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Corriere della Sera
29 06 2014

L’ex parlamentare sarebbe stata attaccata per la sua battaglia civile contro lo spaccio di droga al Pigneto, il quartiere dove abita da anni

Nuova aggressione, questa sera, per l’ex parlamentare Vladimir Luxuria, protagonista negli ultimi tempi di una battaglia contro lo spaccio di droga al Pigneto, quartiere dove risiede ormai venti anni. «Erano le 19 circa quando stavo rientrando a casa - ha raccontato - quando un gruppo di persone straniere mi ha circondata. Mi hanno insultata sbattendomi addosso bustine di droga. Poi mi hanno minacciata di morte se avessi continuato a disturbarli nei loro affari. Una donna, credo una loro conoscente, si è messa in mezzo riuscendo ad evitare che l’aggressione diventasse fisica e sono riuscita ad entrare nel portone di casa. Anche un ragazzo che lavora nel vicino locale si è mosso in mia difesa». Sul posto è poi giunta la polizia, ma nel frattempo il gruppo di aggressori era scappato.

«Lo Stato deve fare qualcosa»
«Ho paura», afferma scossa Luxuria che racconta anche di un quartiere ormai cambiato: «Il Pigneto era un piccolo borgo felice, ma ora non è più così. È demoralizzante». Cambiare casa? «Io amo la mia abitazione e non vorrei farlo - aggiunge - spero di non esservi obbligata e di sentirmi invece protetta dallo Stato. Comunque dovrò modificare la mia vita. Mi sono esposta, sanno dove abito e quindi dovrò stare più attenta. Il Pigneto era un angolo di paradiso, ma ora è vittima di una vera e propria occupazione del territorio da parte degli spacciatori con risse continue. Lo Stato deve fare qualcosa». Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center, commenta:«Esprimiamo la nostra solidarietà e vicinanza a Vladimir Luxuria per l’aggressione di cui è stata vittima al Pigneto. Ci aspettiamo che a Luxuria arrivi la solidarietà di molti anche dalle istituzioni e dalla politica. Anche perché questa aggressione sembra dovuta per l’impegno di Vladimir a favore della sicurezza e della legalità nel suo quartiere, cosa che le deve rendere merito e non violenza».

Corriere della Sera
29 05 2014

«Quanti uomini si aggiravano tra i vicoli, inquieti. Cercavano noi. Ognuno con il suo desiderio segreto, inconfessabile. Molti venivano vestiti da donna, per farsi trattare al femminile. Ce n’era uno che voleva essere il mio scolaro, io dovevo fare la maestra e fargli fare i compiti: le poesie a memoria, le operazioni di aritmetica. Gli chiedevo quanto fa 81 diviso 9 e lui rispondeva sempre 8. Le sbagliava apposta, per farsi colpire con un frustino. Ne ho viste di tutti i colori. E proprio per questo dopo tutti questi anni mi sono convinta che quella con la sessualità più normale sono proprio io». Rossella Bianchi si aggiusta i capelli biondi, vaporosi, lunghi, e ricorda il suo passato. Tremila incontri all’anno in quasi 50 anni di attività. «Il totale fallo tu, io in matematica non sono mai stata buona». Muove le mani e le dita, le unghie brillanti d’uno smalto rosso acceso, il naso ammaccato dal pugno di un marine americano negli anni Settanta e raddrizzato da un chirurgo di Parigi negli Ottanta. Il totale fa 150 mila. A 72 anni è una delle prostitute transessuali storiche di Genova e tra le più anziane di tutto il Paese.

Da lei sono passati tutti. Manager, direttori di banca, pallanuotisti «tanto belli da vedere», calciatori di serie A e B («alcuni anche famosi»), campioni di pesi massimi e militari, quando facevano scalo con le navi nel porto. Genovesi e stranieri. Spesso sposati, fidanzati o con incarichi di responsabilità. Negli anni ’70 veniva spesso un assessore comunale della Dc («ma il partito, quando si tratta di sesso, conta poco»). C’era anche qualche prete. «Uno arrivava sempre la mattina, non si toglieva nemmeno il collarino. Un altro, grande e grosso, pretendeva incontri più discreti. Mi telefonava, ed ero io ad andare da lui, in canonica. Fino a quando, un giorno, mi immobilizzò a letto e mi urlò: “Basta, mai più, tu sei Satana, la rovina, tu mi induci in tentazione!”. Mi spaventai così tanto che non ci tornai mai più». Donne? Mai («A parte quando accompagnano il marito, ovviamente»). Esercita ancora, «perché la vita costa, per farmi qualche viaggio, per potermi permettere un regalo». L’ufficio è sempre lo stesso, dal 1971. «Un indirizzo, una garanzia».

Lanterne rosse

La storia di Rossella è la storia di una parte di Genova in cui, ancora oggi, la maggior parte dei genovesi non osa mettere piede e dove i turisti, se ci capitano, lo fanno per caso. Siamo nel cuore del ghetto, dove vive la comunità trans più numerosa d’Italia. Poco lontano dalla stazione Principe e dall’Università, quattro strade che si incrociano alla De André, dove il sole non arriva mai, l’umidità si infila su per i muri e i caruggi sono un gomitolo labirintico di varia umanità.

Sopra lo stipite delle porte delle «graziose», sempre al piano terra, sono appese delle lampade rosse. Se sono accese, significa che il «negozio» è aperto. Rossella ha anche la funzione lampeggiante, («per dire che sono dentro con un cliente e stiamo cercando un terzo»).

Dentro, pochi metri quadrati supercurati («Ho una donna delle pulizie»): una collezione di oggetti erotici di varie forme e colori, il letto matrimoniale perfettamente rifatto, cinque o sei parrucche bionde e more per quei clienti che amano vestirsi da donna («io ho i miei capelli)»,un armadio pieno di gonne, scarpe e abiti «da lavoro». Alle pareti qualche ritratto di Marylin Monroe («nel 1978, a Los Angeles, andai a visitare la sua tomba. Mentre sistemavo le rose sulla sua lapide mi tremavano le mani. Era il nostro mito, negli anni Sessanta. Chi non voleva essere come lei?»). E poi le foto d’epoca («vere») di una prostituta che aveva lavorato nelle case chiuse e di cui Rossella era amica negli anni Settanta.

Le sue avventure sono ora raccontate in un libro («In via del Campo nascono i fiori», Imprimatur editore). Duecento pagine che fanno ciao con la mano a Tondelli e Pasolini, dall’eroina alle battaglie per vivere la propria identità, dal carcere alle fughe dalla polizia.

In lotta da cinquanta anni

Rossella nacque Mario, il 14 novembre 1942, in un paesino della provincia di Lucca. Quarant’anni dopo, nell’agosto 1982, con l’elettrocoagulazione e le protesi al seno, iniziò la trasformazione. Ogni decennio ha avuto la sua lotta. «Negli anni Sessanta la polizia ci dava la caccia e ci sequestrava le parrucche e gli abiti da donna, perché travestirsi era un reato lasciato in dote dal fascismo. E io in quel periodo ho fatto più notti in guardina che nel mio letto. Era dura, anche se le anziane di allora ci dicevano: ‘Sono rose e fiori per voi, a noi ci mandavano al confino nelle isole o nei manicomi’».

Si lavorava con la paura delle retate. «Me ne stavo tutto il giorno sull’uscio del mio magazzino in vico Cavigliere 19». Quando ci passiamo, Rossella fa i gradini di corsa. «Ecco, mi mettevo qui», dice, e la sua voce sembra tradire la nostalgia di quei giorni. «Guardavo da una parte e dall’altra della strada come ai semafori, aspettavo i clienti e se invece arrivava la polizia me ne tornavo dentro sbattendo la porta». Adesso lì davanti, sedute in strada su due sgabelli con i cuscini rosa, lavorano altre due trans storiche del ghetto, Lisa (Minelli) e Sandra (Milo). «Cosa credi, qui ci sono tutte le celebrities!», mi dice Rossella, a cui gli amici, quando era ancora un ragazzo, appiopparono il nome dell’eroina di «Via col Vento». «Una volta mi beccarono al bar dell’Esterina con il mio cappottino nuovo. Turchese. Buttai via i tacchi e iniziai a correre nel groviglio dei caruggi, inseguita da tre agenti. Mi raggiunsero e io istintivamente mi portai una mano al petto facendo finta di avere un attacco di cuore. Quelli si spaventarono così tanto che mi lasciarono andare».

Quando il travestitismo smise di essere reato, arrivano gli anni Settanta e l’eroina. Gli Ottanta portarono l’Aids e fu una strage. «Tra overdose, suicidi e omicidi, nessuno moriva più di morte naturale. ‘Franchina la pazza’ la trovarono impiccata da quel terrazzo – dice Rossella puntando il dito verso l’alto – Ma lo sapevano tutti che l’avevano ammazzata». E c’era anche chi, in quegli anni di buio, aveva iniziato a spararsi nel petto siringhe di cera da pavimenti calda e paraffina, «perché qualcuno aveva messo in giro la voce che fosse un buon metodo per crearsi un seno». Finirono male. Si salvarono non le più furbe, ma le più fortunate. «Nei miei album di foto di quegli anni ci sono solo morti». Negli anni Novanta l’immigrazione selvaggia ci creò non pochi problemi, con scippi e microcriminalità che in questi vicoli spaventavano i clienti. E poi i Duemila, «quando il sindaco Vincenzi provò a sbatterci fuori dalle nostre case, perché a suo dire turbavamo la morale pubblica e sociale. Ma vincemmo anche quella volta, con l’aiuto degli abitanti del quartiere e di don Gallo, che per essere più forti, ci fece riunire nell’associazione ‘Princesas’, che esiste tuttora e di cui sono presidente. Mi chiesi spesso il perché di questo accanimento contro di noi. E capii solo col tempo che i trans sono un universo a parte. Derisi dagli uomini – salvo essere usati, spesso a pagamento, per soddisfarne l’omosessualità latente -, compatiti dalle donne, che vedono in noi il disperato tentativo di essere come loro senza poterci riuscire, guardati con un misto di diffidenza, disprezzo, ma più che altro invidia dai gay».

L’amore che conta

Certo ci sono state le storie d’amore. Sempre passionali, spesso infelici («Perché in fondo noi non siamo altro che ruote di scorta, appena il gommista ripara il guasto non ci resta che rassegnarci a rientrare nel portabagagli»), alcune importanti. Cinque, sei, forse di più. («Ma non mi sono mai innamorata di un cliente»). E poi i viaggi. In Jamaica, a Guadalupe, a Singapore, in Egitto. «A volte non è stato facile», mi dice mostrandomi il passaporto con cui negli anni Ottanta a Cuba la fermarono alla dogana rispendendola in Italia, perché la foto del ragazzo in giacca e cravatta non corrispondeva alla bella donna che gli agenti si erano ritrovati di fronte.
«Con Eliseu ci siamo conosciuti nel 1991 in Brasile, dove sono stata più di 40 volte. Dopo il mio ritorno in Italia, mi raggiunse a Genova. Doveva restare per una vacanza di due settimane e invece è ancora qui. Tra poco festeggeremo le nozze d’argento». Lui, un bell’uomo alto, vicino alla cinquantina, cintura nera di karate e campione di capoeira, i capelli brizzolati e lo sguardo innamorato, la guarda, sorride, seduto accanto a lei al tavolo nella loro casa sopra le alture di Principe, con le piante di limoni e le tigri di porcellana sul terrazzo. Quando Rossella va in cucina a preparare i caffè, mi si avvicina e sventola una mano come a dire «quanto ci sarebbe da raccontare».

«Quello che direi al Papa»

«Fino a quando ho creduto di essere l’unica mente malata sulla faccia della terra, avevo pensato a come aggirare l’ostacolo: farmi prete». È finita diversamente, ma la fede è rimasta. «Sono credente – racconta Rossella – E mi piacerebbe incontrare questo papa. Con quello di prima, Ratzinger, era diverso, non mi importava. Ora invece sarei curiosa di sapere cosa pensa Francesco delle persone come me».

E dire che il rapporto con la religione non era iniziato nel migliore dei modi. «Quando ero ancora a Lucca, avrò avuto 15 anni, una volta un frate si sedette vicino a me in un cinema parrocchiale, iniziò a palparmi e mi sussurrò in un orecchio di seguirlo fuori. Mi spaventai moltissimo e corsi via». E fu sempre in quegli anni che una zia bigottona decise di portare Mario a Lourdes, per farlo guarire dalla sua ‘malattia’. «Io ero solo un ragazzino e l’idea di farmi un viaggio all’estero non mi dispiaceva affatto. Così andai. Finì che proseguii da solo per San Sebastián, in Spagna, e trovai il modo di trasformare la crisi in una festa».

Non fu l’unica volta che la famiglia, molto religiosa, tentò di fargli «cambiare idea». «Una volta mamma e papà mi portarono da un medico. Mi fece spogliare, mi osservò bene i genitali e sentenziò che ero normale». Erano altri tempi. Alla sua amica Debora andò molto peggio: «Fu ricoverata alla neuro, la imbottirono di ormoni e le fecero l’elettrochoc». «Nessuna di noi due guarì», ride ora Rossella. Molti anni dopo fu don Gallo a farle fare pace con la chiesa. «Ci fece capire che per noi trans non è obbligatoriamente indicata la direzione dell’inferno, che noi non siamo gli ultimi. Perché gli ultimi non esistono. Chissà se Francesco sarebbe della stessa opinione. Io penso di sì».

Gli ultimi 200 clienti

Oggi Rossella ha ancora 200 clienti. Gli ultimi aficionados, come li chiama lei. «Apro alle 11 e chiudo alle 19. Ormai faccio un part-time. Quando sono in ferie, in Brasile o altrove, metto un cartellino fuori, come fanno i negozi». E come fa Ursula, che ha l’«ufficio» davanti a quello di Rossella da 40 anni e quando passiamo con la telecamera da «piazza don Gallo», come si chiamerà dal prossimo 18 luglio quell’angolo tra i vicoli Fregoso ed Ombroso, ci raggiunge in bilico sui tacchi, con il suo doberman nero che le scodinzola appresso. Il seno prosperoso, l’accento campano che non ha mai perso, sorride e racconta. Negli anni Sessanta era il portiere della Salernitana e della Nazionale militare di serie B. Poi buttò via il pallone e venne a Genova. «Per tutti ero l’ex calciatore travestito e una volta per questo mi misero pure ‘n coppa a internet», spiega. A 72 anni, oggi è quasi difficile immaginarsi quando, negli anni Sessanta, riuscì a scappare dalla polizia «saltando da un tetto all’altro delle case di via Prè».

Come nei film di James Bond. Come se fossero state delinquenti comuni. «Invece eravamo solo ragazzi vestiti da donna, con le parrucche, le gonne e lo smalto sulle unghie», riprende Rossella. «Ed è strano, perché se oggi dovessi isolare uno dei periodi più felici della mia vita, penserei proprio a quegli anni. Alle fughe, alla paura di essere arrestate, a quando tornavamo a casa dopo una notte al Marassi, con la barba che aveva avuto la meglio sul fondotinta e la gente che ci guardava male sugli autobus. Allora non me ne rendevo conto. Ma quella libertà di vivere la mia vita esattamente come volevo, che mi ero presa dalla mia famiglia e dalla società, è proprio quello che mi fa dire che sì, oggi sono contenta di aver vissuto come ho vissuto, e non ho nessun rimpianto».

Federica Seneghini

 

 

Essere gay in Giamaica

  • Venerdì, 23 Maggio 2014 10:06 ,
  • Pubblicato in Flash news

Circolo Mario Mieli
23 05 2014

Krissy ha vissuto sulla propria pelle gli attacchi violenti che la società giamaicana riserva alla comunità gay. È stata cacciata da casa ed ora vive, in compagnia di un gruppo di omosessuali e transessuali, all’interno di un vecchio canale di scolo progettato per raccogliere l’acqua piovana. Ma persino lì non mancano le incursioni delle autorità locali e le continue minacce di sgomberi.

È questa la storia raccontata in un documentario prodotto da Channel 4 che verrà trasmesso oggi in Inghilterra.

In un Paese che prevede 10 anni di reclusione per i gay e dove 85% dei giamaicani pensa che l’omosessualità sia immorale, la vita può essere un vero calvario per le minoranze sessuali.

Il tutto nel pieno disinteresse del governo che, nonostante il drammatico degli attacchi omofobici e transfobici, è tutt’ora pronto a sostenere che le discriminazioni verso la comunità lgbt non siano superiori ai crimini d’odio verso qualsiasi altra realtà.

Il primo ministro Portia Simpson-Miller promise di rivedere la norma sull’incarcerazione dei gay ma poi, una volta insediatosi, affossò la sua stessa proposta sostenendo che «non era una priorità».

Per molti gay giamaicani una vita nell’ombra o il suicidio appaiono come le uniche via d’uscita…

Si può uccidere e rimanere in servizio, nonostante la condanna definitiva. Ma guai a vestirsi da donna se si è un uomo (e, presumibilmente, il contrario): addio al posto di lavoro. ...

Obama: Usare le leggi per difendere la comunità Lgbt

  • Venerdì, 28 Marzo 2014 09:43 ,
  • Pubblicato in Flash news

Circolo Mario Mieli
28 03 2014

Prima di arrivare oggi in Italia, dove tra gli altri Obama ha incontrato anche il Papa, il presidente degli Stati Uniti ha visitato Bruxelles e le istituzioni dell’Unione Europea per chiamare all’unità contro la Russia. Nel suo discorso non ha mancato di toccare uno degli argomenti più scottanti, quando si parla di Putin: i diritti delle persone lgbt.

Invece di prendere di mira i nostri fratelli e le nostre sorelle gay e lesbiche dobbiamo usare le nostre leggi per proteggere i loro diritti” ha dichiarato dal Palais Des Beaux Arts di Bruxelles Barack Obama, il cui governo ha sotto molti aspetti contribuito all’affermazione e al riconoscimento dei diritti di gay, lesbiche, bisessuali e transgender in Usa.

Ribadendo l’importanza dell’alleanza tra Usa ed Europa, poi, Obama ha aggiunto: “Non dimentichiamo che siamo figli di una battaglia della libertà. La libertà continuerà a trionfare sulla tirannia“.

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