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Transessuale, cioè normale

  • Giovedì, 11 Dicembre 2014 12:19 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
11 12 2014

Certo, «un insulto ti può ferire, ma quello che trovo più offensivo è che tante persone possano ancora definirmi “un” trans».

Elena Trimarchi, fiorentina, calca su quell’articolo maschile: «Ho sofferto per diventare quello che mi sono sempre sentita, una donna, e spesso mi trattano come se appartenessi a un branco indifferenziato, un fenomeno da baraccone utile solo per la cronaca nera o il gossip. Per l’informazione siamo “il trans rapinato”. Oppure tutte prostitute, l’estremo rifugio per mariti annoiati».

Non è così. Da Catania a Genova, da Taranto a Padova, le persone transgender stanno combattendo una battaglia silenziosa, che a piccoli passi le sta portando verso l’integrazione. Non è facile, però: la strada è lunga, fatta talvolta di solitudine, incomprensioni familiari, violenze e discriminazioni. Ma accanto ai drammi e alle sofferenze, ci sono storie di riscatto. Cioè semplicemente di vita normale. Negli uffici, nelle fabbriche, nelle università. E chi è transessuale sempre più spesso tende a non nascondersi più.

Come Vittoria Vitale, catanese di 24 anni. Studia Scienze della Comunicazione nell’ateneo della sua città e ha avviato la transizione verso una piena identità femminile a 18 anni. Ma sulla carta di identità è ancora “Giuseppe” e questo l’ha esposta anche a situazioni imbarazzanti: «A un esame», racconta, «il professore faceva l’appello: quando ha chiamato “Giuseppe” e io mi sono alzata, tutti si sono voltati e mi hanno squadrata dalla testa ai piedi». Poi però, sostenuta dall’associazione studentesca Lgbtqi, Vittoria è riuscita a ottenere dal rettore un libretto provvisorio in cui è registrata con il suo nome femminile.

Ma la discrepanza tra la carta di identità e l’aspetto fisico a volte è un problema più grosso. Ad esempio, quando si cerca lavoro. Michela è veterinaria e racconta di aver sostenuto molti colloqui, tre dei quali sembravano andati a buon fine: «Ma non mi avevano ancora chiesto i documenti: quando hanno scoperto che ero transgender, il posto è andato ad altri».

Per questo il Movimento italiano transessuali chiede di cambiare la legge perché si possa ottenere il cambio di sesso e di nome sui documenti indipendentemente dall’intervento chirurgico e senza l’autorizzazione del giudice (l’attuale normativa impone questi passaggi). Basterebbe insomma un iter certificato dal sistema sanitario.

Il problema c’è: secondo i dati diffusi da Arcigay e dallo stesso Mit, in Italia negli ultimi dieci anni il 45 per cento di trans ha visto respinta la propria candidatura a un colloquio di lavoro a causa del proprio genere e il 25 per cento è stato addirittura licenziato. Elena Trimarchi, di Firenze, racconta ad esempio che a lei hanno sempre sbattuto la porta in faccia: «Mi sono rivolta alle coop rosse, senza risultati. Poi mi ha assunto, in nero, una famiglia bene, come segretaria di un noto studio medico: ma i figli hanno saputo che ero un’attivista trans e mi hanno cacciata».

Un destino simile sembra quello di Alexandra Petanovic, originaria di Belgrado. Fuggita dalla Jugoslavia nel 1994, durante la guerra civile, Alexandra arriva in Italia e qui compie la sua transizione da uomo a donna. Poi si laurea e prende il dottorato all’Università pontificia, scrive un saggio accademico su Elena Dragas, l’ultima imperatrice bizantina, ma quando chiede un posto all’università l’incanto finisce. Oggi fa la badante. Due anni fa è stata protagonista di un brutto episodio di transfobia ad Ardea, vicino a Roma: un gruppo di naziskin prima l’ha insultata e poi le ha fatto trovare l’auto devastata, con due banane e un cumulo di feci sul tettuccio.

Differenti, e a lieto fine, sono invece le storie di altre persone transgender, che dopo una sofferta transizione sono riuscite a integrarsi. Alessandro Iuliano, 41enne di Padova, racconta di non aver mai subito discriminazioni: «Forse perché chiarisco sempre chi sono», dice. Alessandro lavora da 17 anni in una impresa metalmeccanica di oltre 300 dipendenti, dove è assistente post-vendita. «Una volta deciso di compiere il percorso, ho incontrato il direttore generale, accompagnato da un sindacalista Cisl. Poi ho fatto un lungo tour, ufficio per ufficio: ho spiegato che “Lisa” andava via e che ora c’era Alessandro. L’hanno presa tutti bene, anche il presidente».

Stessa accoglienza positiva per Angelo Borrelli, napoletano di 36 anni. Dal 2001 lavora per una grossa catena di ristorazione autostradale, a Parma. «Ho compiuto il percorso continuando a spostarmi dalla cassa al bancone, con i manager, i colleghi e i clienti che mi seguivano giorno per giorno. Nessun problema. E alcuni si sono complimentati, dicendo che avevo avuto coraggio».

Ben inseriti, a Cagliari, sono Arianna Ghiglieri e Marco Michele Angioni, entrambi transgender e legati da una relazione sentimentale: 35 anni lei e 24 lui, hanno dovuto affrontare nell’adolescenza la contrarietà di alcuni familiari, ma poi tutto è filato liscio. Arianna segue le istruttorie per un’agenzia di finanziamenti: «Mai subito discriminazioni sul lavoro», dice, «ma so che il problema per altri esiste, infatti partecipo alle iniziative pubbliche per i nostri diritti». Marco è dipendente di una nota catena di ristorazione: «Inviai un curriculum “al maschile”», racconta, « e solo alla fine del colloquio rivelai che c’era un problema: i documenti erano al femminile. Il capo, che aveva lavorato negli Stati Uniti, mi rispose tranquillo: “Ritorna domani che cominciamo”».

Difendere le persone trans può diventare una professione: e così Alessandra Gracis, avvocatessa trevigiana, anche lei transgender, ha tra i suoi clienti una ventina di ragazze operate in tutta Italia; si tratta di cause avviate contro diversi ospedali, per gravi danni riportati in seguito alla vaginoplastica. Alessandra aveva sposato Roberta prima di iniziare la transizione e per ora ha deciso di non adeguare i propri documenti: «Se lo facessi si annullerebbe il vincolo coniugale. Quindi perderemmo diritti preziosi come la pensione di reversibilità». Già, perché «anche le persone transessuali invecchiano», come fa notare Mirella Izzo, di Genova, attivista storica: «Abbiamo una vita oltre le tette», dice, «ma spesso la passiamo in solitudine, con pochi soldi, senza nessuno che ci assista». Su questi temi Izzo ha scritto un libro: “Oltre le gabbie dei generi. Il manifesto Pangender”.

Miki Formisano, di Taranto, è invece un rappresentante di commercio: ha attraversato una giovinezza turbolenta, fatta di eroina e carcere. Ha contratto l’Hiv ed è sopravissuto alla malattia conclamata. Oggi sta bene, va regolarmente in palestra, ha trovato una compagna, Marilena. Aiuta le persone sieropositive e anima campagne di sensibilizzazione nelle scuole.

Leda Peirano, camionista di Savona, amava travestirsi fin da quando aveva 13 anni. Ha continuato a farlo in età adulta: sempre in segreto, perché nel frattempo si era sposato. Quando ha deciso di uscire allo scoperto, la moglie se n’è subito andata. Oggi neanche le tre figlie - di 19 anni, 17 e 11 - vogliono più incontrarla. «Sono sola, ma finalmente me stessa: una donna libera», dice. «Quando vado a scaricare il camion mi presento con garbo: e nessuno fa battute. Se spieghi chi sei, gli altri ti rispettano». Ed è questo che le persone transessuali oggi chiedono più di ogni altra cosa: il rispetto.

Antonio Sciotto

Il Fatto Quotidiano
20 11 2014

Il 20 novembre è la data del Transgender Day of Remembrance, abbreviato in TDoR, ed è il giorno in cui si ricordano le persone trans vittime di violenza. L’evento nasce all’indomani dell’omicidio di Rita Hester, avvenuto nel 1998. L’anno successivo a San Francisco il triste episodio venne ricordato con una veglia a lume di candela, su iniziativa dell’attivista Gwendolyn Ann Smith. Da allora sempre più città in tutto il mondo celebrano questa giornata, per dire no agli omicidi e alle aggressioni motivate da transfobia.

“The Transgender Europe’s Trans murder monitoring project” si legge sul sito di Arcigay “ogni anno rileva i dati relativi agli omicidi di persone trans in tutto il mondo: secondo questo osservatorio sono 226 i nomi da aggiungere in questo 2014 alla lista delle vittime. La maglia nera appartiene al Brasile con 113 omicidi.” La situazione in Italia non è tra le migliori. Nel 2014 è stata assassinata una transessuale di trentuno anni, a Salerno. Dal 2008 ad oggi sono state uccise ventotto transessuali, “un dato secondo solo alla Turchia e a cui è necessario affiancare gli innumerevoli tentati omicidi e le quotidiane violenze.”

Va anche ricordato che i soprusi contro le persone trans non sono solo fisici. Partiamo dal dato linguistico: non accettare la condizione di chi non si riconosce nel suo sesso biologico – e che affronta un duro percorso di transizione per ritrovare la sua piena umanità – è la prima di tutte le violenze. Ricordo ancora quando ad una trasmissione, l’allora ministro Castelli, rivolgendosi a Vladimir Luxuria, ironizzava sulla sua identità sessuale e dichiarando di non sapere se darle del lei e del lui. “Datemi del loro” rispose, prontamente l’ex parlamentare di Rifondazione, con l’ironia di cui è capace. E ancora, basta fare un giro sulle testate dei maggiori quotidiani per vedere come il termine “trans” viene declinato sempre al maschile.

Sempre sul linguaggio, ancora, è consuetudine giornalistica – che diviene, di conseguenza, abitudine del parlato quotidiano – utilizzare la parola in questione come sinonimo di “prostituta”: si pensi alla frase “andare a trans”. Come se fosse scontato, o quasi obbligatorio, che una persona che decide di cambiare sesso debba necessariamente passare dal marciapiede. Ho conosciuto diverse persone che hanno avviato e completato il percorso di transizione: alcune di esse si prostituivano, altre facevano (e fanno) altre professioni. Tra queste, c’era pure un’insegnante. Segno evidente che vivere in una società che garantisce i diritti a prescindere da ciò che si è permette a chiunque di riuscire a realizzarsi a livello umano e professionale.

Infine, viviamo in un contesto sociale e culturale per cui essere trans è ritenuto, ancora oggi, una patologia. Una malattia mentale, per essere ancora più chiari. Ma la situazione italiana è talmente assurda per cui un disturbo dell’identità di genere – che dovrebbe essere un problema psichico – viene risolto con un intervento chirurgico. E anche questa è una forma di abuso. Forse dovremmo rivedere la norma che riassegna il sesso, il nome, il proprio io. Partendo dal presupposto che una buona legge ha come fine il benessere dei soggetti a cui è rivolta e non i pruriti moralistici di chi mai vi ricorrerebbe.

Per cui: usare le parole giuste, rivedere la legislazione in atto, capire che quando parliamo per categorie ingabbiamo, prima di ogni altra cosa, vite e sofferenze. E quelle vite e quelle sofferenze meriterebbero un rispetto maggiore. Possiamo cominciare, tutti e tutte, da qui.

Infine: sono previste oggi, in diverse città d’Italia, da Catania a Torino, passando per Roma, alcune iniziative in ricordo delle vittime di transfobia. Qui nella capitale si farà una fiaccolata di fronte al Pantheon. Sarebbe bello partecipare in massa. Per dire no alla violenza in una delle sue forme più odiose: quella che passa dalla discriminazione delle identità. Per essere migliori, non per altro.

Dario Accolla

20 novembre - Transgender Day of Remembrance

Il Transgender Day of Remembrance o TDoR è una ricorrenza della comunità LGBT per commemorare le vittime dell'odio e del pregiudizio anti-transgender (transfobia). L'evento, che si celebra il 20 novembre, venne introdotto da Gwendolyn Ann Smith in ricordo di Rita Hester, il cui assassinio nel 1998 diede avvio al progetto web "Remembering Our Dead" e nel 1999 a una veglia a lume di candela a San Francisco.
Da allora l'evento è cresciuto fino a comprendere commemorazioni in centinaia di città in tutto il mondo.

Zeroviolenza è nata nel 2009 come progetto di denuncia e di prevenzione della violenza sulle donne e di ogni forma di violenza utilizzando come strumento quotidiano un lavoro di informazione civile che intende mettere al centro il valore dell'identità di ogni persona, la relazione tra uomini e donne, il rispetto di ogni differenza e il rispetto.
Promuove una coscienza civile che riconosce l'identità sessuale e culturale di uomini e donne, e la loro libertà di scelta sia negli ambienti familiari che in quelli sociali e politici.

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La battaglia per i diritti trans va in onda su Rai3

  • Venerdì, 12 Settembre 2014 10:42 ,
  • Pubblicato in Flash news

Circolo Mario Mieli
12 09 2014

Durante la nuova stagione di “Storie Maledette”, storico programma di Franca Leosini che tornerà in onda a partire da sabato prossimo, le storie di sangue lasceranno eccezionalmente spazio alla vicenda di Alessandra Bernaroli, bancaria emiliana costretta allo scioglimento del proprio matrimonio dopo la riassegnazione anagrafica del genere.

“La puntata del prossimo 4 Ottobre” – secondo Andrea Maccarrone, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli – “racconterà una violenza diversa ma non meno crudele di quella cui sono abituati gli affezionati telespettatori del programma di Rai3: quella di uno Stato carnefice e incapace di registrare i cambiamenti della nostra società. Uno Stato che continua a negare diritti e uguaglianza alle cittadine e ai cittadini Lgbt obbligandoli spesso a scegliere, come nell’emblematico caso di Alessandra, fra la propria autodeterminazione e il riconoscimento dei propri legami e affetti”.

“Storie Maledette” permetterà a milioni di italiani di conoscere il difficile percorso fisico e morale di chi sceglie di intraprendere la strada della rassegnazione del genere con una puntata che conferma la straordinaria sensibilità e vicinanza di Franca Leosini nei confronti della comunità gay, lesbica, bisessuale e trans.

Ringraziamo Franca per l’amicizia e la grande attenzione che mostra nei confronti delle nostre battaglie e auguriamo a lei e a tutta la redazione di “Storie Maledette” il nostro migliore in bocca al lupo per la nuova stagione del programma.

Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli
Andrea Maccarrone – Presidente
3297488791

Ufficio Stampa
Andrea Berardicurti – Andrea Contieri
065413985 – 3487708437

Trans, Nicole e la violazione della dignità

Il Fatto Quotidiano
25 08 2014

Per capire l’enormità di quello che è successo a Nicole, la transessuale MtF che nel giorno del suo funerale è stata abbigliata in abiti maschili, porrò alcuni interrogativi utili a inquadrare il fatto nella sua importanza: cosa direbbe un tifoso di una squadra di calcio di fronte alla prospettiva di essere messo nella bara con la maglia di una squadra rivale e magari tanto odiata? O cosa potrebbe accadere se un fervente cattolico venisse acconciato così come previsto da un’altra religione? Cosa direbbero amici e familiari se venissero violate le identità di chi, ormai senza più vita, non può fare valere le ragioni delle proprie scelte?

Per quanto riguarda Nicole non si è trattato di disattendere una fede – calcistica o religiosa, poco importa – ma di violare la dignità di qualcosa che preesiste, se vogliamo, a qualsiasi costrutto umano: il proprio io, l’identità di cui è capace, la percezione del sé e della realizzazione della propria vita.

Viviamo in un paese in cui le persone transessuali vengono trattate come mostri sia dall’opinione pubblica, sia dalle istituzioni. Soprassederò su battute e semplificazioni, per cui “trans” molto spesso è sinonimo di prostituzione. Il transessualismo – ci fa notare la giurista Anna Lorenzetti, nel suo libro Diritti in transito – è ancora inserito nel DSM nell’ambito delle patologie mentali e la legge prevede che esso venga “curato”, tuttavia, attraverso un intervento chirurgico. Basta solo questo paradosso per capire l’insufficienza di un provvedimento giuridico che andrebbe ripensato integralmente.

Contrariamente al resto della popolazione, la persona trans per essere riconosciuta nella sua identità sessuale non può scegliere, ma è costretta a ricorrere al percorso medico, molto spesso doloroso e con un grave impatto sul benessere psichico di chi vi si sottopone.

Di fronte a tali evidenze, la decisione della famiglia di Nicole di non rispettare l’identità della figlia – che sicuramente in passato è stata un uomo, ma la cui anima era femminile e che aveva fatto di tutto per diventare come sentiva di essere – rappresenta un duplice insulto.

Innanzi tutto all’identità della persona, alla sua autodeterminazione e al rispetto dei legami di parentela. La famiglia dovrebbe tutelare chi la compone, non imporre la sua visione. Altrimenti non è famiglia, è abuso. E in secondo luogo, questa scelta va contro l’evidenza scientifica. Il nuovo DSM, infatti – ci ricorda sempre Anna Lorenzetti – dichiara che il malessere legato alla condizione delle MtF e degli FtM non va ricercato nella transessualità in quanto tale, ma nel fatto che la società non riconosce l’identità trans. Con la decisione di far tornare in abiti maschili Nicole, la sua famiglia non ha fatto altro che consolidare quella sfera di pregiudizio e di intolleranza che genera infelicità per migliaia di persone.

Concluderò ricordando lo splendido personaggio di Agrado, nel film di Almodovar Tutto su mia madre, che dichiara ad un certo punto: “Quel che stavo dicendo è che costa molto essere autentiche, signora mia, e in questa cosa non si deve essere tirchie, perché una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha di se stessa.”

Si è tanto più veri/e quanto più si è come si vuole. Quest’evidenza sfugge, purtroppo, a chi obbedisce all’artificio dell’occhio sociale e delle sue convinzioni. Pazienza se a rimetterci sono ancora le identità, le aspirazioni e i sogni delle frange più fragili del nostro tessuto sociale.

Dario Accolla

 

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