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Tv: molto show, poco talk

Il Fatto Quotidiano
19 10 2014

di Marco Travaglio

Ma è così strano indignarsi davanti allo scempio di una città e di una Regione malgovernate da decenni che quasi ogni anno contano i morti e all’ipocrisia dei responsabili che cementificano tutto e poi pontificano in tv col culetto al caldo nei loro salotti? Davvero parlare di queste porcate chiamandole col loro nome e chiedendone conto a chi le ha fatte è violazione del bon ton e rifiuto del contraddittorio? Davvero è bestemmiare gli angeli invitare uno spalatore diciassettenne a guardare il faccione sformato di chi l’ha costretto e sempre lo costringerà a spalare, e a pretenderne spiegazioni anziché farsene ipnotizzare? Non sarà che il problema è opposto a quello agitato dalle suorine delle buone maniere e della linesotis delle presunte regole, e cioè che nessuno ha mai detto in faccia a questi sepolcri imbiancati (di calce) quel che si meritavano, aiutandoli a rimpinzarsi di voti e di soldi a suon di grattacieli, palazzi-alveare, parcheggi, ipermercati, porti turistici, dando fra l’altro un sacco di lavoro ai giudici e ai secondini? Se i colpevoli sono tutti al potere, convertiti in tarda età al renzismo per rottamare non si sa chi, è anche perché troppa gente si lascia abbindolare dai diversivi retorici tipo “angeli del fango” che, intendiamoci, fanno benissimo e vanno ringraziati, purché però non si prestino a distrarre l’attenzione dai portatori del fango.

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Quanto a me, attendo che qualcuno mi dica un solo fatto non vero tra quelli che ho ricordato giovedì. Ma temo che anche stavolta, come sempre dal Satyricon di Luttazzi nel 2001, la domanda resterà inevasa. Molto più facile dipingere i fatti come “insulti” e le critiche come “rissa”, anche se me ne sono andato proprio per evitare di trascendere davvero negl’insulti e nella rissa. Restare calmi e zitti in quella bolgia di bugie e ipocrisie è un’impresa che può riuscire ai figuranti da talk show, marionette senza sangue che s’incazzano e si placano a comando, poi vanno a farsi due spaghi insieme. Io, quando sento certe balle e vedo certe facce, mi indigno per davvero, specie se ci sono morti che chiedono giustizia. Chi insinua dissensi politici fra il conduttore renziano e il collaboratore grillino, risentimenti per l’ora tarda, nervosismi da share, gelosie da primedonne, mente per la gola. Qui la questione è un po’ più seria. Esiste ancora nel talk show uno spazio indipendente per il talk inteso come racconto di fatti veri al riparo dallo show, cioè del pollaio gabellato per “contraddittorio” e “ascolto” dove chi ha torto e mente passa dalla parte della ragione e della verità solo perché se ne sta comodo a cuccia, certo dell’impunità politica che gli consente di sgovernare da 30 anni, in una notte dove tutte le vacche sono nere? Prima di domandarsi se il collaboratore fa la pace col conduttore e torna a bordo, andrebbe sciolto un rebus: cosa rimane, del giornalismo come lo conosciamo tutti, nei talk show?

Resterebbe da parlare del solito Merlo che, in perfetta simbiosi col mèchato di Libero, mi accusa su Repubblica di essermi “illividito da maramaldo in cattiverie biografiche contro Burlando”, anzi “il povero Burlando”, dopo una vita di “tv dell’insulto” (ma quali? me ne dica uno) “senza contraddittorio, senza risposte né domande, chiuso e protetto nel recinto del monologo sprezzante”. Questo presunto giornalista di cui sfuggono le notizie e soprattutto i lettori (quando Repubblica testava con sondaggi le sue firme più lette, Merlo guadagnava sempre l’ultima posizione), questo finto frondeur che si crede Sciascia e Brancati solo perché è nato in Sicilia orientale e passa il tempo a intrecciare merletti barocchi senza mai prendere posizione, se non per bastonare chi si oppone al sistema, non ha mai visto una puntata di Annozero e Servizio Pubblico. Sennò saprebbe che in 8 anni ho risposto a migliaia di domande e affrontato centinaia di contraddittorii, senza che nessuno riuscisse a smentire una sola mia parola. Piuttosto, quando mai il Merlettaio s’è sottoposto al contraddittorio? Perché non chiede al direttore di Repubblica di affiancare ai suoi articoli una replica del primo che passa? Forse perché già conosce la replica: “Ma chi è questo Merlo?”.

"Per farsi un'opinione la carta meglio della tv"

Siamo immersi nelle informazioni, più spesso ne siamo sommersi. E forse non è un caso che i talk show, proliferati e spesso con medesimi formatconoscano un calo di ascolti e un esperto come Santoro annunci una sua sospensione. Oltre alla tv e alla radio, è la diffusione degli smartphone e dei tablet con l'integrazione dei social network a connetterci con il mondo.

Daniele Marini, La Stampa ...

"Per farsi un'opinione la carta meglio della tv"

  • Lunedì, 06 Ottobre 2014 08:16 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Stampa
06 10 2014

Siamo immersi nelle informazioni, più spesso ne siamo sommersi. E forse non è un caso che i talk show, proliferati e spesso con medesimi format, conoscano un calo di ascolti e un esperto come Santoro annunci una sua sospensione. Oltre alla tv e alla radio, è la diffusione degli smartphone e dei tablet con l'integrazione dei social network a connetterci con il mondo. ...

Boy meets girl, la prima sit-com transgender

  • Mercoledì, 10 Settembre 2014 12:30 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
10 09 2014

Via libera della Bbc alla prima serie tv dedicata all'universo transessuale. Sei episodi ambientati a Manchester che raccontano l'incontro tra il ventiseienne Leo e Judy una neo-donna quarantenne. Per la prima volta un'attrice trans, Rebecca Root, protagonista

“No matter gay, straight or bi lesbian, and transgender life. I'm on the right track, baby. I was born to survive.” Recita così il testo della celebre canzone Born this way di Lady Gaga che sembra incarnare perfettamente le scelta dirompente dell'emittente televisiva inglese Bbc2 di lanciare la prima sit-com transgender inglese. Si chiamerà Boy Meets Girl e, anche se non è stata ancora andata in onda, ha già una lunga genesi.

 

Facciamo un piccolo passo indietro, quando nel gennaio 2012 venne organizzato da On the road media, una no profit che si batte affinché vengano superate le rappresentazioni stereotipate delle comunità minoritarie, il Trans camp. Nel campo si sono riunite personalità provenienti da universi differenti (giornalisti, comici, produttori e attivisti) con l'intento di affrontare la questione del transessualismo differentemente da come era stato fatto in precedenza. Così è nato il Trans Comedy Award, un concorso che premia la migliore sceneggiatura comica che rappresenti in modo positivo personaggi transessuali e transgender.

 

A vincere il premio, nel 2013, è stata la sceneggiatura di Elliot Kerrigan, aggiudicandosi non solo un premio di cinquemila sterline, ma anche la possibilità di realizzare il pilota. Quando il primo episodio è stato presentato al Bbc Salford Comedy Festival nel 2014, l'emittente Bbc2, visto il buon risultato ottenuto durante la kermesse, ha deciso di commissionare un'intera stagione.

 

Il serial, che sarà composto da sei episodi di circa mezz'ora, è ambientato a Manchester e racconta l'incontro, e successivo innamoramento, tra il ventiseienne Leo e la quarantenne Judy (l'attrice Rebecca Root, transessuale anche nella vita reale. Qui un'intervista). Già da questa piccola sinossi si intuisce un'innovazione rispetto alle tradizionali sit-com che hanno popolato la storia del piccolo schermo, perché qui viene affrontata una relazione tra un giovane e un donna molto più matura. Ma non si ferma qui la novità del serial, definito dell'emittente inglese stessa come “divertente, sensibile e progressista”. Infatti Judy è una neo-donna, ossia un uomo, che attraverso un'operazione di riassegnazione del sesso, è diventato una donna.

 

L'intento della Bbc è di affrontare la tematica trans valicando il confine elitario, dove solitamente hanno trovato spazio le migliori rappresentazioni transessuali come in pellicole quali Boys don't cry (Kimberly Peirce, 1999) e Transamerica (Duncan Tucker, 2005), giungendo così a un pubblico molto più vasto. “Uno show televisivo come Will e Grace – ha sostenuto Kerridan a proposito del taglio della sua sceneggiatura - ha significato e significa ancora molto per me. Ho potuto guardare con qualsiasi membro della mia famiglia e non sentendomi a disagio o da solo nella mia stanza.”

 

Un migliorato atteggiamento nei confronti della comunità Lgbt ha prodotto anche una rappresentazione delle persone transgender e transessuali (sia MtF che FtM) profondamente mutata: da personaggi secondari, spesso implicati in storie torbide o tragiche, stanno sempre di più conquistandosi spazi principali. Correva l'anno 1977 quando nella serie I Jefferson, George (Sherman Hemsley), scopriva che il suo compagno di leva Eddie fosse diventato Edie (interpretata dall'attrice Veronica Reed). Questa scoperta comporta una serie di incomprensioni che, come nella tradizione delle sit-com, si scioglieranno alla fine dell'episodio.

 

Con il tempo questi ruoli sono stati assegnati ad attori e attrici realmente transessuali, presentando così la realtà trans in maniera più realistica. Il caso più noto è quello di Laverne Cox, attrice transgender e attivista per i diritti della comunità Lgbt, che, grazie anche alla sua interpretazione di Sophie Burnset in Orange is the new black, ha contribuito al grande successo mondiale di quest'ultima.

 

Anche per Boy meets Girl è stata scelta per ricoprire il ruolo di Judy Rebecca Root, attrice specializzata nell'insegnare alle persone in transito a modulare la voce affinché coincida con il loro genere. La Rott, che ha concluso la sua transizione una decina di anni fa, ha espresso un parere molto positivo nei riguardi della sit-com: “Sarà una serie favolosa da vedere sulla televisione inglese, adesso il pubblico è pronto.”

- See more at: http://www.pagina99.it/news/cultura/6869/Boy-meets-girl--la-prima.html#sthash.QR93IE7B.dpuf

 

Per la Rai le donne non fanno notizia

  • Martedì, 11 Marzo 2014 11:27 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
11 03 2014

La democrazia paritaria ha "bucato" l'informazione: la forte richiesta e la protesta delle associazioni femminili, alleate a un ampio e trasversale fronte di deputate e senatrici, è riuscita a imporsi all'attenzione dei media. Perché è riuscita a fare notizia, a creare un inciampo nell'iter della legge elettorale. Merito soprattutto delle parlamentari, sostenute - va però detto - da una fortissima pressione che è venuta dal basso, da quante si sono mobilitate per far sì che la questione di genere acquisisse centralità nella riforma della legge elettorale.

Ma è bene non farsi illusioni. Guardiamo ai dati dell'Osservatorio di Pavia sul monitoraggio 2013 commissionato dalla Rai per verificare il rispetto delle pari opportunità e analizzare quanto l'immagine femminile, nelle trasmissioni dell'azienda pubblica, corrisponda a una rappresentazione delle donne reale e non stereotipata.

Le donne continuano a essere sotto rappresentate: fanno poco notizia, sono poco intervistate come esperte e portavoce, e tra i politici la loro presenza è molto minore in tv rispetto alla loro rappresentanza parlamentare (14% contro il 30% in Camera e Senato).

Il monitoraggio ha riguardato due settimane campione, dal 12 al 18 maggio 2013 e dal 6 al 18 ottobre 2013, e sono stati valutati tutti i programmi (eccetto pubblicità, dirette sportive e film) trasmessi da Raiuno, Raidue e Raitre, dalle 15 all'una del giorno successivo.

Nella parte riguardante i programmi di informazione e approfondimento si registra una presenza femminile pari al 52,2% fra i professionisti impiegati all'interno dei programmi e visibili in video (46,1% alla conduzione e 53,2% fra i giornalisti). Mentre scende di molto la presenza femminile 'esterna': fra le persone che fanno notizia, intervistate, ospiti e così via, le donne sono solo il 26%. In particolare fra le 2031 persone presenti nei programmi che fanno notizia, solo il 22% è di sesso femminile. Le donne sono poco numerose anche fra i portavoce di associazioni, enti, istituzioni e partiti (18,2%) e fra gli esperti (21,4%) intervistati o ospiti dei programmi di informazione e approfondimento.

E' più elevata la presenza femminile fra le testimonianze o narrazioni di esperienze private, personali e le voci dell'opinione popolare: rispettivamente 36,5% e 45,8%. Dal monitoraggio risulta anche che il Tg più femminile è il Tg1 con il 54,3% di presenza femminile interna e il 23,9% di presenza esterna; il Tg più maschile è invece il Tg2, con il 43,7% di presenza femminile interna e il 18,5% di presenza esterna, mentre nel Tg3 c'è il maggior divario fra presenze femminili interne ed esterne, 68,4% contro il 17,7%.

Peccato che la presidente Tarantola, nella due giorni del convegno "Donne è", non abbia fornito i dati sulle carriere delle donne in Rai: che le giornaliste stiano in video, in modo più o meno paritario, non basta. E' l'effetto vetrina che, in questo caso, paga. Ma in che percentuale le giornaliste Rai ricoprono ruoli dirigenziali che consentono loro di incidere davvero sul prodotto? Manca un elemento fondamentale e utile alla nostra riflessione: si incide davvero quando si ha potere? Si fa la differenza? Un obbligo di legge, per altro, la rilevazione sulle carriere interne, che la Rai non ottempera e che i sindacati interni dovrebbero esigere.

La rappresentazione corretta dell'immagine delle donne, la loro presenza paritaria tra gli esperti e gli intervistati, da parte del servizio pubblico, è certamente un obiettivo da perseguire. Come l'uso di un linguaggio declinato al femminile, che non oscuri la differenza, e una corretta narrazione del femminicidio. Ma non a questo possiamo ridurre le nostre richieste al servizio pubblico in vista del rinnovo della Concessione nel 2016. Vogliamo di più: che al centro della missione del servizio pubblico ci sia l'obiettivo di far fare all'Italia quel salto culturale necessario per diventare un paese per donne e per uomini. Un Paese da unire, come fu nel dopoguerra quello dei profondi divari culturali, di classe e geografici, a cui la Rai volse la sua missione. Oggi il divario è di genere. E produce violenza, sfruttamento, costi sociali ed economici intollerabili. Limita la libertà delle donne. Ed è questa la riflessione da porre al centro della riforma del servizio pubblico.

Senza di questo, avremmo solo aggiustamenti, miglioramenti, progressioni percentuali per aumentare la voce e la presenza delle donne monitorate dall'Osservatorio di Pavia. Non il messaggio forte, potente, trasversale a tutta la programmazione, di cui abbiamo bisogno perché si ottenga finalmente in Italia quella piena cittadinanza che ancora è negata alle donne. E siamo noi, le donne, le uniche forse che possono farsi carico di questa radicale riforma del servizio pubblico. Perché siamo noi le più interessate a un cambiamento vero e profondo, non a semplici maquillages.

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