Continua il massacro dei curdi in Turchia

  • Mercoledì, 30 Settembre 2015 08:08 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
30 09 2015

Le forze di sicurezza turche attaccano la popolazione di diverse città curde con armi pesanti e cecchini. Coprifuoco nella municipalità di Sur, della città di Diyarbakir. Feriti 5 bambini, uno è grave.

(28 settembre) Da ieri sera continuano pesanti attacchi in diversi quartieri della città di Diyarbakir, quartieri in cui il popolo ha dichiarato l'autogoverno e sta praticando l'autodifesa per impedire l'ingresso della polizia e delle forze speciali dell'esercito turco, che dal mese di luglio hanno massacrato più di 100 civili in diverse città del Kurdistan con armi pesanti e cecchini appostati sugli edifici.

Simbolo di questa resistenza popolare e della guerra dichiarata al popolo da Erdogan, dopo la sconfitta subita alle elezioni del 7 giugno, è la città di Cizre in provincia di Sirnak in cui le vittime del coprifuoco durato 9 giorni sono state 21 civili di cui la maggior parte bambini colpiti nelle loro case dai cecchini e morti dissanguati perchè le forze speciali hanno impedito di trasportarli in ospedale e hanno sparato a chi cercava di farlo.

A Bismil in provincia di Diyarbakir a seguito di manifestazioni di protesta contro i massacri in corsoè stato dichiarato il coprifuoco e le forze di sicurezza turche hanno sparato contro i civili. Cecchini appostati sugli edifici più alti hanno sparato alla gente per strada e stamattina un ragazzo di 22 anni ferito mentre era seduto davanti a casa sua è morto. Un'abitazione nel quartiere Avasin è stata bombardata uccidendo una bambina di 8 anni Elif Simsek e ferendo Pelda Simsek, Avasin Simsek, Bedia Simsek, Ahmet Simsek e Mehmet Simsek.

Ulteriori notizie affermano che anche la madre di Elif ha perso la vita. Il blocco del quartiere è ancora in corso da parte delle forze di sicurezza turche. Ieri la polizia aveva attaccato i quartieri di Fatih e Hasirli a Diyarbakir.

Cecchini si sono posizionati sui tetti intorno ai quartieri e stamattina hanno iniziato a sparare contro la popolazione, che ha iniziato una “protesta del rumore” utilizzando qualunque mezzo a disposizione per far sentire la propria voce all'esterno dei quartieri sotto assedio. Nel quartiere di Hancepek la polizia ha ferito 5 bambini: Ali Kaya 8 anni, Songul Kaya 14 anni, Sehmus Sevintek 15 anni, Ayse 13 anni e un bambino di 8 anni di cui non si è ancora appreso il nome. Ali Kaya è stato ferito gravemente.

Testimoni oculari hanno riferito che una macchina nera è entrata nel quartiere e ha iniziato a sparare in tutte le direzioni. Oltre alle persone sono stati presi di mira tutti gli edifici storici tra cui un'antica moschea e una chiesa storica che hanno subito gravi danni.

Stamattina le forze speciali hanno circondato il quartiere di Sur, vietato l'ingresso e l'uscita e rappresentanti del DBP (Partito Democratico delle Regioni) stanno cercando di entrare del quartiere. Anche la città di Lice in provincia di Diyarbakir è sotto attacco, l'esercito sta bombardando le montagne intorno alla città e impedisce l'ingresso alla città che è stata isolata bloccando l'accesso a internet e telefoni. Una delegazione del DBP e dell'HDP sta cercando di raggiungere anche Lice.

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Fonti:

Zehra Dogan JINHA-Amed (Agenzia di Stampa delle Donne - Diyarbakir)

Kerem Celik Ufficio stampa del DTK (Congresso della Società Democratica)

traduzione a cura di uikionlus

 

Rifugiati in Turchia, andare o restare

  • Martedì, 29 Settembre 2015 11:58 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Balcani e Caucaso
29 09 2015

La Turchia accoglie attualmente più di due milioni di profughi siriani ma non concede loro lo status di rifugiati. Questo e la dura vita che conducono li spinge a tentare la strada verso l'Europa
È durata dieci giorni l’odissea dei profughi siriani che, dalla frontiera turca, hanno tentato senza successo di passare in Grecia. Gli ultimi, circa cinquecento persone rimaste ad Edirne, nel palazzetto dello sport asseganto loro dal prefetto della città, hanno lasciato la città tracia giovedì mattina. I più tenaci hanno opposto resistenza qualche ora in più alle forze dell’ordine che li volevano sui pulmini pronti a partire, e sono stati condotti nel centro di espulsione di Edirne. Di quelli che hanno accettato di andare via spontaneamente, una parte è tornata nelle località di provenienza, altri si sono diretti verso la costa egea, dove ogni giorno decine di profughi tentano di raggiungere le isole greche via mare, rischiando la vita.
Speranze via terra
È stata proprio l'accresciuta consapevolezza del pericolo della traversata via mare a portare i migranti a intraprendere una nuova rotta verso l’Europa. Un pericolo di cui l’immagine del piccolo corpo di Aylan Kurdî di Kobane, gettato sulla spiaggia dalle onde nelle vicinanze della località turistica turca di Bodrum, lo scorso agosto, è diventato un simbolo a livello mondiale. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), sarebbero almeno 224 le persone che hanno perso la vita dall'inizio del 2015 tentando di attraversare l’Egeo. Lo scorso 20 settembre, un'altra imbarcazione di fortuna è affondata al largo dei Dardanelli, causando la morte di 13 adulti e di un bambino.

La rete openeurope
OBC fa parte della rete transnazionale di media e ONG promossa da Mediapart.fr per raccontare le storie di migranti e solidarietà in Europa. Anche su Facebook e Twitter
Ma a incoraggiare i profughi a tentare la “via di terra” sono state anche le recenti dichiarazioni del governo tedesco, che si è detto disponibile ad accogliere diverse centinaia di migliaia di profughi. Lunedì 14 settembre, col passaparola diffuso tramite i social media, centinaia di profughi hanno cominciato ad affluire ad Edirne, nella Tracia turca, con l’obiettivo di passare in Europa. Molti sono arrivati in città con i pullman, altri a piedi, attraverso l’autostrada, altri ancora sono rimasti bloccati alla stazione dei pullman Bayrampaşa di Istanbul.
Le autorità turche hanno ingiunto alle società di trasporto di non vendere biglietti ai siriani. E nell’ultima settimana, i profughi che hanno tentato di resistere alle pressioni avviando anche uno sciopero della fame, sono stati gradualmente “convinti” a lasciare gli accampamenti. Ma a chiudere definitivamente la porta alle speranze dei profughi di Edirne, sembra essere stata la decisione finale del Consiglio europeo di ridistribuire i 120mila migranti già presenti sul territorio europeo, che ha di conseguenza sbarrato la strada ai nuovi arrivi.
Tornare alla “vita normale”

Venerdì scorso, anche il premier Ahmet Davutoğlu, che aveva ricevuto i rappresentanti dei gruppi di siriani in attesa a Istanbul e ad Edirne, li aveva esortati a “tornare alla vita normale”. Ma forse è proprio a causa della “vita normale” condotta dai siriani in Turchia che moltissimi cercano di arrivare in Europa. Una vita dove l’integrazione effettiva nella società risulta limitata per vari motivi, primo fra tutti per il fatto che Ankara non riconosce ai profughi lo status di rifugiato.
Negli ultimi quattro anni Ankara ha accolto oltre due milioni e 200mila profughi, destinando loro una spesa di oltre 6 miliardi di dollari ed allestendo 24 campi di accoglienza in dieci province al confine con la Siria. Tuttavia, i profughi (non solo quelli siriani, ma tutti quelli che arrivano dall’Est), per via della riserva geografica posta dalla Turchia alla Convenzione di Ginevra del 1951 - di cui Ankara è firmataria - non possono vedersi riconoscere lo status di rifugiato, ma vengono invece definiti “ospiti”. Si tratta quindi di persone che, secondo una normativa del 2014, si trovano sotto “protezione temporanea”.
Come sottolineano studi recenti sulla questione, la “protezione temporanea” permette ai profughi di avere accesso ai servizi sanitari, all’istruzione e agli aiuti sociali, ma non un permesso di soggiorno valido a tutti gli effetti. “La legislazione attuale affronta la questione dei siriani come un problema transitorio e non mira ad adottare un approccio basato sul riconoscimento dei diritti”, afferma la studiosa Zümray Kutlu.
Diritti (solo) sulla carta

Spesso è anche il groviglio burocratico a impedire agli “ospiti siriani” di accedere ai servizi offerti loro dalle autorità, e non ultimo l’ostacolo linguistico. A parte i circa 250mila profughi insediati nei campi, che godono in maniera diretta delle agevolazioni dello stato, circa 2 milioni di siriani devono organizzare la propria vita autonomamente. Dal lavoro all’istruzione, fino ad arrivare alla sanità alcuni diritti concessi nella teoria, non sembrano trovare però un riscontro nella realtà.
La normativa attuale non agevola l’inserimento dei siriani nel mondo del lavoro. Ottenere un permesso di lavoro, possibile a livello teorico per i profughi regolarmente iscritti al database del governo e solo per alcuni ambiti lavorativi stabiliti dal Consiglio dei ministri, nella vita reale risulta quasi impossibile. La conseguenza è che molti siriani sono costretti a lavorare in nero, sfruttati e con paghe che risultano ridotte fino all’80% rispetto a quanto percepito da un cittadino turco per lo stesso tipo di attività. E si tratta di una situazione che coinvolge anche i minori.

L’istruzione dei bambini siriani è un altro problema importante. Diversi studi indicano per i bambini che vivono fuori dai campi un tasso di scolarizzazione che si attesta tra il 14% e il 17%. E anche per l’accesso alla sanità, anche se i servizi di base sono garantiti e gratuiti per i cittadini siriani registrati nella banca dati governativa, gli stessi profughi denunciano che l’approccio dei singoli ospedali tende ad essere variabile e soggettivo.
“Nessuno è più sicuro in Siria”
E mentre nelle città altamente popolate come Istanbul l’integrazione risulta più facile, nei centri più piccoli si registrano fenomeni di intolleranza. I siriani vengono ritenuti responsabili per l’aumento dei prezzi degli affitti e della penuria di lavoro – visto che accettano di lavorare per meno. “I siriani non vogliono prendere gli autobus e parlare in arabo per paura di esporsi”, spiega Şenay Özden, attivista e ricercatrice sul campo che fino a pochi giorni fa si trovava nel quartiere Basmane di Izmir, altra località centrale per le partenze dei profughi verso la Grecia.

“Una novità che ho notato”, ha spiegato la studiosa in un’intervista ad Açık Radyo riguardo ai profughi che si trovano in quell’area, “è che molti siriani – ma ci sono anche numerosi pachistani, iracheni, egiziani, etiopi e altri ancora – risultano giunti da poco in Turchia, e da regioni come Damasco o dalle zone costiere che si trovano sotto il controllo del regime siriano. Quindi non fuggono perché si trovano sotto la sua minaccia. Molti sono dipendenti statali e hanno lasciato il posto fisso per venire qui. Questo dimostra che oramai nessuno di sente al sicuro in Siria”, ha aggiunto.

Mentre il numero dei profughi presenti in Turchia sembra ancora destinato a crescere la Commissione europea ha annunciato lo stanziamento di fondi destinati ad Ankara per facilitare l’accoglienza dei profughi al di fuori dai confini dell’UE. L’intenzione, anche alla luce dell’Accordo di riammissione siglato nel 2013 tra Ankara e Bruxelles (dal quale la Turchia si aspetta in cambio la libera circolazione dei propri cittadini in Europa), sarebbe quella di far sì che i profughi restino all’interno del territorio turco, utilizzato come una sorta di “zona cuscinetto”. Ma quanto queste misure potranno servire ad aiutare i profughi che vivono fuori dai campi ad integrarsi nella società turca, resta l’interrogativo più grande.

accoglienzaL'immagine dell'anno, negli annali del 2015, sarà quella del bambino Aylan sulla battigia di Bodrum in Turchia. Un corpo minuscolo ha fatto cambiare idee ai potenti, ha commosso milioni, ha fatto partire treni.
Enrico Deaglio, il Venerdì-la Repubblica ...

Azione sul Tevere: "Fermiamo la diga di Ilisu"

  • Lunedì, 21 Settembre 2015 14:01 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
21 09 2015

Azione sul fiume Tevere in solidarietà con il movimento che si batte contro la diga di Ilisu, in Turchia. Un progetto che minaccia il patrimonio storico, culturale e ambientale dell'intera Mesopotamia.

Ieri pomeriggio un gruppo di attivisti e attiviste ha manifestato la propria solidarietà a chi in Turchia si batte contro la costruzione della diga di Hasankeyef. Hasankeyf è un sito archeologico millenario sul fiume Tigri, minacciato dal progetto di costruzione della diga di Ilisu e di una centrale elettrica, fortemente voluti dal governo turco. Sul fiume Tevere, a pchi passi dall'isola Tiberina, nel girno della mobilitazione transnazionale contro il progetto criminale, è stato srotolato uno striscione con la scritta "Stop Ilisu Dam. Defend Culture, Land & People. Hasankeyf is not alone, Erdogan Terrorist".

La costruzione della diga costringerebbe circa 80000 persone ad abbandonare l'area, oltre a distruggere una parte fondamentale del patrimonio culturale, storico e archeologico della popolazione curda. In più garantirebbe alla Turchia il sostanziale controllo sul flusso del fiume Tigri, aggiungendo un ulteriore elemento di instabilità ad all'area compresa tra Turchia, Iraq e Siria.

La resistenza contro la diga di Ilisu sarà al centro dell'iniziativa "Save the last drop" Frontiere di resistenza tra Kurdistan e Iraq: diritto all'acqua, al lavoro, alla pace che si svolgerà il 22 settembre presso la Facoltà di Scienze Politiche de La Sapienza

Di seguito l'appello alla mobilitazione transnazionale, distribuito durante l'azione.


Appello per una mobilitazione globale in difesa di Hasankeyf

Invitiamo gli attivisti, I movimenti sociali e le ONG, a partecipare, il 20 settembre, ad una giornata di mobilitazione globale, in difesa di Hasankeyf e del fiume Tigri!

Fermiamo il progetto della diga di Ilisu!

Domenica 20 settembre organizzeremo una grande manifestazione nell’antica città di Hasankeyef. Questa città, con oltre diecimila anni di storia, è minacciata dalla costruzione della diga e della centrale idroelettrica di Ilisu. Se il progetto verrà completato, il Kurdistan turco e tutto il nord della Mesopotamia, subiranno una devastazione sociale, culturale ed ambientale senza precedenti.

80,000 persone saranno costrette a vivere in miseria e l’ecosistema del fiume Tigri verrà completamente distrutto. Nel quadro attuale del Medio Oriente, il progetto della diga di Ilisu rischia inoltre di intensificare il conflitto all’interno e all’esterno del confine turco, secialmente per quanto riguarda lo scenario iracheno e siriano.

Il 20 settembre sarà l’ultimo di tre giorni di Campeggio resistente. Centinaia di persone e attivisti si raduneranno con l’obiettivo di fermare il progetto Ilisu. Migliaia di persone scenderanno di nuovo nelle strade per fermare la devastazione ambientale.

Invitiamo tutti e tutte ad organizzare azioni nelle vostre città e nei vostri paesi per denunciare il pericolo rappresentato dal progetto Ilisu, nelle forme che riterrete più appropriate, per denunciare le attività del governo Turco, della compagnia austriaca Andritz – la più importante del consorzio che si occupa del progetto – e del governo iracheno, che continua ad ignorare l’incombente desertificazione del suo territorio.!

Xwedî Derkeve -­ Difendiamo la nostra cultura, la nostra terra e la nostra gente

Erdogan balla coi lupi. La minaccia dei nazionalisti turchi

  • Lunedì, 21 Settembre 2015 08:16 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
21 09 2015

Un'inchiesta approfondita sui Lupi Grigi, tra Turchia e Germania: ideologia, biografia, rapporti politici, relazioni con Erdogan‬.

“Questo Rap colpisce tutti i Curdi, figli di puttana, la gente di merda del PKK. Questo è un rap di Bozkurt, hai dato un’occhiata? Curdo crepa, pezzo di merda … questo è il Gangsta Rap Turco” Mardinli Mc Bozkurt

“Dieser Rap geht an die ganzen Kurden, Hurensöhne, die Scheiß-PKK-Leute. Das ist ein Bozkurt-Rap, hast Du das denn nicht gecheckt? […] Kurde verreck, Du Stück Dreck, dies ist ein Türkisch-Gangsta-Rap.”

Mardinli Mc Bozkurt

Qualche giorno fa Repubblica, in un memorabile reportage da una Turchia in fiamme, diffondeva l'immagine di alcuni manifestanti turchi “che protestavano contro le violenze dei ribelli curdi”.

Al di là della scarsa qualità giornalistica del servizio, altri dettagli potevano attirare l'attenzione del lettore un po' più esperto delle operazioni di disinformazione di cui la testata spesso si è resa responsabile. In una foto infatti si distinguevano alcuni uomini con delle bandiere simili a quella turca ma non proprio identiche (tre mezzelune su sfondo rosso invece della nota grande mezza luna) e facevano tutti uno strano gesto, unendo il pollice di una mano con il dito medio e anulare e mantenendo il mignolo e l'indice tesi quasi in una versione “orientale” del celebre gesto scaramantico italiano delle corna. I galantuomini rappresentati nella foto, si chiamano Lupi Grigi e sono un'organizzazione estremista e nazionalista più volte accusata di terrorismo. Quello strano gesto è il loro saluto ed è assimilabile al saluto nazista o fascista in Europa. Repubblica purtroppo, in un eccesso di ecumenismo pacifista, ha dimenticato di scrivere lo slogan con cui erano scesi in piazza in quella giornata, solo ovviamente dopo aver dato fuoco a diverse sedi del partito di sinistra HDP in giro per la Turchia: “basta interventi militari, vogliamo il genocidio dei curdi”.

Negli ultimi giorni (ma la cosa dura a memoria personale di chi scrive almeno dall'attentato a Suruc) nel paese con la più grande comunità curda e turca nel mondo, la Germania, i Lupi Grigi hanno risposto quasi in modo automatico alla chiamata al massacro dei curdi fatta da Erdogan. In un secondo momento proveremo ad abbozzare un'analisi politica rispetto a questo.

Questo articolo, scritto a poche ore dalla loro manifestazione a Berlino e a pochi chilometri da Kotbusser Tor, scenario di diversi episodi di violenza negli ultimi mesi, non si dilungherà sui recenti fatti di cronaca (già peraltro raccontati qui) ma proverà a spiegare chi siano i Lupi Grigi innanzitutto ai redattori di Repubblica (qualcun altro dovrà magari un giorno spiegare come i militanti neonazisti in Ungheria di Jobbik che colpivano i migranti non erano “volontari stressati dalle dure condizioni di lavoro” o Alba Dorata in Grecia non si occupa di meteorologia).

Un articolo necessario perché nelle nostre sicure e calde metropoli, sempre più spesso le guerre che lambiscono i confini della Fortezza Europa, e di cui siamo in gran parte responsabili, arrivano a turbare i nostri sogni e magari la conoscenza di ciò che accade e ciò che si muove intorno a noi potrà aiutarci a prendere una posizione all'altezza della complessità di ciò che viviamo.

Panturchismo e ideologia turanista

I Lupi Grigi hanno la loro ragion d'essere ideologica nel “panturchismo” cioè l'unione in un unico stato nazione di tutte le popolazioni di etnia turca. Un'ideologia fondamentalmente razzista che voleva rispondere al disfacimento dell'impero ottomano dopo la prima guerra mondiale. Simbolo del movimento è il lupo grigio, ispirato da un mito: secondo la leggenda, un lupo in epoca pre islamica salvò le tribù turche in pericolo dalle montagne dell' Asia centrale. Il lupo grigio è visto come un cacciatore potente che si aggira liberamente e in modo indipendente in tutto il paese. L'immagine del cacciatore legittima la persecuzione di tutte le popolazioni non-turche, in particolare le minoranze che insistono nello stesso “habitat” del lupo. Il fondatore e leader del movimento a cui si rivolgeva come a un vero e proprio branco, Alparslan Turkes, era noto anche con il nome di battagli di "Upper Wolf".

Il panturchismo è anche chiamato ideologia turanista e accomuna i neonazisti ungheresi di Jobbik per esempio ai Lupi Grigi (Turan è infatti l'antico nome persiano per l'Asia Centrale); questa ideologia situa l'origine dei magiari e dei turchi a est, contrapponendoli cioè agli slavi. Nonostante all'epoca in cui il turanesimo andasse di moda fra la classe dirigente ottomana fosse per esempio sconosciuta la radice linguistica ungro-finnica, che avrebbe smontato facilmente questa teoria pseudoscientifica, l'ideologia è stata mantenuta viva dai Lupi Grigi anche nel dopo guerra e oggi è stata fatta propria anche dalla Guardia Nazionale Ungherese (un corpo paramilitare che fa capo a Jobbik).

Jobbik e i Lupi Grigi oltre a rivendicare la superiorità di una razza e la legittimità dello sterminio di tutti i popoli che insistono sulla loro presunta patria hanno nell'omicidio e nella violenza la principale pratica comune. Ma oltre a questo ponte ideologico con una formazione neonazista “legale” in Unione Europea, i Lupi Grigi hanno una storia oscura e tentacolare che è bene sia conosciuta per avere chiara una mappatura del network della destra europea e non solo su cui spesso si poggiano.

I Lupi Grigi e l'MHP, una biografia

Per comprendere a meglio la realtà dei Lupi Grigi è bene iniziare dalla lettura della biografia del loro fondatore: il “lupo supremo” Alparslan Turkes. Nato nel 1917 a Cipro, a 16 anni, nel 1933 si trasferisce in Turchia. Qui intraprese la carriera militare in modo brillante, diventando presto un ufficiale. Il giovane ufficiale si manifestò più volte entusiasta nei confronti del nazionalsocialismo tedesco. Durante la seconda guerra mondiale, le sue simpatie per l'ideologia nazista gli causarono il carcere militare in diverse occasioni, anche se dalla prestigiosa posizione di colonnello di Stato Maggiore.

Nel dopoguerra, nel 1964, Alparslan Turkes coronò anche la propria carriera politica, diventando segretario del marginale "Partito Nazionale Repubblicano dei Contadini" (CKMP). Il 2 agosto 1969, assunse anche la presidenza dello stesso partito a cui dette un nuovo statuto e un nuovo nome. Nacque così il "Partito Movimento Nazionale", l'MHP. La bandiera della nuova formazione politica divenne la bandiera di guerra ottomana con le tre mezzelune. I militanti del partito si definiscono Ülkücüs, letteralmente “idealisti”, ma ufficiosamente iniziarono a chiamarsi Lupi Grigi.

Da subito il partito investì gran parte dei propri fondi in strutture giovanili e nella formazione di gruppi paramilitari. Già nel 1969, in Turchia avevano 34 campi di comando in cui venivano addestrati 100.000 giovani Lupi Grigi. Dalla fine degli anni '60 questi paramilitari, costruiti volutamente sul modello delle SA e delle SS, combatterono in Turchia battaglie selvagge contro gli avversari politici.

Nella fase tra il 1975 e il colpo di stato militare del 1980, si registrarono circa 5000 morti in conflitti armati. La maggior parte di queste morti erano socialdemocratici, socialisti, sindacalisti o membri di minoranze etnico religiose come i curdi e gli aleviti. In seguito al colpo di stato militare del 1980, le organizzazioni giovanili paramilitari furono dissolte e nel 1981, 587 funzionari dell' MHP processati dai tribunali militari con l'accusa di eversione e “minaccia alla democrazia”. Nell'atto d'accusa si leggeva letteralmente: “istigazione alla guerra civile” (e su questo bisogna tenere ben presente quello che oggi sta succedendo in Turchia per intuire come Erdogan stia usando i Lupi Grigi nel paese).

In seguito a questa ondata repressiva in patria gli Ülkücüs ripararono in Germania Ovest, meta di un'emigrazione di massa dalla Turchia già dai primi anni '50. Nel 1978, venne fondata (come “associazione senza fini di lucro e di promozione sociale”) l'ADÜTDF, un vero e proprio dipartimento estero dell' MHP, con sede a Francoforte sul Meno, con il supporto strategico della politica tedesca; un ruolo centrale nel supporto alla nascita della cellula “tedesca” dei Lupi Grigi fu infatti rivestito allora dal primo ministro bavarese Franz Josef Strauss (CSU) e da quadri locali della CDU.

Nel giro di due anni la rete dell'MHP si era completamente ricostruita nella Repubblica Federale Tedesca. E da subito iniziarono a verificarsi episodi di violenza.

A Berlino-Kreuzberg, storico quartiere a forte presenza turca, nel 1980 gli ultranazionalisti assaltarono, armati di coltelli, un gruppo di comunisti mentre distribuiva volantini. Rimase sull'asfalto il 36enne, insegnante e sindacalista, Celalettin Kesim, dissanguato. Ancora oggi a Kottbusser Tor a Kreuzberg una lapide ricorda il 5 gennaio 1980, l'inizio della violenza dei Lupi Grigi a Berlino. Dopo una sequenza di episodi di violenza politica, il presidente dell' ADÜTDF Musa Serdar Celebi venne arrestato. Aveva fornito all'assassino di Papa Giovanni Paolo II, Ali Agca, denaro e supporto logistico per il suo viaggio a Roma.

In Turchia, l'MHP rimase in clandestinità dal 1981 al 1987. Ma se in patria l'organizzazione si era indebolita, in Germania furono fondate altre due organizzazioni a lei legate: la ATIB a Colonia e la ATB a Francoforte sul Meno. Le tre organizzazioni ombrello dell'MHP contano oggi a livello nazionale in Germania circa 303 club con almeno 18.500 membri, diversi istituti scolastici, moschee, associazioni di volontariato, sportelli legali e gestiscono fondi di investimento e immobiliari.

In Germania negli anni 80 il movimento aggregava giovani immigrati di seconda generazione per lo più marginalizzati nei quartieri turchi dei “Gaestarbeiter”. Nelle moschee e nei luoghi di ritrovo giovanili, l'MHP ridava a una generazione marginalizzata dal capitalismo tedesco una nuova identità, una forma di orgoglio e una missione esistenziale. Nel misto ideologico di panturchismo, radicalità islamista e razzismo, i giovani figli dei “Gaestarbeiter” di prima generazione trovavano la forza di ricostruire una comunità, di difendersi in un territorio percepito come alieno e ostile.

Questo mix terribile ed ambiguo di idee era raccolto in un testo dal titolo "Dottrina delle nuove luci". Un vero e proprio best seller negli anni '80 in Germania. L'addestramento fatto dagli esuli turchi dell'MHP ai giovani si muoveva su un doppio piano: da un lato di tipo ideologico e organizzativo, dall'altro religioso. L'Islam era poco diffuso tra i migranti turchi di prima generazione, ma svolse un ruolo di collante fondamentale e di legame con la “patria” per la seconda generazione turca, che patria non conosceva. Ovviamente l'MHP in Germania iniziò a selezionare i suoi nuovi quadri in questa generazione. L'organizzazione riguardava anche giovani di età inferiore ai 18 anni per cui l'MHP aveva una struttura ad hoc in tutto e per tutto simile alle strutture paramilitari dei Balilla italiani e della Hitleriana Jugend tedesca. Già da giovanissimi si veniva inquadrati in una struttura paramilitare e si svolgeva un ruolo nel controllo dei territori.

Le organizzazioni drenavano fondi da traffici illegali come lo sfruttamento della prostituzione, il racket per la “protezione territoriale” dei commercianti turchi dagli odiati militanti curdi (insediatisi anche loro parallelamente in Germania sempre in fuga dalle repressioni dello Stato turco) e dalla vendita di armi. Le associazioni ombrello dell' MHP, invece, si occupavano formalmente di questioni legali e fornivano supporto per dipanare questioni burocratiche con lo Stato tedesco ai migranti.

I Lupi Grigi venivano addestrati al combattimento: taekwondo, boxe e kickboxing. Era un addestramento funzionale ai conflitti di strada anche e soprattutto con i militanti del PKK. Negli anni '80 gli scontri nelle strade tedesche tra curdi e turchi divennero quasi quotidiani, ma la governance della Germania Federale non se ne preoccupava fino a quando avvenivano in quartieri marginali a fortissima presenza migrante. Quando la politica tedesca non poteva ignorare la violenza nelle strade, l'MHP schierava le sue associazioni ombrello “caritatevoli” ad affermare la non esistenza di un'associazione registrata chiamata Lupi Grigi. Questo riduceva gli episodi a violenza privata o di strada senza moventi politici o connessione evidenti.

Ancora oggi l'ufficio per la Protezione della Costituzione nella Repubblica Federale ha posto sotto osservazione l'MHP, ma non svolge indagini su un'organizzazione paramilitare come i Lupi Grigi. Questo anche grazie a una complicità sempre più manifesta da parte dei conservatori tedeschi. L'ultimo passaggio politico in Germania del leader Alparslan Turkes, un anno prima della sua morte nel 1996, fu l'invito ai sostenitori dell'MHP, in un congresso tenutosi a Essen, a legarsi in modo organico alla CDU: “la partitocrazia tedesca deve essere infiltrata”.

Molti quadri dell'MHP seguirono l'indicazione del fondatore sebbene l'ingresso organico nella scena politica tedesca implicava l'abbandono delle pratiche violente che avevano strutturalmente caratterizzato il gruppo. Questo ha prodotto moltissime fratture all'interno del movimento. Non solo i conservatori tedeschi furono infiltrati dagli ultranazionalisti turchi. Abbastanza clamoroso fu il caso di un politico dei Verdi di Amburgo, Nebahat Güclü, apertamente sostenuto dall'ADÜTDF. Lo scandalo portò alle dimissioni del politico, che dovette giustificarsi in un modo persino inquietante “come rappresentante della comunità turca di Amburgo non potevo non incontrare la più rappresentativa organizzazione turca”.

Il capolavoro in termini di legittimazione politica del gruppo dei Lupi Grigi avvenne paradossalmente a ridosso della condanna unanime in Europa dell'islamismo radicale seguito agli attentati alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi nel gennaio 2015. Il Cancelliere Federale Angela Merkel per rispondere alla montante islamofobia della formazione di estrema destra dei Pegida decise di manifestare con la comunità musulmana di Berlino, indicando un “modello possibile di integrazione”. La manifestazione fu organizzata proprio dagli ultranazionalisti di una delle associazioni dell'MHP: l'ATIB.

Il corto circuito è stato segnalato anche recentemente dalla stampa tedesca, quando si è scoperto che mentre organizzavano manifestazioni contro l'islamismo radicale e il contemporaneo montante sentimento di islamofobia, 20 membri almeno dell'ATIB partivano per la jihad in Siria tra le file dell'Isis (ovviamente passando per la compiacente Turchia di Erdogan).

I Lupi Grigi in Turchia oggi, dalla clandestinità all'elevazione a potere dello Stato autoritario di Erdogan.

Nell'analisi dei rapporti tra i Lupi Grigi, e quindi l'MHP, e lo Stato turco il primo elemento da tenere presente è che nella storia recente della Turchia l'MHP è stata una costante, una sensibilità politica sempre presente. Una formazione sopravvissuta anche alla clandestinità e alla repressione degli anni '80. Sarebbe difficile leggere la storia dell'MHP in patria e dei Lupi Grigi oggi, senza gli eventi che hanno segnato la politica turca e l'ascesa del partito islamista di Erdogan nell'ultimo decennio. In questa storia i Lupi Grigi hanno assolto a compiti specifici nell'apparato statale, sostituendo il sospettoso esercito turco (laico per costituzione) al servizio dell'islamismo moderato dell'AKP al governo.

Per esempio i Lupi Grigi hanno il controllo di una porzione ampia del sistema di istruzione del paese. Questo oggi viene messo completamente al servizio dell'ideologia turanista, dalla scuola primaria fino all'università. Ovviamente la costante dell'insegnamento è l'epopea presunta del popolo turco ed in particolare la grandezza dell'impero Ottomano. Solo recentissimamente è stato per esempio accennato, nei libri di testo adottati nel sistema educativo turanista, il genocidio degli armeni; prima totalmente negato come “retorica revisionista e occidentale”.

Un altro elemento interessante che può spiegare lo stretto legame tra l'odierno Stato turco e l MHP è l'uso fatto negli ultimi anni, da Erdogan stesso, di molti slogan e molte parole d'ordine dei Lupi Grigi. Nell'ultima campagna elettorale il partito del presidente ha infatti usato un motto di battaglia storico dei Lupi Grigi: “un unico mondo turco dall' Adriatico alla muraglia cinese” o ancora “restare uniti per diventare un unico popolo” o “i curdi discendono dagli armeni” (funzionale a giustificarne il massacro).

Un terzo elemento, ben più inquietante, ma molto presente è la predisposizione di un vero e proprio esercito paramilitare e d'élite, ricostruito dopo la messa fuori legge degli anni '80 grazie all'indebolimento praticato da Erdogan dell'esercito turco regolare. I membri di questo esercito, ma anche gli iscritti e i quadri dell'MHP, negli ultimi vent'anni sono stati sistematicamente dislocati nelle aree curde del paese con ruoli anche molto importanti nell'amministrazione pubblica. Non a caso diversi governatori delle province a maggioranza curda vengono proprio dalle fila dell'MHP e dei Lupi Grigi i quali nel loro stesso statuto costitutivo rivendicano la missione “di espellere dal suolo turco gli elementi di impurità: armeni, aleviti e curdi” appunto. L' “esercito d'élite” dell'MHP è soggetto ormai (dopo aver attaccato come vere e proprie squadracce fasciste il movimento di Gezi Park) allo staff generale delle forze armate turche. Questo “esercito speciale” riceve un addestramento particolare da parte dei membri dell'esercito turco funzionale a compiti di contro guerriglia.

Questo gruppo militare, infatti, è usato come prima linea in una guerra sporca contro le lotte di liberazione nazionale dei curdi e di altre organizzazioni rivoluzionarie. Nelle aree abitate dai curdi, le squadre di tale esercito d'élite appiccano il fuoco nei villaggi, opprimono la popolazione in ogni modo e uccidono gli abitanti. Ancora una volta come dopo la strage di Suruc l'ingresso nelle forze armate di questa formazione paramilitare, connessa ai Lupi Grigi, è stata giustificata dal governo con una non meglio precisata “lotta al terrorismo”.

La creazione di questo esercito e la sua assunzione nei ranghi delle forze armate è stata a lungo richiesta dal capo dell'MHP. Si potrebbe quindi supporre come la creazione e la legittimazione di tale gruppo sia stata inserita all'interno dell'agenda politica dell'MHP come moneta di scambio con il partito del presidente Erdogan, raramente attaccato “da destra” e anzi supportato nel suo progetto di riforma in senso autoritario dello Stato che consegnerebbe al Presidente gli stessi poteri che furono dei sultani ottomani.

L'MHP e i Lupi Grigi in Turchia offrono oggi l'opportunità, all'interno dei confini legali e guidati dallo Stato, di attaccare i curdi e il loro movimento democratico e qualunque minoranza etnica o gruppo politico rivoluzionario senza che questo sia direttamente connesso agli occhi degli alleati occidentali con il governo di Ankara. Possiamo affermare, quindi, che dagli anni '80 a oggi il Partito Movimento Nazionale e i Lupi Grigi sono riusciti non solo a rientrare a pieno titolo nella sfera politica e costituzionale turca, ma anche ad accreditarsi come vero e proprio organo dello Stato.

Nella guerra civile lanciata da Erdogan per punire il partito curdo e di sinistra dell'HDP di non aver permesso la maggioranza assoluta dei seggi necessari per cambiare la costituzione, l'MHP fa il lavoro sporco: assalta le sedi dei partiti, assalta le sedi dei giornali, distrugge i villaggi curdi, minaccia violenze contro chiunque si opponga al progetto autoritario dell'AKP.

Questo non solo per risparmiare ad Ankara un'evidente connessione con le violenze del paese ma anche perché sul piano squisitamente militare l'esercito regolare turco non è in grado di sconfiggere il movimento militare di liberazione curdo. L'esercito non nasce infatti predisposto per affrontare guerriglie e a una larga parte dei militari viene imposta questa guerra contro i curdi dai due partiti islamisti (in Turchia, è importante ricordarlo, l'esercito è l'erede della rivoluzione “laica” di Ataturk e come tale è il custode della laicità dello Stato). Alle ultime elezioni l'AKP di Erdogan e l'MHP sono riusciti a raggiungere insieme quasi il 60 % dei voti, questo ben dimostra come la sensibilità Kemalista e laica dell'esercito è oggi minoranza nel paese rispetto alle posizioni islamiste e razziste. L'esercito d'élite dei Lupi Grigi ha la motivazione perfetta, la carica ideologica e l'esperienza in termini di violenza e terrore adatti per attuare il piano di destabilizzazione interno di Erdogan.

Conclusioni

Nell'articolo sono stati volutamente omessi dei dettagli importanti nella vicenda storica dei Lupi Grigi; in particolare rispetto alla rete di relazioni che hanno sviluppato durante la Guerra Fredda e che ha permesso loro di accrescere potere e avere agibilità politica in Occidente e nei paesi della NATO (in particolare non si è fatto riferimento all'internità dell'MHP al progetto GLADIO o ai legami con i Fratelli Musulmani). Non ci si è soffermati sull'elenco lunghissimo di singoli episodi di violenza e massacri (per dare l'idea dell'efferatezza dell'organizzazione basta citare il pogrom di Maras nel 1978 in cui furono uccisi mille curdi tra anziani, donne e bambini in soli due giorni, in un'operazione di pulizia etnica coperta dall'esercito turco). Non ci si è dilungati sul ruolo, rilevante, svolto nelle tensioni con la Grecia per la vicenda cipriota.

Non lo si è fatto perché, rispetto al presente, l'MHP e i Lupi Grigi ci sembrano un fenomeno rilevante (e sottovalutato) soprattutto se letti in una prospettiva che va dai palazzi del governo di Ankara alle montagne del Kurdistan turco alle strade di Berlino, Amburgo, Manheim. L’intento è di evidenziare come possano giocare un doppio ruolo: da una parte, destabilizzazione nel cuore dell'Unione Europea, ma anche stabilizzazione politica in chiave autoritaria in Turchia.

Un'organizzazione, quindi, che per un verso ha accresciuto la sua forza in Europa facendo leva sulle macerie sociali nelle periferie di un'integrazione mai realmente avvenuta, nemmeno nella civilissima Germania. E per un altro, parte di un'organizzazione talmente tanto organica al progetto autoritario dello storico partner dell'Occidente, Tayiip Erdogan, da essere inglobata di fatto come potere dello Stato turco.

Si tratta quindi di un'arma nelle mani del delirio di onnipotenza dell'islamismo nazionalista dell'AKP, che può essere esportare nel cuore dell'Europa, “a comando” , la guerra civile turca e allo stesso tempo fare il lavoro sporco per soffocare la democrazia in patria.

Un ulteriore elemento che ci sembra interessante sottolineare è come la Turchia oggi sia un hub fondamentale di contenimento dei flussi migratori provenienti dalla Siria e diretti proprio in Germania. L'unico attore politico che è contemporaneamente nei due punti, di partenza e d'arrivo dei migranti, è proprio una forza razzista e fascista come l'MHP. Ciò fornisce a quest'organizzazione, ormai braccio militare e avanguardia dell'AKP, un potere contrattuale fortissimo. Un potere contrattuale che viene tatticamente e scientificamente fatto intravedere quando, non casualmente, nelle metropoli tedesche si verificano contemporaneamente attacchi di gruppi xenofobi autoctoni ai rifugiati e attacchi dei Lupi Grigi alla sinistra turca e ai curdi. Un potere che in questo momento è la giustificazione cinica e impronunciabile per cui l'UE assiste in silenzio al massacro dei curdi e al tentativo di distruzione delle idee di democrazia di Gezi Park.

Ritornando quindi all'inizio di questo lungo articolo e all'operazione mistificatoria di Repubblica, la domanda potrebbe essere se, per cinico calcolo e realpolitik, in questa ennesima falsa narrazione del Medioriente, in questo ennesimo trasformare le vittime in carnefici e viceversa, non ci sia un ulteriore, e forse irrimediabile colpo all'idea di Europa della democrazia, della libertà e dell'integrazione come ormai sempre più stancamente ci ostiniamo a definirla.

 

 

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