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Quando la violenza è necessaria

Aveva 30 anni, quando nell'autunno 1943, alla stazione Santa Maria Novella di Firenze, la notarono alcuni contadini di Rufina, un paesino a 30 chilometri dal capoluogo toscano. Romana stava piangendo. Le chiesero chi fosse e cosa le era successo. Lei, in un italiano stentato raccontò la sua storia: era un'ebrea polacca, arrivata in modi rocamboleschi. Ora, rimasta senza soldi né conoscenze desiderava solo morire, come i suoi familiari in Polonia. [...] Dopo poche settimane decise di unirsi alla Resistenza.
Wlodek Goldkorn, l'Espresso ...

L'Armeno errante

Non era più tanto giovane da ignorare la tragedia lontana nel tempo ma ancora sentita, benché occultata dal potere. E non era nemmeno tanto vecchio da avere un ricordo, sia pure indiretto, di quei fatti remoti che non riguardavano né lui né la sua famiglia. Era insomma indifferente a quel passato in bilico tra memoria e storia.
Bernardo Valli, la Repubblica ...

Uccise perché volevano i pantaloni

  • Venerdì, 24 Aprile 2015 00:00 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
Pablo PicassoGian Antonio Stella, Sette
24 aprile 2015

Cosa potevano mai avere in comune una diciannovenne di Chibok, una cittadina della savana nel nord-est della Nigeria, e una diciannovenne nata sei secoli fa in un minuscolo villaggio tra i monti e i boschi dei Vosgi, nella regione della Lorena? Nulla, apparentemente. E invece Monica Mark e Jehanne Darc, per noi italiani Giovanna d'Arco, hanno pagato a distanza di oltre mezzo millennio lo stesso "reato"...

la Repubblica
23 04 2015

"Un impulso l'ha fatta scattare mentre pensava: 'Sono incinta al settimo mese, non mi ammazzeranno mai...'". E invece le hanno sparato. Così, nel ricordo ancora straziato del figlio Mario, 82 anni, è morta ammazzata Teresa Gullace, la donna impersonata da Anna Magnani nel film di Roberto Rossellini Roma Città Aperta.

È il 3 marzo del 1944, un venerdì. Roma sotto l'occupazione nazista, flagellata dai bombardamenti, gli alleati alle porte, si combatte furiosamente "nella testa di sbarco di Nettuno". Pur sottoposto alla più rigida censura fascista, il Messaggero di quei giorni racconta un popolo stremato, senza acqua, senza cibo, centinaia e centinaia di morti sotto le macerie. In quelle pagine ingiallite si legge della "Deplorazione vaticana per la caduta delle bombe nelle adiacenze di San Pietro".

Il "Comando germanico" reagisce con feroci "rastrellamenti" alle incursioni dei partigiani gappisti. Incursioni che sarebbero culminate, di lì a poco, appena 20 giorni, con l'attentato di via Rasella. E la conseguente rappresaglia tedesca della Fosse Ardeatine con il massacro di 335 persone.

È in questo drammatico contesto che Teresa Gullace, 37 anni, cinque figli (tre maschietti, Mario era il terzo, e due bambine, il sesto in grembo) finisce davanti alla caserma dell'81esima Fanteria, in viale Giulio Cesare, a Prati, dove ha saputo che si trova rinchiuso il marito Girolamo, catturato in un rastrellamento all'altezza di Porta Cavalleggeri.

Davanti alla caserma si sono radunate decine di donne, mogli e madri, in ansia per la sorte dei loro uomini catturati dalla Gestapo. Teresa ad un certo punto intravede il marito che riesce ad affacciarsi a una finestra, dietro alle inferriate. Con un gesto di disperazione e di incoscienza tenta di raggiungerlo per portargli un po' di cibo che aveva racimolato alla Caritas. "Aveva paura - ricostruisce Mario - che le portassero via papà, e con lui il sostentamento della famiglia". Era un ragazzino, allora, di 11 anni. Né lui, né gli altri due fratelli sono presenti quando un soldato tedesco fulmina la madre con un colpo di pistola, una Luger.
Sul set, Rossellini si concede una licenza narrativa: la presenza del piccolo Mario (nel film ha il nome di Marcello, interpretato da Vito Annicchiarico), il figlio di Pina-Teresa, alias Anna Magnani.

"No, nella realtà noi figli lì non c'eravamo. E papà era in caserma, non sul camion che si vede in 'Roma città aperta'". "Io - ricorda oggi Mario con il suo romanesco così antico - stavo facendo la coda dalle monache di Santa Marta, accanto a San Pietro, per elemosinare una sgummarellata di cicerchia e polentina. Eravamo in parecchi a fare la fila per andare a prendere quella buiacca. Dentro alla cicerchia ci stavano dei bacarozzetti, io provavo a levarli, ma a forza di toglierli a un certo punto mi sono detto: "Ma che li levo a fa'? Facciamo conto che sia companatico"".

Continua: "Mentre aspettavo, sentivo della gente che urlava 'hanno ammazzato 'na donna!'. Ma non capivo cosa stesse accadendo. Pensavo che mamma sarebbe arrivata con i buoni per avere il pasto. Invece non arrivò, e la monaca mi cacciò via in malo modo".

"Mio fratello più grande, invece - aggiunge Mario - s'era precipitato in fretta e furia su, a Monteverde, per avvisare che papà non poteva andare a lavorare nel cantiere, perché era stato rastrellato". Gli altri figli di Teresa erano a casa: "Quando è stata uccisa, mamma era sola. Stava soltanto con la creatura che aveva nel grembo. Io ho saputo della tragedia quando sono arrivato a casa. Un macello, un disastro".

Mario è un uomo anziano, scoppia in lacrime, è un pianto contagioso: "Da allora mi è mancato il terreno sotto i piedi". I suoi ricordi sono nitidi. "Era tutto un pianto, tanta gente ci veniva a trovare, la cosa aveva suscitato una grande reazione a Roma". I romani, nei giorni successivi e fino all'8 marzo, Festa della Donna, nonostante i divieti ricoprono di fiori e di mimose la macchia di sangue lasciata dal cadavere di Teresa Gullace sulla strada, sotto i platani di viale Giulio Cesare. "Quando mamma cadde a terra - racconta Mario, asciugandosi le lacrime - qualcuno l'ha presa e trascinata verso il marciapiede. In quel momento passava un camioncino che portava il pesce, l'hanno tirata su quel furgoncino e trasportata all'ospedale Santo Spirito".

Sabato 4 marzo 1944, i funerali. "La bara - ricorda Mario - era stata caricata su un carro a quattro ruote tirato dai cavalli. Ma appena siamo usciti dalla camera mortuaria, verso il Lungotevere, ecco che si avvicinarono dei militari e sciolsero il corteo funebre". Riflette: "Questa è stata la cosa che a me, ragazzino, mi ha fatto più male. Ma come? M'avete distrutto l'esistenza, mi avete ammazzato la madre e poi mi impedite di farle il funerale per motivi di sicurezza? Certo che le guerre ne fanno vedere di nefandezze. E fanno vedere quanto è cattivo l'uomo".

Il Messaggero del giorno dopo, sabato 4 marzo, continua a dare notizia dei bombardamenti: sulla stazione Tiburtina, sull'Ostiense, a Testaccio. Si legge dell'investimento mortale di un pedone da parte di un autocarro in via del Tritone, della morte di Gigetto, sagrestano 91enne della Chiesa del Gesù, della distruzione dell'abbazia di Montecassino, dell'uccisione da parte dei gappisti di un commissario di polizia fascista, probabile ritorsione alla morte della Gullace. Si dà perfino conto della distribuzione del sapone da bucato e da toeletta. Ma invano si trova traccia dell'uccisione di Teresa Gullace.

Il 27 settembre 1945, Mario Gullace, accolto da Rossellini e dalla Magnani, rivisse, pur nella fiction cinematografica, la tragica scena dell'uccisione di sua madre. E tra saponi e dolori, sangue, fame e stravaganze nasceva un capolavoro che a settant'anni di distanza ancora smuove i sentimenti.

Alberto Custodero

La pensava esattamente come Aristotele, che tre secoli prima, in una lettera ad Alessandro Magno, aveva teorizzato più o meno le stesse cose: "Con i Greci comportati da stratego, con i barbari da padrone, e curati degli uni come di amici e familiari, mentre gli altri trattali come animali o piante". (...) Certo, già ventidue secoli fa c'era chi riconosceva l'assurdità di distinguere tra "noi" e "loro".
Gian Antonio Stella, Corriere della Sera ...

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