×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415



Sono tornati in piazza contro l'omofobia, ma anche per rivendicare la possibilità di amare e di sposarsi, di adottare un bambino e di poter cambiare i propri dati anagrafici senza prima dover per forza ricorrere all'intervento di un chirurgo. Sono un popolo senza diritti, da anni messo all'angolo in una sorta di apartheid da un parlamento e da una politica così poco coraggiosi da non saper approvare neanche una legge contro l'omofobia degna di qualunque paese civile. ...

Il Corriere della Sera
03 12 2013

Quattro ragazzi di buona famiglia, tutti iscritti all'Università. E' questo l'identikit dei giovani che hanno sparato con un fucile da softair ad un gruppo di prostitute e transessuali in viale del Lavoro, a Verona, venerdì sera poco prima di mezzanotte. Un gesto premeditato, secondo la squadra mobile scaligera, tanto che il gruppetto aveva predisposto due telecamere per riprendere quella che poi definiranno una «bravata»: una sul tettuccio dell'auto, l'altra sul fucile, che riprende in «soggettiva» gli spari.

Per gli agenti della Questura, in quella stessa sera sarebbero stati almeno sette i bersagli. Tra questi, la vittima più grave è una cittadina brasiliana, colpita alla tempia. Questione di centimetri e potrebbe aver perso l'occhio. A chiamare la polizia una collega di quest'ultima che in un primo momento aveva tentato di farsi giustizia da sola speronando l'auto con i quattro ragazzi alla guida. Questi ultimi abitano tutti a Villafranca di Verona, il più giovane ha 20 anni, il più "grande" 23. Con loro anche una ragazza di 21 anni. A casa del 23enne proprietario del fucile, gli agenti hanno trovato anche una balestra e un altro fucile softair, un'imitazione di un'arma a pompa, con un'ottica montata.

Una veglia non è abbastanza

  • Giovedì, 28 Novembre 2013 11:19 ,
  • Pubblicato in Flash news
Intersezioni
28 11 2013

Un po' di giorni fa, ho deciso di partecipare, assieme ad un amico, al mio primo Transgender Day Of Remembrance.

Nella mia vita mi è capitato diverse volte di partecipare a manifestazioni e commemorazioni per-ricordare, in-onore-di e via discorrendo, e la sensazione è sempre stata, più o meno, di tenere in mano un bel pacchetto regalo di rabbia, infiocchettata con senso di impotenza, con tanto di bigliettino allegato contenente aperto disprezzo per chi, nelle circostanze in questione, avesse osato sfoggiare un sorriso. Con un sottile margine di tolleranza per i sorrisi nervosi, così, per non disprezzare proprio tutti tutti.

Questa volta no, e non ci trovo nulla di particolarmente strano. Per quelle e quelli come noi l’incazzatura è quotidianità, e personalmente mi incazzo così spesso che una volta l’anno credo di essermi preso la licenza di non sentirmi in dovere di farlo: ogni tanto è bene che se ne occupi qualcun altro.

Non intendo certamente dire che di queste persone, morte suicide o morte ammazzate, non mi importa niente. Nient’affatto. La rabbia di cui mi parlo è qualcosa che mi tappa la vena. E questo succede ogni volta che apro un articolo del solito giornalista da due spicci bucati che declina una donna trans al maschile, quando sono sulla metro e sento imbecilli prendere in giro qualcuno dalla presentazione di genere androgina, tutte le volte che c’è chi fa misgendering (ovvero sbaglia i pronomi di una persona trans), e tutte quelle violenze e microaggressioni presenti in una gamma pressoché illimitata di situazioni assortite; in strada, a scuola, al lavoro, nella ricerca di un impiego. Praticamente quasi sempre e quasi ovunque.

Quello che mi piacerebbe dire è questo: con quale ipocrisia sfilze di attivisti partecipano a questa giornata, con che coraggio tanti prendono le distanze dalla transfobia un giorno all’anno, quasi a fare ammenda per i restanti 364 giorni di passività? Non basta. No, non basta assolutamente. A maggior ragione se quegli stessi attivisti in separata sede lamentano la scarsità di partecipazione trans alle loro attività, non rendendosi conto né del maggior stigma presente sulla popolazione trans, né delle maggiori difficoltà di una persona trans a intraprendere un percorso militante per molti motivi, ad esempio un livello di disoccupazione preoccupante (nonché la necessità di mantenere un lavoro quando lo si ha) e la discriminazione transfobica all’interno della stessa comunità LGBTQIA+. In che misura è possibile pensare a collettivizzare i propri sforzi se non ce la si fa a tenere in piedi neanche sé stessi? Me lo chiedo.

La morte di tutte queste persone mi rende furioso. Con tutte le fiammelle del candle light vorrei mettere a ferro e fuoco le città. Quando ci picchiano, ci fanno del male, ci uccidono, ci stuprano, ci minacciano io voglio la lotta, voglio vendetta, voglio urlare fino a rimanere senza voce. Ci tengo troppo a tutte e tutti noi, per reputare lo stare in un silenzio ad una veglia qualcosa di sufficiente. Non voglio ricordare i miei morti col dolore, voglio che il periodo in cui sono stati in vita non sia vano. E voglio lottare affinché i vivi rimangano tali.

Troppe e troppi di noi sanno cos’è la depressione, hanno pensato almeno una volta al suicidio o l’hanno tentato, soffrono di transfobia interiorizzata e non considerano la propria come una condizione esistenziale, bensì una malattia. Io voglio promettere a ogni persona transessuale e transgender che l’esistenza piena di miserie che ci è riservata non è né meritata, né ineluttabile e che insieme possiamo distruggerla; che la sofferenza è privata, ma il privato è sociale, e il sociale è privato. Non voglio sottovalutare l’importanza del ricordo. Ma la memoria è qualcosa di più del ricordo: è rendergli giustizia. E non legalità, ma giustizia sociale.

Io voglio che si arrivi ad un giorno in cui non bisognerà più preoccuparci per la sicurezza e in cui non ci servirà mai più abituarci all’idea di dover essere pronti a difenderci da qualcuno ogni volta che usciamo di casa, ma finché quel giorno non arriverà, terrò il coltello fra i denti. Ma non lo desidero, quel giorno: lo pretendo.

Frantic (@denysrevo)

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Trans nei paesi musulmani: una questione complessa

  • Giovedì, 21 Novembre 2013 16:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

il grande colibrì
21 11 2013

La drammatica conta, che si rinnova ogni 20 novembre in occasione del Transgender Day of Remembrance (TDoR; transrespect-transphobia.org), delle persone uccise nel corso dell'ultimo anno in tutto il mondo per colpa della transfobia potrebbe apparire "meno drammatica" se si analizzassero solamente i dati dei paesi a maggioranza musulmana: in dodici mesi nell'insieme di questi stati sarebbero state uccise sei persone trans (un sedicesimo rispetto al Brasile, meno della metà che negli USA).

E i numeri registrano soprattutto un costante e sorprendente decremento nel corso degli anni: gli omicidi sarebbero calati del 55% rispetto al 2012, addirittura del 70% rispetto al 2011. Come ben noto, però, le statistiche vanno sempre prese con le pinze e, prima di giungere a facili conclusioni, occorre esaminare i dati, il modo in cui sono stati raccolti e il contesto generale dei fenomeni che vogliono rappresentare.

Visto più da vicino, il dato incoraggiante risulta il frutto complesso e difficile da valutare di un'insieme di fattori, alcuni indubbiamente positivi, altri sicuramente negativi. Innanzitutto, occorre ricordare la differente situazione socio-economica dei diversi paesi: è assai più facile che l'omicidio di una persona (e di una persona transgender in particolare) sfugga alla stampa nelle aree tribali dell'Afghanistan che in una metropoli occidentale. E quindi il dato secondo cui in Iraq non sarebbero stati uccisi trans dal 2008 è piuttosto improbabile.

L'instabilità che sta caratterizzando alcuni paesi a maggioranza musulmana inoltre da una parte abbassa le probabilità che le notizie si diffondano e dall'altra aumenta la diffusione delle violenze, verosimilmente anche contro le persone trans: per fare l'esempio più eclatante, non abbiamo notizia di transgender uccisi in Siria, ma sappiamo che nelle zone controllate dalle fazioni integraliste dei rivoltosi la pena di morte è comminata con estrema facilità, forse anche a persone trans?

In ogni caso, il paese a maggioranza musulmana dove sono stati registrati più omicidi di persone transgender risulta essere ancora una volta la Turchia ►, con cinque trans assassinate negli ultimi dodici mesi. Qui il problema principale è l'inazione delle forze di polizia, che sembrano interessarsi poco delle violenze perpetrate contro le donne transgender e, anzi, a volte si rendono loro stesse colpevoli di abusi. Il tasso di omicidi transfobici (0,066 uccisioni ogni milione di abitanti) in Turchia è giustamente giudicato drammatico e le manifestazioni organizzate dalle forti associazioni transessuali sono sempre numerose e partecipate (e se pensiamo che in Italia, con un tasso pari a 0,084 omicidi transfobici per milione di abitanti, il problema continua a essere ignorato, c'è poco di cui essere orgogliosi...).

D'altra parte, i progressi nell'accettazione delle persone transgender (o che comunque hanno un'identità di genere che non corrisponde al proprio sesso biologico) sono stati davvero sorprendenti in molti paesi.

Ad esempio, la discrepanza nei dati sugli omicidi delle hijra (persone del subcontinente indiano che, nate con un corpo maschile, sentono intimamente di appartenere ad un "terzo sesso" e si vestono e comportano secondo i modelli sociali femminili) tra l'India (che da sola registra più della metà delle uccisioni in Asia) e il Pakistan ► e il Bangladesh ► (dove, secondo i dati del TDoR, non avvengono omicidi rispettivamente dal 2012 e dal 2008), potrebbe essere almeno in parte spiegata dal fatto che i due stati a maggioranza musulmana hanno riconosciuto alle hijra numerosi diritti, compreso quello di registrarsi anagraficamente come appartenenti al "terzo sesso" (ilgrandecolibri.com; dhakatribune.com).

Buone notizie potrebbero arrivare a fine anno anche dal Bahrein ►, dove il 31 dicembre la Suprema corte amministrativa deciderà se permettere due operazioni di rettificazione del sesso dal femminile al maschile. L'avvocatessa Fawzia Janahi, che rappresenta i due giovani transessuali che hanno chiesto di essere operati, è molto fiduciosa, anche perché ha già vinto altre cause simili a partire dal 2008 (gulf-daily-news.com).

D'altra parte, in tutti i paesi del Golfo persico, compresa l'Arabia Saudita, le pressioni dei medici sulla politica affinché venga riconosciuto il "disturbo dell'identità di genere" sono sempre più forti (ilgrandecolibri.com). Inoltre, i casi sempre più frequenti di uomini e donne che si sottopongono all'estero (soprattutto in Thailandia) a operazioni di rettificazione del sesso e tornano in patria con nuove sembianze stanno mettendo in crisi anche gli esponenti più reazionari: la rigida divisione dei sessi è più tutelata riconoscendo il genere d'elezione di queste persone o accettando che, ad esempio, "donne dal corpo maschile" frequentino i luoghi riservati unicamente al genere femminile?

In Tunisia ►, invece, sta facendo discutere la storia che Mohamed Ali ha raccontato prima ad una nota trasmissione sportiva della Radio nazionale e poi in un talk show televisivo (dailymotion.com): nato intersessuale, alla nascita gli è stato attribuito il genere femminile e il nome di Fatima, ma sin da piccolo si è sempre sentito più legato alla sfera maschile. Dopo una brillante carriera come calciatrice, che lo ha portato a giocare per importanti squadre del Golfo persico e per la nazionale femminile tunisina, a 20 anni si è innamorato di una ragazza, che lo ha convinto a chiedere di essere riconosciuto come uomo. Grazie anche al sostegno della propria famiglia, Mohamed nel 2008 ha potuto cambiare stato civile e nome. Mettendo in crisi chi pensa che sesso e identità di genere siano due concetti naturalmente binari...

Pier


Transfobia Legalizzata

  • Mercoledì, 20 Novembre 2013 14:08 ,
  • Pubblicato in Il Ricordo
Michela Angelini, Intersexioni
20 novembre 2013

Il 20 Novembre vengono commemorate le vittime di omicidi transfobici che nel 2013 sono state 238 nel mondo, 1374 dal 2008 ad oggi. L'Italia con le sue 5 vittime si conferma, anche quest'anno, come primo paese del continente Europeo per omicidi di persone transessuali, pari alla Turchia cui l'anno scorso era seconda.

facebook

Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

leggi di più

 Creative Commons // Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Gli articoli contenuti in questo sito, qualora non diversamente specificato, sono sotto la licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)