".

Ora il ragazzo dei Cordì di Locri scrive al Corriere: "Credevo che allo Stato non importasse niente delle persone, invece ho conosciuto uno Stato diverso che mi sta dando possibilità al posto di una strada per forza. Ma io voglio scegliere una vita diversa". ...

Che razza di Stato

  • Venerdì, 02 Maggio 2014 13:05 ,
  • Pubblicato in Flash news

la Repubblica
02 05 2014

di Valeria Fraschetti 

Quei diritti fondamentali negati per legge

Producono l’11% del Pil (Prodotto interno lordo), ma lo Stato non è incline ad assumerli. Ci stanno pagando le pensioni, ma per la previdenza sociale sono figli di un Dio minore. Mantengono il nostro bilancio demografico positivo, ma non sempre hanno diritto a bonus bebè e alloggi popolari. Versano le tasse, ma sono costretti a pagare altri balzelli per il semplice fatto di non essere italiani. Potrebbero salvarci dalla crisi economica, ma ci sono parlamentari che gioiscono nel vedere i barconi affondare.

Non c’è bisogno di andare allo stadio per trovare un’Italia razzista: basta osservare lo Stato. Scandagliare leggi nazionali e ordinanze locali, affacciarsi nelle questure, registrare dichiarazioni politiche, monitorare la burocrazia. È una forma di intolleranza più subdola, non sempre evidente. Ma ha un nome: discriminazione istituzionale. Uno scandaloso insieme di politiche, norme e negligenze che designa una linea di demarcazione tra italiani e stranieri, in barba ai principi sanciti dalla Costituzione.

Per chi sceglie l’Italia come casa, i Cie (Centri di identificazione ed espulsione) sono solo il primo assaggio di un percorso fatto di privazioni di diritti e di doveri “ad immigratum”. Come evidenzia anche nel suo ultimo rapporto l’Unar, l’Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali che dal suo call center raccoglie decine di segnalazioni ogni giorno, “nonostante la robusta legislazione anti-discriminazione posta in essere a livello nazionale con il Testo Unico Immigrazione, hanno trovato largo spazio forme di discriminazione istituzionale che hanno gravemente minato una politica di pari opportunità”. Forme di discriminazione provocate da un atteggiamento corsaro dello Stato, che sfrutta l’ambiguità delle leggi, credendo magari di far proprie le istanze dell’opinione pubblica.

I diritti negati

La prima linea è quindi quella delle amministrazioni comunali. Nel ricco almanacco delle iniziative municipali dal sapore discriminatorio è finito ad esempio il Comune di Tolentino, Macerata, che a settembre 2013 ha deciso di dare punteggi aggiuntivi per le graduatorie d’accesso agli asili nido comunali ai lungo-residenti, danneggiando indirettamente gli stranieri che, statisticamente, hanno meno anzianità di residenza. Nel frattempo a Pordenone una delibera (sinora inapplicata) ha stabilito un tetto del 30% per gli stranieri nei nidi d’infanzia. Sempre sul tema accesso ai nidi, basta richiedere il codice fiscale nella domanda per escludere i figli dei clandestini dal diritto all’istruzione a loro teoricamente garantito. Il diritto a ricevere la Social Card è stato esteso invece anche ai titolari di Carta di soggiorno Ce, ma sul sito di Poste Italiane, che accoglie le domande, tra i requisiti necessari appare ancora quello della cittadinanza italiana.

Anche di fronte al diritto al lavoro, articolo 4 della Costituzione, lo Stato pare a volte soffrire di amnesia. Benché sia noto che gli sbarramenti nell’accesso al lavoro per ragioni etniche, religiose o di provenienza geografica violino regole nazionali, comunitarie e internazionali, fino a pochi mesi fa il pubblico impiego era “un ambito off-limits per gli extra-comunitari”, per dirla con Angela Scalzo di Uil Immigrazione. A settembre, la Legge Europea 2013 ha finalmente parificato agli italiani i lungo-soggiornanti, che per anni erano stati tagliati fuori per via del requisito della cittadinanza italiana previsto nei bandi. Tuttavia la nuova normativa continua a escludere i regolari con permessi più brevi. Abolita solo da pochissimo anche la legge sul trasporto pubblico locale che prevedeva la cittadinanza italiana tra i requisiti per l’assunzione. Era un Regio decreto di epoca fascista, del 1931, che le aziende dei trasporti (a capitale pubblico) hanno usato per anni nonostante vari giudici lo abbiano dichiarato discriminatorio.

Lo Stato sbatte la porta in faccia agli immigrati anche quando vogliono fare volontariato. È il caso del bando per il Servizio Civile, che ancora nel 2013 prevedeva la solita clausola della cittadinanza, nonostante il Tribunale di Milano l’avesse dichiarata illegale già nell’edizione 2012. Solo dopo un altro ricorso e una nuova sentenza di accoglimento, la Presidenza del Consiglio dei ministri ha modificato a dicembre i termini della gara.

Contro il muro di gomma della cittadinanza si scontrano persino disabili e bambini. Tempo fa, durante una gita al Colosseo, uno scolaro di nove anni di origini peruviane si è sentito un “paria” quando è stato l’unico tra i suoi compagni a dover pagare il biglietto. A maggio 2013 l’allora ministro Bray, preso atto della gabella per extracomunitari, ha chiesto alle istituzioni culturali di farli entrare gratis come gli altri. Peccato che ci siano musei che guardano ancora al passaporto, come quelli di Roma Capitale, dove se sei un bambino italiano, polacco o di altro paese comunitario hai diritto alla riduzione, se sei turco o brasiliano no.

Ai regolari invalidi o disabili, invece, l’Inps ha negato per anni le prestazioni assistenziali in chiara violazione dei diritti fondamentali della persona, come ammoniva già nel 2009 la Corte Costituzionale. Solo a settembre, dopo quattro anni e nuove sentenze, l’ente si è finalmente adeguato. “Quattro anni in cui l’ente ha risparmiato qualche soldino sulla pelle degli stranieri”, osserva Piero Bombardieri di Ital Uil, segnalando un’altra disparità di trattamento targata Inps e figlia della legge Bossi-Fini. Può essere riassunta così: addio Italia, addio pensione. Ovvero, se un immigrato torna nel paese d’origine perde il diritto alla liquidazione dei contribuiti versati, in mancanza di accordi di reciprocità. E sempre l’Inps ha stabilito che ad avere diritto agli assegni per famiglie numerose sono solo i possessori di Carta di soggiorno Ce, escludendo così chi è in Italia da altrettanti anni ma con permessi più brevi. Immigrati di serie A e B, insomma.

Il fatto è che gli stranieri che avrebbero diritto all’upgrading, Carta di soggiorno o cittadinanza, a volte rinunciano a chiederlo. A causa di un altro ostacolo: la burocrazia. Così letargica da generare essa stessa nuove discriminazioni. I tempi per il rilascio dei permessi di soggiorno sono talmente lunghi che a volte i documenti arrivano scaduti. “Per di più l’attesa spalanca altri limiti”, evidenzia la giurista Clelia Bartoli, autrice del saggio Razzisti per legge. “Ad esempio l’impossibilità di accettare un lavoro in un altro Comune, perché se la questura ti chiama e non sei reperibile rischi di essere depennato”.

I tempi per la cittadinanza invece? Due anni per legge: quattro in media, a volte di più. Il risultato, come ricorda il senatore Pd Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti Umani, è che in Italia si naturalizza solo l’1,2% del totale degli immigrati, a fronte di una media Ue del 3,7%.

Negligente e farraginosa, la burocrazia arriva a scoraggiare persino chi vorrebbe chiedere l’equipollenza dei titoli di studio e il ricongiungimento familiare. Per riunirsi ai propri figli come per ottenere la carta Ce, infatti, è necessario presentare tra le tante carta, anche il certificato d’idoneità abitativa. Ovvero, provare la conformità della propria abitazione a dei criteri stilati come “non vincolanti” per i costruttori di case popolari, ma diventati vincolanti per gli immigrati. “È una chiara discriminazione diretta poiché a nessun italiano che aumenta il nucleo familiare viene richiesto un simile documento”, nota l’avvocato Dario Belluccio dell’Associazione Studi giuridici sull’Immigrazione.

L'INTERVISTA: PARLA LUIGI MANCONI

“La clandestinità perno del razzismo”

“Il reato di clandestinità è la vera matrice del razzismo istituzionale”. “I Cie, luoghi feroci e insensati”. “I rom? Vittime di una segregazione programmata”. Per Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, sono numerosi e variegati gli ambiti in cui l’Italia mostra un approccio all’immigrazione “approssimativo e anti-garantista” che contribuisce a trasformare un “sistema di cittadinanza che, da inclusivo quale era, sta diventando escludente”.

Senatore, le leggi che comprimono i diritti degli immigrati sono varate dallo stesso Stato che sancisce l’uguaglianza nella Costituzione. Come si spiega la contraddizione?

“Esistono quelli che 25 anni fa, con Laura Balbo, definimmo ‘imprenditori politici dell’intolleranza’, quelli che trasferiscono la xenofobia nella sfera pubblica e ne fanno risorsa elettorale. Esiste poi un’irresistibile tendenza dello Stato a limitare gli accessi e di conseguenza a selezionare quanti debbano essere inclusi ed esclusi nel sistema di cittadinanza. Inoltre, la crescita dei flussi e la crisi economica rattrappiscono ulteriormente la capacità e la volontà di accoglienza. Ma questa è una tendenza che riguarda tutti i paesi europei”.

Sui diritti degli immigrati l’Italia si adegua all’Ue sempre in ritardo, dopo le strigliate di Bruxelles. Sciatteria o negligenza calcolata?

“Sciatteria e camurria, trasandatezza e dolo. Il nostro paese è connotato da lentezza e contraddittorietà normativa, ha un approccio insieme cialtronesco e canagliesco, approssimativo e anti-garantista. Lo si vede con i Cie. Quando si chiamavano Cpt la permanenza prevista era 30 giorni, più eventuali 30. Nel decennio successivo si è passati a 12 e poi agli attuali 18 mesi, che è il tetto più alto indicato dall’Ue. Quindi il limite massimo europeo diventa nel nostro ordinamento la norma”.

I tempi medi necessari per l’identificazione invece quali sono?

“45 giorni. Il che comporta 16 mesi e mezzo di pena superflua, inutile, non comminata da alcun tribunale. Un’iniquità che il Parlamento deve rapidamente correggere, riducendo al minimo i tempi di permanenza”.

Quali forme di discriminazione istituzionale vanno affrontate con più urgenza?

“Ci sono varie leggi con conseguenze negative, ma il vero perno del razzismo istituzionale è il reato di clandestinità perché produce un insidioso effetto ideologico. Non sanziona il delitto che la persona compie, come prevede lo Stato di diritto, ma ciò che è, la sua mera condizione umana di migrante. È come se si sanzionasse la povertà. E il risultato è che nel sentimento comune l’irregolare è percepito come una minaccia, un criminale. Questa è la vera produzione del razzismo istituzionale, le altre forme si collocano su altri livelli”.

I campi rom, per esempio. La loro chiusura è prevista nella ‘Strategia d’inclusione di rom, sinti e camminanti’ che la sua Commissione monitora. A che punto è?

“È solo a una prima e molto diseguale applicazione. Proprio perché i rom sono il soggetto di cui meno ci si interessa e che meno viene tutelato, come Commissione intendiamo dedicare loro un particolare lavoro di analisi”.

Nel suo libro ‘Accogliamoli tutti’, scritto con Valentina Brinis, evidenzia l’esistenza di un sotto-sistema penale speciale per gli immigrati. Esempi?

“Gli immigrati sono costantemente oggetto di un trattamento diseguale. Ne è un esempio lampante il fatto che la convalida dell’espulsione è affidata ad un giudice di pace e non ad un tribunale, come richiederebbe un provvedimento così delicato, che incide sulla libertà personale”.

La sovra-rappresentazione degli stranieri nelle carceri è un effetto di questo sotto-sistema penale?

“Uno straniero avrà sempre più probabilità di essere arrestato di un italiano, meno possibilità di essere prosciolto, di ottenere la libertà condizionata e così via. Fatalmente la percentuale di stranieri reclusi risulterà sempre assai alta”.

Il discrimine tra i diritti degli extracomunitari e i nostri è spesso definito dal possesso della cittadinanza italiana. Un figlio di stranieri a quali condizioni dovrebbe accedervi?

“Non amo la formula di ius soli temperato, ma condivido il concetto che la ispira: l’acquisizione di cittadinanza non come automatismo assoluto, ma come processo fatto di passaggi di integrazione. E il percorso scolastico è la via maestra, quella più razionale e intelligente”.

Un disastro ereditato dalla Bossi-Fini

di Vladimiro Polchi 

Se sei un immigrato hai mille ostacoli da superare. Li incontri quando cerchi un lavoro, quando devi curarti, quando vai a iscrivere i tuoi figli a scuola, quando affitti casa. Sì, perché la vita può essere dura per tutti, ma per un “nuovo italiano” c’è un sadismo istituzionale in più: un intricato cespuglio burocratico, che ti impone una costante via crucis.

Sul banco degli imputati siede da 12 anni la Bossi-Fini, legge che guarda all’immigrazione solo attraverso le lenti deformi dell’ordine pubblico. In sostanza lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, rende più complesse le procedure per il suo rinnovo, favorisce l’immigrazione temporanea e scoraggia la stabilizzazione. Una legge che non argina le ondate di ingressi irregolari, ma in compenso dissuade i flussi di immigrati qualificati.

Da anni si parla della sua abolizione o almeno di un “tagliando”. Nell’estate 2007 ci avevano provato i ministri Amato e Ferrero. Nulla di fatto. Poi una serie di proposte, fino all’ultima: un mese fa è toccato al responsabile del Pd, Welfare e Scuola, Davide Faraone, proporre l’ennesima riforma. Intanto, solo grazie alle sentenze dei tribunali ordinari e della Consulta, sono caduti alcuni dei pezzi più discriminatori del suo impianto. Stesso discorso per la cittadinanza. Impelagati tra ius soli temperato e ius culturae, i testi di riforma (ben 48 nella scorsa legislatura) sono fermi nei cassetti delle commissioni parlamentari competenti da anni.

Eppure, limitandosi a ragionare col portafogli, la presenza dei migranti è utile al sistema Italia. Certo, la crisi ha rimescolato un po’ le carte in tavola, e la frase «gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare» può apparire una fotografia sfuocata (per esempio, sul fronte del lavoro domestico). Ma facciamo un gioco e chiediamoci: cosa accadrebbe all’Italia senza di loro? Sarebbe la paralisi per molti settori produttivi. Basta leggere i numeri. Oltre il 50 per cento degli operai delle fonderie è immigrato. Nella provincia di Brescia un metalmeccanico su 5 è straniero. Non mancano casi particolari, ma emblematici: in Abruzzo, il 90 per cento dei pastori è macedone. In Val d’Aosta, a fare la fontina sono solo i migranti: nei trecento alpeggi della regione, gli italiani sono infatti meno del 10 per cento. In Emilia-Romagna, tra gli addetti al Parmigiano Reggiano, uno su tre è indiano. E così via.

Non solo. Stando a un’indagine condotta dall’economista Tito Boeri per la Fondazione Rodolfo Debenedetti, perfino gli irregolari sono «funzionali alla nostra economia»: lavorano di più e guadagnano di meno. Insomma, una risorsa per molti imprenditori privi di scrupoli. Non manca, è vero, il lato oscuro. Un esempio? Oggi nello spaccio oltre un denunciato su tre è immigrato. Il mercato della droga parla sempre più straniero. Questo va detto con chiarezza. Ma il problema non si risolve con leggi discriminatorie.

La verità è che il nostro Paese non ha mai elaborato un suo modello d’integrazione. Non si è mai chiesto: «Come pensiamo di governare una società che sarà sempre più multietnica?». Seppure con molti fallimenti, la Francia si è affidata all’assimilazione, la Gran Bretagna al multiculturalismo. E noi? Nell’attesa che la politica si muova, restiamo ancorati al vecchio modello dell’integrazione fai-da-te, che nasce dall’incontro tra persone di buona volontà.


 

 

 

 

 

 

Da una parte cittadini che manifestano, dall'altra esponenti delle istituzioni che rappresentano anche quei cittadini, e che sono chiamati a tutelare l'incolumità di tutti: anche dei manifestanti. ...

Mi manca quel tossico di mio fratello. Mi manca tanto

Huffington Post
10 04 2014

Mi manca quel tossico di mio fratello. Mi manca tanto. Stanotte ho avuto una sensazione di smarrimento. Mi sono svegliata di soprassalto in preda all'angoscia: oh Dio!!!! Dov'è Stefano!!??

Caspita, Stefano è morto. Per un attimo mi sono quasi sentita rassicurata. Stefano è morto, mi sono detta, nulla può più accadere perché già tutto è successo. La sua vita è finita. Ma quello stato d'ansia ha aperto i ricordi. Quella sensazione di vuoto mista a paura, se non terrore, mi ha fatta ritornare al 2007.

Stefano era improvvisamente scomparso. Dopo uno due tre giorni nei quali non avevamo di lui alcuna notizia, il mio pensiero corse alla legione straniera. Non avevamo proprio alcun motivo di pensare alla legione straniera. Non avevamo neppure idea di cosa esattamente fosse. Ma io sentivo che lui era lì. Ero pazza? Eppure io lo sentivo. Iniziammo a telefonare, cercare, contattare... fino a quando, giorni più tardi, da una voce imbarazzata capimmo che effettivamente lui era lì.

Non ci venne detto nulla però. Ma, ad una settimana dalla sua scomparsa, Stefano mi telefonò. Si trovava alla stazione termini: "Vienimi a prendere!". "Ma che fine hai fatto??!! Ti rendi conto che non abbiamo tue notizie da una settimana!!??" ... "Dai Ila... vienimi a prendere... dai!" Andai subito a prenderlo, di corsa, tanto arrabbiata quanto rassicurata e felice di poterlo di rivedere. Era lì. In piedi che mi aspettava. Tutto sporco ed anche maleodorante. Era un tossico. Uno di quelli che si vedono barcollare alle stazioni ferroviarie, appunto.

Lo presi subito con me e lo feci salire nella mia auto. Dovevo fare numerose commissioni ed incontrare persone per lavoro. Non mi vergognavo di lui. Pur manifestandogli tutta la mia rabbia, in cuor mio ero tremendamente felice di averlo di nuovo con me. Quel tossico sporco e maleodorante era al sicuro con me. Ed io non mi curavo proprio degli sguardi perplessi ed un po' tra l'intimorito e lo schifato dei miei interlocutori. Lui era con me e mi seguiva come un cagnolino, tranquillo, sereno.

Mio fratello. Quello che nei tempi migliori mi veniva a trovare tutte le domeniche per stare a pranzo con la mia famiglia e per trattenersi a parlare tutto il pomeriggio con me. Quello che non mi faceva sentire mai sola. Mio fratello.

Mi manca quel tossico di mio fratello...

Mi manca da morire...

Ilaria Cucchi

C'è uno spettro che si aggira per l'Italia. Impugna la bandiera dei diritti, parla un linguaggio dove ritornano parole come democrazia, Costituzione, riduzione delle differenze di ricchezza, apertura agli immigrati, rispetto delle diversità culturali. ...

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