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Senza riflessioni né esitazioni, con un lancio secco, Andrea cancella il proprio passato buttando il cellulare in un laghetto di Central Park. È un attimo che contiene il suo futuro. Due donne chiacchierano spingendo un passeggino. Un cinese compie esercizi ginnici sull'erba. ...
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MicroMega
29 05 2014

“Dalla lotta partigiana al movimento anarchico e alla non violenza, Pino era un ottimista che viveva con entusiasmo quel tempo di speranze e di profondi cambiamenti. Con la sua tragica morte è diventato un simbolo dei diritti negati e dei connotati violenti che può assumere il potere”. Claudia Pinelli ricorda il padre Giuseppe, volato da una finestra della Questura di Milano la notte del 15 dicembre 1969.

Il ricordo di tuo padre è stato un punto fermo nella vita della famiglia Pinelli. Quali sono le parole più significative e gli ideali più alti che la sua memoria ti ha trasmesso?

Il suo ricordo sicuramente è un punto fermo nella nostra famiglia e abbiamo dovuto testimoniarlo innumerevoli volte, ma la memoria sua e di quello che accadde appartiene a tutta la società civile.

Pino era un ottimista che viveva con entusiasmo quel tempo di speranze e di profondi cambiamenti. Aveva dato il suo contributo, giovanissimo, alla lotta partigiana, come staffetta, maturando dall’esperienza della guerra il rifiuto per qualsiasi autoritarismo. Aveva letto moltissimo, forgiato il suo pensiero con i classici del pensiero anarchico, studiato l’esperanto credendo veramente che una lingua comune avrebbe fatto cadere le barriere tra i popoli, era impegnato nel movimento anarchico, nel sindacato di base, nel pacifismo e nella non violenza. Faceva da tramite tra persone di generazioni e ideologie differenti, sempre aperto al dialogo e al confronto. E aveva una moglie che amava e due figlie. Poi la strage di Piazza Fontana, la sua orrenda morte, la sua immagine che esce deformata dalle dichiarazioni di quegli stessi responsabili del suo fermo illegale e dell’interrogatorio che stava subendo quella notte quando precipitò dalla finestra al quarto piano della questura.

Pino è diventato un simbolo dei diritti negati e dei connotati violenti che può assumere il potere. Lui era una persona positiva e ha insegnato a noi e non solo a noi, l’importanza dell’impegno in prima persona.

“Anarchia è responsabilità e ragionamento: non è violenza”. Con quali modalità e azioni tuo padre credeva nell’obiezione di coscienza e nel disarmo?

Quella che riporti è una frase dell’ultima lettera che mio padre scrisse e diventa ancora più significativa pensando che lo fece proprio nel pomeriggio del 12 dicembre 1969.

Pino aveva studiato l’esperanto, lingua che aveva imparato molto bene e che avrebbe voluto insegnare. Con questo strumento comunicava con persone di ogni parte d’Europa, che ospitava anche a casa. Era entrato in contatto con le idee che infiammavano quegli anni, con la contestazione giovanile, con i movimenti contro la guerra del Vietnam e con la sua capacità di dialogo divenne tramite tra generazioni differenti E’ stato tra i primi a organizzare incontri pubblici dedicati al tema dell’antimilitarismo insieme a obiettori di coscienza che vennero incarcerati per il loro rifiuto di indossare una divisa. Partecipò e organizzò marce per la pace, indisse manifestazioni e comizi per l’obiezione di coscienza, il pacifismo e la nonviolenza. Sostenne la stampa e la diffusione dei primi numeri di “Mondo Beat”, giornale che illustrava l’importanza della nonviolenza e la necessità del pacifismo.

C’è una bellissima testimonianza di Giuseppe Gozzini, il primo obiettore di coscienza cattolico in Italia, che a poche ore dalla morte di Pino scrisse una lettera che rese pubblica in cui ricorda mio padre con queste parole:
“Conosceva, e non per sentito dire, movimenti e gruppi che si ispiravano alla nonviolenza e voleva discutere con me sulle possibilità che la nonviolenza diventasse strumento d’azione politica e l’obiezione di coscienza stile di vita, impegno sociale permanente. Io gli parlavo di società basata sull’egoismo istituzionalizzato, di disordine costituito, di lotta di classe e lui mi riportava oltre le formule, alla radice dei problemi, incrollabile nella sua fede nell’uomo e nella necessità di edificare l’uomo nuovo, lavorando dal basso. Poi ci vedemmo in molte altre occasioni e i punti fermi della nostra amicizia divennero don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, due preti scomodi, che hanno lasciato il segno e non solo nella chiesa….Viveva del suo lavoro, povero come gli uccelli dell’aria, solido negli affetti, assetato di amicizia, e gli amici li scuoteva con la sua inesauribile carica umana… Si è sempre battuto contro l’individualismo delle coscienze addomesticate: lui, ateo, aiutava i cristiani a credere (e lo possono testimoniare tanti miei amici cattolici); lui operaio, insegnava agli intellettuali a pensare, finalmente liberi da schemi asfittici. Non ignorava le radici sociali dell’ingiustizia, ma non aveva fiducia nei mutamenti radicali, nelle `rivoluzioni’ che lasciano gli uomini come prima. Paziente, candido, scoperto nel suo quotidiano impegno, era lontano dagli estremismi alla moda, dalle ideologie che riempiono la testa ma lasciano vuoto il cuore. Stavo bene con lui, anche per questo.”

In qualità di testimone degli eventi, come ti poni nei confronti del pensiero socialista e libertario del grande Partigiano e Padre Costituente Stéphane Hessel che ha lanciato appelli di pace per la nonviolenza e per il disarmo nucleare totale? In che modo tuo padre avrebbe attuato e condiviso tali idee?

Il mio essere testimone degli eventi è marginale rispetto al ruolo avuto da mia mamma Licia, una persona meravigliosa che è diventata roccia per noi e per lui quando tutto il nostro mondo è andato in frantumi. E di tutte quelle persone che ci sono rimaste vicine e ancora lo sono, con estremo coraggio in situazioni anche molto difficili. Da quello che io conservo di mio papà e da quello che mi hanno raccontato di lui credo si sarebbe avvicinato con curiosità e interesse alle idee di Stephane Hessel cercando di valutare e di capire, come faceva per tutte le idee e le cose che lo stimolavano, ma non mi posso permettere di parlare per lui, di dire come avrebbe agito o anche se avrebbe condiviso tali idee. Nessuno di noi è lui.

Un messaggio alle generazioni presenti e future “Per Non Dimenticare” la memoria degli eventi.

Non bisogna accettare in maniera passiva le verità ufficiali, bisogna sempre cercare e essere critici, mantenendo viva la capacità di indignarsi. La memoria deve essere come un filo di luce puntato implacabilmente sul passato perché mantenendo viva l’attenzione, la ricerca, la comprensione di quello che è stato questo potrà essere di insegnamento e monito per il presente e potrà aiutarci a trovare la forza per ribellarsi a chi ci vorrebbe spettatori passivi invece che cittadini che partecipano e scelgono. Solo così si avranno gli strumenti per costruire una società più giusta e più umana.

Laura Tussi

E' morto lo storico Jacques Le Goff

  • Martedì, 01 Aprile 2014 13:42 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
01 04 2014

PARIGI - E' morto a 90 anni lo storico francese Jacques Le Goff. Uno dei padri del medievismo europeo, dalle cattedre della Ecole des hautes etude en sciences sociales di Parigi e dalla direzione della rivista gli "Annales" ha fortemente innovato la storiografia ma è riuscito, nello stesso tempo ad essere un grande divulgatore. Professore di grande impatto nel rapporto con i suoi studenti, sciorinava cultura senza far pesare il suo sapere. Aveva un motto: "La storia è memoria" e spiegava: "Una memoria che gli storici si sforzano, attraverso lo studio dei documenti, di rendere oggettiva, la più veritiera possibile: ma è pur sempre memoria. Non proporre ai giovani una conoscenza della storia che risalga ai periodi essenziali e lontani del passato, significa fare di questi giovani degli orfani del passato, e privarli dei mezzi per pensare correttamente il nostro mondo e per potervi agire bene". Per questo Le Goff, grande intellettuale, vuole e riesce ad essere anche un grande divulgatore.

L'ultima intervista a Repubblica

La lunga produzione di Le Goff è inserita in quel filone culturale che nasce da Marc Bloch e Lucien Febvre e che trova in Fernand Braudel uno dei massimi rappresentanti: "Sono un suo discepolo - diceva ma indipendente, amo la sua teoria della lunga durata". L'autore di "Gli intellettuali nel Medioevo" è dunque l'ultimo esponente di quella corrente di pensiero che ha di fatto rivoluzionato il modo di fare storiografia. L'innovazione consiste nell'inglobare nella ricerca storica altre scienze sociali e il tentativo di pervenire a una storia il più possibile ‘globale’, contrapponendo alla storia come racconto di avvenimenti (événementielle) una storia concepita essenzialmente come proposta di problemi.

Si deve proprio a Le Goff la fine del "mito" di un Medioevo età oscura, buco nero nell'avanzare progressivo della civiltà ed egli ci rimanda invece l'immagine di un'epoca che dura "dal II, II secolo fino alla rivoluzione industriale in campo economico e alla rivoluzione francese in campo politico". Non a caso oggetto dei suoi studi, per quanto riferiti al Medioevo, sono figure ancora oggi importanti nella società contemporanea: l'intellettuale, il banchiere, il commerciante e soprattutto l'uomo nel suo vivere quotidiano. Non a caso alcuni dei suoi libri più importanti sono "gli intellettuali del Medioevo", "L'uomo del Medioevo" e il più recente "Lo sterco del diavolo. Il denaro nel Medioevo".

Il "quotidiano", l'"immaginario collettivo", il "meraviglioso", l'"altro Medioevo" o il "Medioevo lungo", sono le formule predilette di Le Goff, quelle che portano gli studi storici all'attenzione del grande pubblico, della stampa, dei non specialisti.

Fu anche, a suo modo, uomo di cinema tanto da partecipare con tutta la sua curiosità per ogni espressione della cultura alla trasposizione cinematografica de "Il nome della Rosa" di Umberto Eco.

L'altra grande passione della sua vita fu la moglie Anka morta nel 2004 dopo oltre 40 anni di vita in comune e alla quale ha dedicato un libro di grande intensità "Con Anka" nel quale ricostruisce questo tratto di vita comune con la sua compagna e che il grande storico trasforma in un affresco sull'Europa contemporanea. Come ha scritto lo stesso Le Goff: "Vorrei mostrare come


i sentimenti e la vita quotidiana di una famiglia si articolano con l'ambiente e la storia che hanno vissuto - vita privata e vita collettiva, in un momento in cui si profila un'Europa più unita".

Lo storico, dunque, viene fuori dall'uomo Le Goff in ogni momento. Come scriveva Marc Bloch: "Il buon storico somiglia all'orco della fiaba. Là dove fiuta carne umana, là egli sa che si trova la sua preda". E Le Goff sapeva sempre dove era la sua preda.

Storie d'Italia. Tina Anselmi è stata intervistata dal grande giornalista il 20 marzo 1985 a Linea diretta, in onda su Rai1. Ed oggi, tra l'inchiesta sulla P3 e la giornata contro la violenza sulle donne, quelle parole sono ancora attuali. ...

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