Ha preferito spararsi un colpo con uno dei suoi cinque fucili da caccia, tutti regolarmente registrati. "Non ce la faceva più, diceva che voleva farla finita - racconta la compagna alla polizia - Aveva bisogno di aiuto ma non l'ha avuto". ...
Suicidio? Lo dimostrano i numeri, e i fatti dietro le statistiche. Le morti di Civitanova, perciò, non fanno che potenziare l'impatto mediatico di una sequenza tragica, le cui diramazioni si propagano nel tessuto civile delle comunità più avanzate, quelle dello sviluppo economico ed industriale dall`apparenza inattaccabile. ...

Suicidi italiani e il dovere di non mistificare

  • Giovedì, 07 Marzo 2013 09:29 ,
  • Pubblicato in Flash news
Linkiesta
07 03 2013

Crisi, mancanza di lavoro, il fantasma di Mani Pulite 20 anni dopo. Ma non si può generalizzare

Davanti ai morti bisogna togliersi il cappello, fermarsi al dramma umano e personale, si ha il dovere di non mistificare. Ieri sera quando è uscita la notizia del suicidio di David Rossi, capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, a lungo braccio destro dell'ex presidente Giuseppe Mussari ma riconfermato in ruolo dal nuovo vertice della banca senese nella bufera, la tentazione di molti è stata di fare pacchetto con gli altri tragici morti di giornata.

La follia di Perugia dove un piccolo imprenditore ha fatto strage negli uffici della regione Umbria ammazzando due impiegate prima di togliersi la vita. E quella di Sesto Fiorentino dove un uomo di sessant'anni, licenziato dalla ditta per cui lavorava, si è ucciso dandosi fuoco. Sulla rete, nei primi commenti di telegiornale e nell'acquario dei social network è partita l'omologazione e il catalogo pigro del sociologhese all'italiana. Sarebbero gesti folli assimilabili, con un mandante chiaro: colpa della crisi che esaspera il paese, la disoccupazione, gli scandali, la politica che fa il teatrino invece che alleviarla, l'austerity imposta dall'Europa, l'ingovernabilità che regna sovrana, le banche che non danno credito e la Pubblica amministrazione che non paga i suoi debiti.

C'è tutto questo nel terribile tunnel in cui è immerso il nostro paese. Chi lo nega dice il falso. In testa c'è il venir meno di legami comunitari e di capitale sociale da sempre vanto e cuscinetto delle tante piccole Italie. C'è l'austerity che picchia duro e soprattutto l'emergenza lavoro, il vero dramma di questi mesi. L'altro giorno abbiamo intervistato il capo degli artigiani di Treviso, Mario Pozza, che ci ha raccontato l'abisso di un suo collega che si è impiccato. Venti giorni prima a Campodarsego, sempre in Veneto, un altro piccolo imprenditore ha sparato al direttore di una filiale di banca. Insomma nessuna sottovalutazione. Ma proprio per questo chi fa informazione ha il dovere di non banalizzare. È soprattutto in questi momenti che occorre separare, capire, approfondire senza fare di tutta un'erba un fascio.

La tragedia di Perugia si trascina dietro la follia e lo stordimento di una persona in cura psichiatrica che individua nella pubblica amministrazione il marcio del mondo. Quella di Sesto mescola problemi di lavoro e lutti familiari, la recente scomparsa di una sorella avrebbe sconvolto il piccolo imprenditore. Più in generale se guardiamo le statistiche, ci confermano che nel lungo inverno recessivo, nonostante una certa vulgata mediatica, non ci sono più morti e suicidi di artigiani e piccoli imprenditori che in altri periodi recenti. Significa che il problema non esiste? Certo che no. Significa che ci vuole buon senso e sangue freddo. Raccontare i fatti e la crisi di un paese non significa crearsi altri mostri. Non è serio nè utile.

La fine tragica di David Rossi è probabilmente un'altra cosa ancora. Per alcuni rimanda direttamente a vent'anni fa, ai suicidi dell'epoca Mani Pulite, Gabriele Cagliari e Raul Gardini. Stessa crisi di sistema, stesso intreccio affari-politica, scandali e corruzione, le Procure in campo e una politica debolissima e litigiosa. Chissà se anche questa non sia una spiegazione comoda e di contesto. Di certo quasi tutti i grandi scandali finanziari, qual è Mps, si portano dietro la tragedia di vite schiacciate. «Spesso a farla finita sono persone perbene stritolate da sistemi delinquenziali...» ha commentato ieri sera a caldo Enrico Mentana. Proprio per questo, si ha il dovere di non mistificare.

Marco Alfieri

Io parlo quanto mi pare
11 02 2013

I giornali tacciono sulla vera notizia della settimana. Giuseppe Burgarella, disoccupato sessantunenne, si suicida a Trapani. Con una copia della Costituzione in mano…

Giuseppe Burgarella si è suicidato a Trapani, impiccandosi ad una trave del suo appartamento. Un siciliano, un lavoratore, ex sindacalista CGIL, uno che non ci stava a vivere di sussidio, preferendo di certo il sudore della fronte.

E’morto domenica scorsa, Giuseppe. Ma la notizia passa inosservata, cedendo il passo ai teleimbonitori che restituiscono IMU e promettono condoni. La politica. Quella politica che grida dai teleschermi, per assicurarsi la benevolenza di un popolo succube che ancora non ha completamente deciso di riprendersi la propria dignità.

Se n’è andato nel silenzio dei media, megafoni di palazzinari, comici, servi delle banche e delinquenti di vari. Ed il motivo è presto detto: Giuseppe non promette restituzioni di tasse,  non promette condoni, non pettina le bambole e non è amico delle banche.

E’un disoccupato, uno scarto della società, uno di quella maggioranza silenziosa di cui non importa niente a nessuno, se non sotto elezioni.
Chiedeva indietro solo la sua dignità di uomo ed un diritto costituzionalmente garantito, checché ne dica la Fornero: il lavoro, quell’attività che ti permette di guardarti ogni mattina allo specchio senza problemi e senza pesare sulle spalle altrui.

Ma il fardello da portare in groppa si era fatto insostenibile: Giuseppe Burgarella l’ha fatta finita, ha gettato la spugna, ha ceduto alle violenze perpetrate da una classe politica barbara ed inetta, pronta ad annientare gli strati sociali più deboli e a renderli schiavi di quelli più forti. E’morto, ma il suo gesto non passa inosservato: prima di compiere l’insano gesto, ha preso in mano una copia della carta costituzionale ed ha scritto un biglietto a chi di lavoro ne capisce davvero poco: Re Giorgio Napolitano (quello che si aumenta l’appannaggio presidenziale in tempi di crisi), chiedendogli l’aiuto che lo stato dovrebbe riservare a chi “rimane indietro”, citando quell’articolo primo della nostra Costituzione, che sembra scritto da Berlusconi.

Sì, perché l’Italia viene definita democratica, e fondata sul lavoro: cazzate degne del nano di Arcore. Ma dove sta la democrazia, quando vieni pedissequamente privato del lavoro e dei mezzi di sostentamento?

E così, prima di farla finita, Burgarella ha scritto un biglietto con tutti i nomi dei disoccupati suicidatisi nell’ultimo anno. L’ultimo nome della lista, purtroppo, recava la sua firma.

Viene la tentazione di considerare il suicidio Burgarella alla stregua di un omicidio politico: i mandanti siedono a Palazzo Chigi, gli esecutori in Parlamento.

E la vittima, come ha scritto nelle sue ultime righe, si è ripresa la sua dignità. Quella dignità sulla quale la classe politica non smette di sputare quotidianamente.

Il Fatto Quotidiano
10 01 2013

Ieri ho letto il post ”Carolina, giovane donna italiana suicida nel 2013″ di Lorella Zanardo, sul gesto autodistruttivo di una giovane che rievoca quello del ragazzo suicidatosi qualche mese fa. Forse in queste due tragedie una parte l’ha avuta anche il sessismo? Senza entrare nel vivo di queste due vicende, negli incontri formativi che ho fatto in passato, nelle scuole medie e superiori è risultato che anche tra gli adolescenti, purtroppo, si continuano ad adoperare insulti sessisti all’insegna di donne, uomini, e coetanei. Se si vuole colpire od offendere, spesso nel mirino ci sono i comportamenti o gli orientamenti sessuali. Quando andavo al liceo erano i muri della scuola che facevano “giustizia” insieme ai pettegolezzi del desiderio delle ragazze ma oggi disponiamo di mezzi nuovi che possono amplificare i messaggi compresi quelli negativi. Abbiano conosciuto storie dolorose di adolescenti messi alla gogna anche sul web. I social network possono diventare una gogna terribile qualcosa che puoi vedere e leggere ogni giorno con i tuoi occhi se sei un bersaglio. Il web è uno strumento neutro che può essere adoperato in maniera creativa e distruttiva anche per mettere alla berlina qualcuno o qualcuna. Uno strumento nuovo che può veicolare contenuti e modalità di relazione involute o che sanno di muffa: “frocio”, “puttana”, e gli adolescenti sono quelli che possono soffrirne di più, hanno personalità ancora in formazione e sono vulnerabili, assetati di conferme e di relazioni affettive.

Gli insulti sessisti dopo gli anni della rivoluzione sessuale avrebbero dovuto sparire, perdere potenzialità offensiva. Invece no. Sono ancora lì, come quei pregiudizi che li mantengono in vita e sono adoperati perché ancora feriscono, perché siamo cambiati e siamo cambiate ma non più di tanto; anzi negli ultimi anni siamo tornati indietro con una involuzione di cultura e di riconoscimento di diritti. L’omofobia e il sessismo sono la cartina di tornasole, tanto più rigurgitanti violenze quanto più la società resiste ad un cambiamento nelle relazioni donna – uomo e nel modo un cui si ha il diritto di vivere le scelte sessuali. Quelle che restano sempre uguali sono la paura e la violenza che resistono e trovano nuovi fronti su cui fare vittime.

Scortum era la parola che definiva le prostitute nell’antica Roma, si trattava di un vocabolo appartenente alla declinazione del neutro, perché in latino si declinavano al neutro gli oggetti o le piante ad esempio, ovvero cose inanimate o elementi della natura, prive di soggettività. Ancora oggi insultare una donna dandole della puttana o della troia significa sottrarle soggettività, cercare di annichilirla a una mera funzione sessuale: quell’insulto in sé non costituisce solo un atto di violenza verbale, ma implica una sottintesa minaccia (che ogni donna avverte) dell’esposizione a potenziali violenze. E infatti è quasi sempre quell’insulto che viene rivolto alle donne che subiscono violenza, durante lo stupro (o le percosse nella violenza domestica) e anche dopo lo stupro. E’ quello che si dice di una donna che viene stuprata quando si prendono le parti degli stupratori, cosa che da noi avviene spesso. “Se l’è andata a cercare?”. Perché se “sei puttana. Sei terra di nessuno e non appartieni nemmeno a te stessa.” La morale è sempre quella.

Per l’otto marzo dovremmo fare la marcia delle puttane e sfilare in corteo con i cartelli e gli epiteti che la nostra fantasiosa lingua ci offre in tutte le sue varianti: troia, puttana, zoccola, bagascia, mignotta, meretrice, sgualdrina, eccetera e come unico slogan ridere fragorosamente. Una risata per destrutturarne il senso, una risata per far scoppiare la bolla di pregiudizio sessista su cui si reggono gli insulti sessisti, per ridere dei contenuti sottintesi e ridere a crepapelle di chi vuole etichettare le donne sessualmente o mettere un marchio alle scelte sessuali di uomini e donne.

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