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Carcere SuicidioEleonora Martini, Il Manifesto
21 giugno 2017

Un suicidio è imponderabile per definizione. Analizzarne i motivi o perfino tentare di evitarlo potrebbe risultare esercizio sterile. Tanto più se a togliersi la vita è un detenuto come Marco Prato, 31 anni e già tre tentativi di suicidio alle spalle, prima e dopo l'orrendo delitto di cui era accusato: la tortura e l'omicidio brutale e sanguinario del 23enne Luca Varani,

La Stampa
18 09 2015

In una foto era chiuso in un bidone, contro la sua volontà. In un’altra aveva in testa un sacchetto dell’immondizia. Ridevano di lui, quelli che dicevano di essere suoi amici. Poi lo fotografavano con il cellulare e pubblicavano gli scatti su Facebook. Crudeli per un ragazzo sensibile di 26 anni. Così tanto da spingerlo al suicidio. La madre lo ha chiamato per colazione, lui non ha risposto. Si era impiccato nella sua camera al secondo piano.

LA VITA
Andrea Natali viveva con i genitori a Borgo d’Ale, paese di duemila anime immerso nelle campagne del Vercellese. Quella vita fatta di cose semplici - il lavoro da operaio, la passione per le auto, le uscite con gli amici - nascondeva un demone: quegli scherzi che da troppo tempo lo stavano consumarlo dentro.

«Chiediamo giustizia per Andrea anche se niente potrà mai restituircelo - piangono Federico e Liliana, i genitori -. Il suo calvario è iniziato quattro anni fa: alcune persone che frequentano il paese hanno iniziato a prenderlo di mira con vari scherzi. All’inizio lui non diceva niente.

Gli scherzi, però, nel tempo sono diventati via via più pesanti, tanto che un anno fa aveva deciso di sporgere denuncia alla Polizia postale. Ma senza che i responsabili pagassero davvero. E tutto si era chiuso con un nulla di fatto. «Diceva sempre che non si era rivolto alle forze dell’ordine solo per fermare i suoi aguzzini - continua Federico Natali - ma per evitare ad altri ciò che è accaduto a lui».

Non ce la faceva più, Andrea. Nel frattempo quei ragazzi si erano messi a fotografare gli scherzi e avevano pure creato una pagina a lui dedicata su Facebook. Che ora è stata eliminata dalla Polizia postale. «Nostro figlio continuava a ripetere “mi hanno tolto la dignità” e da quel momento è iniziato il suo declino psicologico», ricordano il padre e la madre.

L’ISOLAMENTO
Il ragazzo, raccontano, nell’ultimo anno e mezzo non era più uscito di casa se non accompagnato. «Dopo la denuncia - continuano - aveva paura di uscire, si sentiva minacciato. Non andava nemmeno in paese. Temeva che quelle persone potessero fargli del male e probabilmente qualcuno gli aveva detto qualcosa di terribile per farlo arrivare a quel punto».

Ora i genitori tengono in mano la sua foto: era sorridente, spensierato. Allora i demoni erano lontani, c’era spazio solo per i sogni: «Amava vivere, ma poco a poco la sua fiamma si è spenta. Era un gran lavoratore prima che gli accadesse questa vicenda assurda».

Fino a poco tempo fa organizzava i raduni dell’Alfa Romeo e sognava di raggiungere il fratello Alessandro in Germania per trovare un nuovo lavoro e mettere su famiglia. I genitori ricordano i suoi ultimi desideri: «In fondo nostro figlio sperava che quelle persone venissero a chiedergli scusa ma non è mai successo. Ora, anche se qualcuno volesse farlo, è troppo tardi. Non vogliamo vendetta, ma solo capire cosa è successo».

Alessandro Ballesio e Valentina Roberto

Tony, l'App per prevenire il suicidio tra i giovani gay

  • Giovedì, 17 Settembre 2015 09:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

West
17 09 2015

Un’App per prevenire il suicidio tra i giovani Gay? Questa è la sfida di “Tony“. Che permette ai ragazzi di trovare le risposte che riguardano la loro sessualità. Il protagonista è appunto Tony, un giovane gay cresciuto nell’Île-de-France che, passato già attraverso l’esperienza del coming out, sa dare preziosi consigli. Attraverso la App, infatti, gli utenti hanno accesso a numerosi quiz e moduli, che conciliano il tema della prevenzione con quello del divertimento.

Tenendo monitorati i mini-questionari è possibile monitorare chi è più in difficoltà indirizzandoli verso le associazioni e le organizzazioni competenti. Presentata alla Giornata Mondiale contro il suicidio, questa applicazione sembra aver già trovato un vasto seguito. Un buon risultato, se si pensa che in Francia, il numero delle persone che si tolgono al vita tra la popolazione LGBTI è quattro volte più alto della media.

Beatrice Credi

Si impicca in cella: l’opg di Reggio Emilia colpisce ancora

  • Venerdì, 23 Gennaio 2015 11:34 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache del Garantista
22 01 2015

Ennesima tragedia all’interno dell’oramai famigerato ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. Un detenuto, un cinquantenne italiano, si è suicidato con un cappio ricavato dalla sua maglietta. Per farlo ha aspettato la fine dei controlli giornalieri. Dopodiché ha scambiato due parole con un infermiere e ha guardato gli agenti e il personale allontanarsi dalla cella. Poi, una volta rimasto solo, si è tolto la maglietta intima e l’ha trasformata in un cappio da legare alle sbarre della cella. L’ennesimo dramma è accaduto i primi di gennaio, ma la notizia è emersa ed è stata confermata solo in questi giorni.

Un caso che va ad allungare una lista nera, composta di suicidi, morti che potevano essere evitate – come il caso del ragazzo 29enne morto per soffocamento proprio nel medesimo opg – e tentativi di togliersi la vita, ma anche di gesti di autolesionismo e aggressioni.

«Noi continuiamo a ribadire la necessità di creare una stanza di decompressione, priva di suppellettili, imbottita. Per evitare il peggio e fare attività di prevenzione». A parlare è Michele Malorni del sindacato degli agenti penitenziari Sappe. Che pone l’attenzione su una questione che appare sempre più confermata e ineludibile: «Non si può paragonare un opg a un ospedale. Non si può paragonare una cella a una stanza di ricovero. Qui le stanze sono di cemento armato. Qualche tempo fa avevamo avuto un caso di un internato che continuava a sbattere la testa contro il muro. Sono gesti di autolesionismo che è difficile contenere!».

Oggi nei sei reparti dell’opg di Reggio Emilia sono ricoverate 142 persone (fino a qualche anno fa erano più del doppio), tutti uomini. Ma di questi sono trenta quelli sistemati nel reparto di stretta sorveglianza, guardati a vista 24 ore su 24, e sempre accompagnati negli spostamenti anche dalla polizia. «La struttura del carcere, con le inferriate e le celle, non è adatta a tutti. Alcuni di loro – fa notare sempre Michele Malorni -, quelli che si dimostrano più aperti al dialogo e più collaborativi, dovrebbero essere sistemati in ambienti diversi, dove possano essere curati e riabilitati. Vanno pensate soluzioni alternative».

Ma la storia sulla chiusura e alternativa all’opg è fatta di scadenze non rispettate, infinite proroghe e continue promesse. L ’ultima proroga aveva sollevato reazioni, in particolare quella dell’ ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel firmare il decreto legge aveva espresso «estremo rammarico, per non essere state in grado le Regioni di dare attuazione concreta a quella norma ispirata a elementari criteri di civiltà e di rispetto della dignità di persone deboli». L’ex capo dello Stato aveva comunque «accolto con sollievo interventi previsti nel decreto legge per evitare ulteriori slittamenti e inadempienze, nonché per mantenere il ricovero in ospedale giudiziario soltanto quando non sia possibile assicurare altrimenti cure adeguate alla persona internata e fare fronte alla sua pericolosità sociale». Il decreto legge del marzo scorso, infatti, prescrive che «il giudice disponga nei confronti dell’infermo o del seminfermo di mente l’applicazione di una misura di sicurezza diversa dal ricovero in opg o in una casa di cura e di custodia, a eccezione dei casi in cui emergano elementi dai quali risulti che, ogni altra misura diversa dal ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario non sia idonea ad assicurare cure adeguate e a fare fronte alla sua pericolosità sociale».

Il ministro della giustizia Andrea Orlando però ci prova a far rispettare i termini e ci ha messo la faccia durante la sua relazione al Parlamento sull’amministrazione della Giustizia nel 2014, illustrata tre giorni fa alla Camera. «Quanto al tema degli ospedali psichiatrici giudiziari – ha detto il ministro durante la relazione – il superamento di questo modello ha, purtroppo, subito una proroga, per la complessità delle procedure necessarie alle Regioni per realizzare le strutture sanitarie sostitutive ». E ha sottolineato che «l’impatto delle innovazioni legislative sugli opg viene costantemente monitorato attraverso la rilevazione delle presenze degli internati negli opg del territorio nazionale e attraverso l’analisi delle ordinanze emesse dall’autorità giudiziaria. E ciò al fine di rilevare le condizioni di perdurante pericolosità degli internati, confermando o revocando in ragione di ciò le misure di sicurezza». Infine ha concluso: «È stato costituito presso il ministero della salute l’Organismo di coordinamento per il superamento degli opg: l’obiettivo è quello di evitare ulteriori ritardi e arrivare entro il termine stabilito alla chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici giudiziari».

Ma c’è gran scetticismo nell’aria. Alcuni dati fanno emergere che la promessa sarà difficile da mantenere. Se si considera che attualmente la regione Piemonte ha già previsto che dovranno passare altri 24 mesi per la realizzazione della struttura sanitaria alternativa, si arriverà dunque a fine 2016 per abolire l’opg in quella regione. Ancora peggio per la struttura sanitaria di Abruzzo e Molise: sono stati stimati 2 anni e 9 mesi. Si arriverà, in questo caso, all’estate del 2017. Ci sarà l’ennesima proroga, oppure il commissariamento delle regioni non in regola come prevede il nuovo decreto legge del marzo scorso?

Le vere domande di fronte a un suicidio

  • Giovedì, 06 Novembre 2014 14:24 ,
  • Pubblicato in Il Commento
Vladimiro Zagrebelsky, Micromega
5 novembre 2014

Ancora una volta un suicidio è stato accompagnato da un forte richiamo mediatico, preparato dalla stessa persona che ha deciso di togliersi la vita. Altri casi, anche in Italia, hanno avuto, per scelta espressa, grande risonanza mediatica.

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