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Ragazza di 14 anni spinta a uccidersi dagli insulti su Ask.fm

  • Martedì, 11 Febbraio 2014 11:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Repubblica
11 02 2014

CITTADELLA Ha scritto per chiedere scusa, per non essere dimenticata, perché mamma e papà la perdonassero di averli delusi. Poi si è gettata nel vuoto ed è morta trenta metri più in basso. Non è stata una decisione improvvisa, un colpo di testa: da settimane pianificava la sua morte e aveva confidato il suo disagio manifestandolo anche con atti autolesionisti, ma nessuno aveva capito che faceva sul serio. La quattordicenne di Fontaniva che si è tolta la vita buttatasi domenica pomeriggio dalla terrazza sul tetto dell'ex hotel Palace di Borgo Vicenza a Cittadella ha scritto di suo pugno cinque lettere: una è quella che la nonna ha ritrovato a casa.

Era indirizzata alla mamma e in basso – a caratteri microscopici – la ragazzina annunciava quello che avrebbe fatto. Accanto allo zainetto lasciato sul tetto dell'albergo, i carabinieri hanno trovato altri quattro fogli: un pensiero per i genitori e poi lettere per un'amica e due amici. All'interno c'erano parole semplici: pregava i compagni di perdonarla e di non dimenticarsi di lei, mentre a mamma e papà chiedeva scusa perché li aveva delusi. Non ci sarebbe quindi una spiegazione netta e definitiva del gesto, se non l'enorme fragilità dell'adolescenza e la fatica di crescere che talvolta appare insopportabile ai ragazzi. Una fatica che la giovanissima avvertiva da tempo, di cui non aveva dato alcun segnale in famiglia, ma che aveva confidato agli amici più cari.

Uccidere e uccidersi sono parole che ricorrono spesso nelle sue risposte sul social «Ask.fm». Nella chat cercava di sfogarsi raccontando un mondo che la opprimeva e la sfiancava. La sua non era una posa, ma un dolore vero: si stupiva di se stessa quando sorrideva, come se il sorriso la rapisse da una costante situazione di tristezza, da una dimensione cupa, che forse chi le voleva bene sentiva semplicemente come un modo di atteggiarsi “dark”. Una moda. Eppure utilizzava un'icona a fare da sfondo ai suoi pensieri di morte: l'immagine in bianco e nero di una donna che tiene un cartello con la scritta “help”, aiutatemi. L'ultima richiesta d'aiuto, in fondo, l'aveva lasciata nella lettera alla mamma, in piccolo aveva scritto: “Vado a buttarmi al Palace”.

Gli insulti su Ask. «Fammi una domanda», è lo slogan di Ask.fm. Ad Amnesia (questo il soprannome usato dalla ragazzina suicida) non ne è stata risparmiata nessuna. «Cosa stai aspettando?» «Di morire», rispondeva lei. Un flusso continuo di botta e risposta. Condito da insulti e inviti: «Secondo me tu stai bene da sola!!!!!!!!!!! fai schifo come persona!!!», «spero che uno di questi giorni taglierai la vena importantissima che ce sul braccio e morirai!!!! » (scritto così nel sito, ndr). Senza risparmiarle pesanti allusioni sessuali e proposte oscene, che lei respingeva con battute acide. In questi mesi Amnesia ha risposto 1148 volte alle domande che le arrivavano su Ask. Fino a 9 giorni fa. Poi tutto si è interrotto.

Tra domande e risposte ansie, certezze e paure di ogni adolescente. Il timore di essere grassa e la soddisfazione di esser dimagrita fino a 55 chili. L’accusa di non fumare davvero, di non bere come tutti gli altri: «Sei una ritardata, grassa e culona, fai finta di fumare, ma non aspiri, fai finta di bere, ma non bevi, fai finta di essere depressa per attirare l'attenzione, sei patetica». Con il senno di poi tanti piccoli segnali, tante richieste di aiuto. «Cosa credi che accada dopo la morte? Non lo so diosss, ogni tanto ci rifletto anche D:». «Dove pensi che vivrai tra cinque anni? Vivrò tra 5 anni? wow :')». «Qual è l'ultimo libro che hai letto? Il diario di una ragazza suicida (stupendo tra l'altro)». E quella storia dei tagli sulle braccia, fatti con un temperino. La tempestavano di richieste di foto delle ferite. Aveva ceduto ma poco dopo aveva tolto l’immagine. «Secondo me, i tagli sono tutti delle piccole bocche che gridano aiuto», ammette. «Ti tagli solo per farti vedere...», insistono. «Sì certo, mi rovino la vita solo per farmi vedere, rovino tutto il mio corpo, al punto di non ricordarmi più com’era la mia pelle normale, solo per farmi vedere, certo, è come dici tu, sì», risponde ironica.

Domande anche al fidanzato. Ora che Amnesia non c’è più su Ask non risparmiano domande crudeli neppure al ragazzo con cui era insieme da quasi un mese: «Come farai ora che lei si è suicidata? Ho i miei veri amici vicino che mi aiuteranno a passare questo difficile momento x me, cmq spero che LEI vi distrugga la VOSTRA VITA dall'alto a chi l'ha fatta star male fino a oggi». Ask non si ferma: il flusso di domande è continuo. Tra i ragazzini è quasi un must. È tutto più grande dei loro 14 anni. Ma anche loro sono più grandi di quello che sembrano.

Cos’è Ask.fm. Ask è uno tra i social preferiti dagli adolescenti. Va forte tra i 13 e i 16 anni. Creato da un’idea dei fratelli lettoni Ilya e Mark Terebin, è un social network con 60 milioni di iscritti. Una gran parte sono under18. È basato sul meccanismo della domanda e risposta. Ognuno ha un profilo personale e c’è uno spazio bianco per porre domande: la casella «Chiedi in forma anonima» è già flaggata. Di base quindi ci si parla senza conoscersi. Tra gli adolescenti serve per rinfacciare quello che a volte non si ha il coraggio di dire in faccia. Per insinuare, per offendere, per vendicarsi, per minacciare. Funziona molto meglio da quando c’è l’app per il telefonino. È come un sms: un trillo e ti arriva una domanda. Puoi rispondere in poche parole. E poi forse te ne arriva un’altra. Per tanti ragazzi diventa compulsivo, quasi un’ossessione. In questi anni Ask è stato trascinato sul banco degli imputati per i fenomeni di cyberbullismo. Ask però è un mezzo come un altro. È un social che gli adulti non conoscono, a cui la scuola non riesce a educare. Su Ask Amnesia non era poi così debole. La vita invece l’ha travolta.

Il suicidio degli operai fantasma di Fiat Pomigliano

  • Giovedì, 06 Febbraio 2014 11:56 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
06 02 2014

In prima fila alle mobilitazioni, megafono in spalla e macchina fotografica con sè: Giuseppe De Crescenzo era così e così rimane nel ricordo di tutti i colleghi di Fiat Pomigliano. Giuseppe, operaio e militante dello Slai cobas, martedì ha detto basta. Si è impiccato, nella sua casa di Afragola. Il sindacato Slai Cobas denuncia la sua situazione. Stava da sei anni confinato assieme ad altri 300 operai nel reparto “fantasma” della logistica di Nola. Era in cassa integrazione a zero ore dal 2008, da quando è stato trasferito dalla Fiat da Pomigliano al nuovo reparto logistico di Nola, il Wcl. Il reparto che “non c’è”, quello non è mai entrato in funzione. La storia di Giuseppe si somma alla storia di tanti altri volti Fiat: in bilico e con una cig in scadenza.

DALLA MAMMA AL CASSAINTEGRATO - Il blog del Comitato Mogli Operai Pomigliano denuncia i casi uno per uno. Quello di Pino è solo l’ultimo. «Per la disperazione – spiegano – a Pomigliano d’Arco, appena qualche giorno fa stava per suicidarsi lanciandosi dal tetto insieme ai suoi tre figli M. D. moglie trentaduenne di un operaio della Fiat di Pomigliano da 7 anni licenziato arbitrariamente dall’azienda ed ancora in attesa della causa rimandata alle “calende greche” dai giudici del Tribunale del lavoro di Nola». E poi c’è l’operaio della Fiat di Pomigliano in cassa integrazione, che ha tentato il suicidio gettandosi dal cavalcavia dell’A16 (autostrada Napoli.Bari) a Marigliano.

TUTTA LA STORIA – Partiamo dal reparto Wcl, quello da cui proveniva Peppe. Era il 2008 quando il piano, come riporta il Sole 24 ore doveva partire:

Ma la novità, e non di poco conto, venuta alla luce ieri nel corso dell’incontro che si è svolto nella sede romana di Fiat riguarda il settore logistico. Da lunedì scorso infatti Dhl ha infatti ceduto a Fiat la società che svolge l’attività di movimentazione dei componenti nello stabilimento di Pomigliano d’Arco. E questa società che conta circa 500 dipendenti è da ieri a tutti gli effetti di proprietà Fiat Auto ed ha assunto la denominazione Gianbattista Vico Handling srl. Con essa quindi passano a Fiat anche tutte e 500 le unità lavorative che vanno ad aggiungersi ai 316 lavoratori del Wcl assegnati all’unità di Nola. Acquisizione che è finalizzata alla realizzazione di un progetto di riorganizzazione dei servizi logistici dello stabilimento con riferimento alle aree di ricevimento materiali, scarico e carico mezzi, stoccaggio e magazzino, chiamata materiali e alimentazione delle linee.

C’è però chi da operaio ha visto il grande rilancio Fiat e scuoteva già la testa. Luigi Aprea, di Slai Cobas, ricorda ancora quel giorno: «Per la cronaca ci fu il cosidetto referendum dove Marchionne pretendeva il 90 per cento dei sì. Abbiamo avuto un 50 per cento di no sulle linee di montaggio dove era avvertito ancora di più il problema. Io e i miei compagni abbiamo monitorato le commissioni per il referendum. Eravamo schierati per il no. La nostra fabbrica aveva comunque la sua produttività e non doveva cedere diritti ed ulteriore lavoro. In seguito, nel progetto di rinnovo, sono stati “isolati” a Nola alcuni “lavoratori scomodi”. Alcuni, di cui faccio parte io, ovvero 1500 persone, stanno a zero ore cig nel sito di Pomigliano». E gli? «Altri sono stati trasferiti nel Wcl a Nola. Alcuni sono stati “discriminati” sia per iscrizione sindacale che per motivi di salute. Abbiamo ancora una vertenza in corso per la questione del trasferimento».

Nel mentre a Pomigliano si torna a sognare. Dopo l’accordo con Crysler nuove vetture potrebbero esser prodotte nel polo. I sindacati che hanno firmato il contratto Fim, Uilm, Fismic e Ugl sperano in una rotazione anche per chi versa nel limbo della cassa integrazione a zero ore. «A Melfi si farà la 500 X e la piccola Jeep, a Pomigliano la Panda e forse una seconda vettura. Rimane Cassino – ha aggiunto qualche giorno fa Marchionne – che strutturalmente e per capacità produttiva è lo stabilimento più adatto al rilancio Alfa Romeo. Mi impegno: quando il piano sarà a regime la rete industriale italiana sarà piena, naturalmente mercato permettendo».

FERMI DA 5 ANNI – Come si lavora a Nola? In realtà Luigi spiega che non si lavora: «Sembrava tutto partito con un buon auspicio specialmente mediatico. Sappiamo che da 5 anni che gran parte dei compagni di Nola non fanno una giornata di lavoro in un anno. Da tener presente che nell’accordo del giugno 2010 i segretari confederali hanno siglato nel contratto all’articolo 9 la possibilità di non rotazione. La mia sigla non l’ha firmato». Ma percorrere questa strada non è pericoloso? Stare in posizione così netta rispetto ad altri sindacati? «In un discorso immediato c’è da stringere i denti. La nostra posizione è ben passata tra i lavoratori ma ci sono difficoltà. Chi lavora dentro la fabbrica è “ricattato” con il gioco di altre persone che aspettano di entrare a lavorare. E poi fuori avviene anche l’inverso: ovvero state buoni voi in cassa integrazione che prima o poi toccherà anche a voi lavorare». Eppure il polo è ripartito o no? «Sul piano tecnico organizzativo – spiega l’operaio – la Fiat ha sempre sostenuto che ci sarebbe stato un polo d’eccellenza a Nola. In realtà non sembra così. Per quelli di Nola si prospettava una terziarizzazione secondo noi a discapito dei lavoratori. Al momento è tutto fermo. C’è l’assenza completa di una benché minima operazione di lavoro a Nola. Poca logistica e manuntenzione cassonetti. Si parla di pochi lavoratori impiegati ogni due/tre settimane».

PER GIUSEPPE – Luigi è vicino alla famiglia di Giuseppe in queste ore. Ricorda la presenza di sua sorella che spesso lo seguiva le sue mobilitazioni. «Peppe – ricorda – ci trascinava. Una cosa però è guadagnare 1400 euro al mese senza permetterci chissà che cosa e un’altra è finire a guadagnarne 900. Giuseppe ha toccato con mano tutto il declino». Anna Solimeno del Comitato Mogli Operai Pomigliano era una sua collega: «Quando uno perde il lavoro – precisa – si scatenano anche tanti altri problemi». A Marzo scade la cassa integrazione per i dipendenti di Pomigliano, a luglio per quelli di Nola. Anna cura il Comitato da oramai diverso tempo. L’ispirazione nasce da una lettera delle mogli degli operai di Termini Imerese che chiedevano un “miracolo” a l Papa e a Giorgio Napolitano.

Così, le donne di Pomigliano hanno preso in mano la situazione. «Ci siamo schierate a fianco dei mariti. Vicino a loro ci sono anche le famiglie. Tanto chi fa i conti in casa è la moglie. È la moglie – spiega – che in questi casi fa i miracoli». Anna è in cassa integrazione (a zero ore) dal 22 giugno del 2010. «Noi a Pomigliano – spiega Luigi – producevamo l’Alfa Romeo. Non capisco perché ci siamo dovuti concentrare su produzioni di nicchia». «Nel 2008 – ricorda - quando fu lanciata la Panda ci fecero vedere i filmati dei Fratelli Abbagnale (campioni di canoa alle Olimpiadi ndr). Se c’erano riusciti loro, potevamo riuscirci noi». Però a Nola c’è chi non ce l’ha fatta. «Noi – spiega Anna – saremo presenti oggi ai funerali di Giuseppe. Vogliamo fargli capire che siamo là anche nel suo ultimo viaggio. Noi non molleremo. Anche per lui».

Stefania Carboni

Si impicca in carcere un detenuto di 25 anni

  • Lunedì, 11 Novembre 2013 10:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Repubblica
11 11 2013

Il dramma nel carcere di Torino: la vittima è un algerino. La denuncia dell'Osapp: è la quarantatreesima vittima dall'inizio dell'anno.Sempre alle Vallette a poche di distanza un altro detenuto è stato salvato: aveva tentato di uccidersi con una lametta

di ERICA DI BLASI

Dramma alle Vallette. Un algerino di 25 anni, detenuto nel carcere di Torino, si è ucciso nella notte impiccandosi nella cella. Era detenuto per resistenza e lesioni e sarebbe stato scarcerato tra sette mesi, nel giugno 2014. Teatro del dramma il blocco B del carcere torinese.
A renderlo noto è L'Osapp, sindacato di polizia penitenziaria. "E' il quarantatreesimo suicidio in carcere da inizio anno in Italia - dichiara Leo Beneduci, segretario generale Osapp - e il 139/o in assoluto da mettere in relazione all'attuale situazione del sistema penitenziario italiano, tenendo conto anche del recente suicidio di un assistente di polizia penitenziaria di servizio a Padova".
Ma non solo: sempre stanotte ancora alle Vallette un altro detenuto ha tentato di uccidersi, ferendosi all'addome con una lametta: è stato salvato.
"Qualsiasi cosa voglia sostenere l'attuale politica - conclude Beneduci - a Torino, come nel resto d'Italia, la gestione delle carceri resta un inferno a cui sono destinati uomini e donne, anche di polizia penitenziaria, tenuto conto che i detenuti continuano ad essere 21mila più del previsto e i poliziotti penitenziari 8mila in meno nell'organico".

ArticoloTre
01 11 2013

Vittima di un sistema scolastico troppo rigido? Sembrerebbe proprio questo il motivo che avrebbe spinto un alunno cinese di quinta elementare a gettarsi dalla finestra, a Chengdu, nel sud-ovest. Aveva 10 anni e gli era stato imposto di scrivere un tema di scuse e autocritica per aver parlato in classe.

Lo ha rivelato la Radio Nazionale Cinese sul suo sito web. Un componimento di 1000 caratteri che proprio il ragazzino non riusciva a portare a termine. Comprensibile, forse, che a quell'età non si riesca a fare un vero “esame di coscienza”, dato che le autovalutazioni non sono mai cosa semplice, nemmeno per un adulto.

Evidentemente non la pensava così il maestro che, considerandolo invece un suo grosso limite, gli avrebbe consigliato di buttarsi di sotto. Lui non ci ha pensato due volte e l’ha fatto davvero.

Un appunto ritrovato all'interno di un libro di testo dello studente rende benissimo il suo senso d'angoscia: "Maestro, non ce la faccio. Mi sono sporto diverse volte quando ho tentato di saltare giù".

Si è schiantato su una macchina parcheggiata sotto l'appartamento in cui viveva e per lui non c’è stato nulla da fare. Indignati e furiosi, i genitori hanno appeso uno striscione all'esterno della scuola: "L'insegnante ha costretto nostro figlio a buttarsi giù dall'edificio".

L’istituto, in tutta risposta, avrebbe spiegato sul suo sito ufficiale che al bimbo e ai suoi compagni di classe era semplicemente stato chiesto di dare una valutazione al proprio comportamento dopo che avevano disturbato una gara di lingua.

Secondo i responsabili dunque, l'alunno sarebbe morto "per un incidente". Nell'opinione di molti invece, il fatto non rappresenterebbe altro che una pressione eccessiva, figlia di un meccanismo che fa del rigore un utilizzo spropositato e prematuro.

Huffington Post
01 11 2013

Sono trascorse poche ore dai funerali di Simone D., il 21enne gay che si è tolto la vita sabato scorso a Roma. A colpire tutti, in particolare, la rispettosa compostezza con cui è stato accolto il feretro sul sagrato della chiesa parrocchiale di San Giustino all’Alessandrino: non parole né applausi ma un eloquente silenzio, prolungamento e simbolo di quella solitudine che ha spinto Simone a gettarsi dalla terrazza dell’ex pastificio Pantanella. Un silenzio, questo, che scuote soprattutto gli animi di chi sa che cosa significhi e comporti l’essere omosessuali in Italia. HuffPost ha raccolto alcune testimonianze al riguardo.

Alessandro Bentivegna, 46 anni, - che a Dublino, due anni fa, si è unito cilvilmente col compagno Eduardo – ha detto: «Ieri sono andato alla veglia per Simone, il ragazzo morto suicida lasciando un biglietto con su scritto “Gli omofobi facciano i conti con la propria coscienza”… Io penso che con la coscienza dovrebbero farci i conti anche gli omosessuali italiani. Viviamo in uno Stato omofobo, i diritti che abbiamo avuto dalla nascita, come tutti gli altri, ci sono stati tolti appena abbiamo esternato la nostra condizione, di fatto siamo stati declassati a cittadini di serie B, di fatto la nostra dignità sentimentale e i nostri progetti di vita immediatamente declassati con una enorme lettera B. Ora mi chiedo, se il primo a discriminare è lo Stato stesso… come pretende poi di indignarsi ed essere credibile, verso l’ennesimo caso di bullismo, di vessazione e di suicidio? Non è tutto schifosamente e politicamente ipocrita?».

Per Francesco Ziantoni, 43 anni, la sua omosessualità non è mai stata un problema, perché sempre «vissuta alla luce del sole senza esibirla ma nemmeno nasconderla. La maggioranza delle persone a me vicine non l'ha mai considerata come un qualcosa da tollerare». Tuttavia, continua Francesco, «episodi spiacevoli e dolorosi ci sono stati eccome. Sono passati vent'anni dalla mia giovinezza, ed è triste che nulla, sul piano sociale, legislativo, normativo sia cambiato. Ci sono ancora tante persone costrette a vivere la propria sessualità nascosti come fosse un crimine. Questa, e l'assenza di una legge vera anti-omofobia, per non parlare del rifiuto tutto italico di legiferare sulle unioni omosessuali, fa sì che il nostro Paese sia ancora un posto dove essere omosessuale può essere motivo sufficiente per togliersi la vita. Questa è l'ennesima triste realtà del nostro Paese incapace di adeguarsi all'evolversi della società civile».

Per Alessandro Michetti, 40 anni, le persone lgbt in Italia si trovano a vivere «aspirazioni riflesse, che provengono dall'estero dove l'impegno c'è e c'è sempre stato. Qui manca quasi del tutto. È facile quindi capire come delle persone, giovani o anche adulte, vivano il disagio della propria condizione non per il fatto di essere gay ma per le stigma che l'ambiente circostante ributta loro addosso».

Come leggere il suicidio di Simone? «Per me – dichiara Alessandro - pensare che un ragazzo scelga di lanciarsi dall'undicesimo piano è un atto d'accusa fortissimo non solo verso gli omofobi propriamente detti ma anche verso tutti quelli che non operano, affinché le cose cambino e si crei un ambiente accogliente e civile. Forse non basterà neppure questo ma un'azione è necessaria».

Giulio, 28 anni, originario d’un paesino del Viterbese, è uno che al suicidio pensò seriamente anni fa: «Quando, anni fa, presi pienamente consapevolezza d’essere gay, tentai più volte di togliermi la vita. I discorsi dei miei amici sui “froci”, le battute di qualche familiare sull’argomento, avevano ingenerato in me la convinzione d’essere uno sbaglio. Meglio farla finita. Se ho superato questo lungo momento difficile, lo debbo, strano a dirsi, a un prete, che mi fece capire di essere tutto fuorché uno sbaglio. Posso, quindi, immaginare che cosa abbia vissuto Simone».

E prete è stato fino al 2007 Francesco, 37 anni, che ha poi deciso d’abbandonare il ministero, per vivere alla luce del sole la propria condizione omosessuale. Il passo fu vissuto con drammaticità anche per la volontà di voler rivelare ai suoi le motivazioni, che lo spingevano ad abbandonare la tonaca. «Oggi, sotto questo punto di vista, sono una persona pacificata – così Francesco – eppure ripensare a quel periodo mi procura ancora amarezza. L’essere additato come l’ex-prete, che ha lasciato il ministero perché gay (ma le definizioni erano più volgari), non è una cosa che fa piacere».

Riguardo al suicidio di Simone «auspico – continua il 37enne – che, col passar del tempo, non venga considerato un mero nominativo nella serie dei gay italiani che si sono tolti la vita. Che la sua morte possa risvegliare tutti dal sonno dell’indifferenza e spingere a un’azione congiunta, finalizzata a una legge che non solo contrasti l’omofobia ma veda finalmente tutelati i diritti delle persone lgbt. Solo in questo modo si potranno evitare per il futuro episodi tristi come il suicidio di Simone».

Francesco Lepore

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