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Angeli con la pistola, babykiller made in Usa

Armare la mano di un uomo significa predisporlo alla violenza e avvalorare il principio per cui, al di là di una giustizia sociale, esiste un diritto individuale di definire con un arbitrio il torto ricevuto, quale che sia l'origine.
Marco Stramucci, Cronache del Garantista ...
legge contro gli stupri nei campus universitari americaniIl testo esclude quindi che il silenzio o la mancanza di resistenza della vittima siano sufficienti a indicare un consenso. Spesso finora le indagini sulle denunce di stupro venivano insabbiate col pretesto che la vittima non aveva lottato, non aveva tracce fisiche di un'aggressione, ferite o abrasioni. 
Federico Rampini, La Repubblica ...

Usa, il condannato a morte scagionato dal Dna dopo 30 anni

  • Giovedì, 04 Settembre 2014 09:12 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
04 09 2014

Le ore più dure per Henry Lee McCollum, 50 anni, sono state le ultime 72. Insonne, nella cella del braccio della morte nel North Carolina, aveva paura che il sogno di essere liberato dopo 31 anni di carcere – per un delitto che non aveva commesso - potesse non avverarsi mai.

Ieri mattina alle 9,42, dopo un’altra notte d’attesa senza chiudere occhio, è stato accompagnato oltre il cancello di filo spinato dalle guardie. Libero, innocente, accolto dall’abbraccio dei genitori. Nel pomeriggio anche il fratellastro, Leo Brown è stato rilasciato. Erano stati condannati nel 1983 – quando avevano 19 e 15 anni – per lo stupro e l’omicidio di una bambina di 11 anni, Sabrina Buie, trovata morta in un campo nel North Carolina.

Avevano confessato il delitto – spaventati, confusi, dopo ore di interrogatori – con la convinzione che, ha ribadito il loro avvocato, firmando «quel foglio», la confessione, gli avrebbero permesso di andare a casa. Sia Henry che Leo sono disabili mentali, con un Qi di 51 (la media è 100). Nessuna prova li legava all’omicidio. Ora ne è arrivata una che li ha scagionati: un test del Dna su un mozzicone di sigaretta trovato sul luogo del delitto e conservato per 30 anni tira in ballo un uomo, un detenuto che sta scontando l’ergastolo per uno stupro e un omicidio avvenuto meno di un mese dopo con la stessa dinamica di quello di Sabrina Buie. Il killer Roscoe Artis, viveva a un isolato di distanza dal luogo in cui fu uccisa la ragazzina.

Per anni, da subito dopo il processo di primo grado, gli avvocati di Henry Lee McCollum e Leo Brown hanno presentato appelli e richieste di indagini supplementari, fino al 2003, quando la mozione per analizzare il mozzicone di sigaretta è stata accolta. La trafila è stata lunga: il test nel 2010, poi la commissione dello Stato, poi finalmente, a luglio, l’annuncio: Innocenti.

Henry Lee McCollum, «Buddy», per la famiglia, ha già una lista di cose da fare: «Voglio imparare a usare il cellulare e Internet», ha detto, mentre armeggiava, sull’auto dei genitori, con la cintura di sicurezza di cui non sapeva bene che fare. L’adolescente di 30 fa, invecchiato nel braccio della morte, non ha mai potuto accendere una lampada, aprire una porta, usare cerniere. «È terribile che il nostro sistema giudiziario permetta che due ragazzini disabili vadano in prigione per un crimine che non hanno commesso – ha detto al «Guardian» l’avvocato che li ha assistiti per 20 anni, Ken Rose- . Negli anni Henry ha visto decine di persone portate via per l’esecuzione. Era così sconvolto che lo hanno dovuto mettere in isolamento. È impossibile spiegare cosa hanno passato questi uomini e quanto hanno perso».

Monica Perosino

Alana ha 13 anni, le piace la matematica, suonare il piano e mandare messaggini al cellulare, ma c'è qualcosa di straordinario in lei. E una delle pochissime persone - trenta o forse cinquanta in tutto il mondo - ad avere tre genitori. ...

"Troppo razzismo nelle istituzioni"

  • Mercoledì, 20 Agosto 2014 10:31 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
20 08 2014

UsaA Ferguson e non solo. "Bene Obama a sottolineare la trasparenza ma deva fare di più". Parla Clarissa Rile Hayward, professore associato di Scienze Politiche e Filosofia alla Washington University di St. Louis.

Washington. A circa mezzogiorno di sabato 9 agosto, Darren Wilson, un poliziotto bianco di Ferguson, sobborgo di St. Louis in Missouri, ha ucciso con sei colpi di pistola il diciottenne afro-americano Michael Brown. Brown era disarmato. Non appena si è sparsa la notizia, sono cominciate le proteste, largamente pacifiche anche se con punte di violenza, da parte dei residenti incensati per l’ennesimo episodio di apparente aggressività ingiustificata da parte delle forze dell’ordine contro i cittadini neri. A loro volta, le forze dell’ordine hanno reagito alle manifestazioni con forza eccessiva, provocando nuove proteste. Per riportare all’ordine una situazione fuori controllo, il Governatore Jay Nixon ha istituito nel weekend un coprifuoco, che però non ha tenuto, e ora ha attivato persino la Guardia Nazionale. Per comprendere le radici delle tensioni razziali che corrono ancora così profonde negli Stati Uniti, pagina99 ha parlato con Clarissa Rile Hayward, professore associato di Scienze Politiche e Filosofia alla Washington University a St. Louis.

Dobbiamo pensare a Ferguson come a un’anomalia nell’America di oggi o come a un incidente rappresentativo di una realtà più vasta?
"Penso assolutamente non sia un’anomalia. Il modo in cui le città americane, compresa St. Louis, organizzano i propri spazi urbani e i propri governi possono aiutarci a capire perché. Le nostre aree metropolitane sono suddivise in tantissime municipalità, a St. Louis se ne contano 387 diverse. Tra cui Ferguson. E le decisioni, su questioni come le tasse o gli investimenti nell’istruzione, sono decise a livello locale, generando quindi enormi differenze all’interno della stessa città. St. Louis finisce così per essere una delle aree metropolitane più segregate in America, assieme ad altre come Chicago, Cleveland, Detroit".

Possiamo quindi mettere Michael Brown nella stessa categoria di Trayvon Martin, il diciassettenne ucciso da una guardia privata a Sanford, Florida nel febbraio 2012?
"Direi senz’altro di sì, con l’aggravante che un poliziotto ha sparato a Michael Brown, rendendo l’evento più significativo a livello politico, giacché si tratta di una persona incaricata di proteggere Brown, non di un cittadino qualsiasi".

Com’è possibile che in una città fatta per il 67% da residenti di colore, il governo locale sia dominato da politici bianchi e ci siano solo tre poliziotti neri su 53?
"È una cosa che sorprende molto anche gli americani. Ma a Ferguson le elezioni municipali si tengono separatamente da quelle nazionali, a primavera anziché a novembre. E vari studi hanno dimostrato che quando il voto è strutturato in questa maniera, non solo meno gente va complessivamente alle urne alle tornate elettorali locali, ma la differenza è particolarmente evidente tra i cittadini meno istruiti, più poveri, e tra chi è in affitto anziché avere la casa di proprietà. Quindi anche solo il fatto che la popolazione afro-americana a Ferguson sia composta soprattutto di affittuari, che traslocano più frequentemente, già di per sé contribuisce a ridurne l’affluenza alle urne".

Che effetto ha questa forma di segregazione razziale istituzionalizzata sulla visione del mondo degli afro-americani piuttosto che dei bianchi in America?
"Crea percezioni molto differenti della realtà, anche tra persone che hanno valori simili. Ci sono tantissimi bianchi che credono nell’uguaglianza e nella necessità di trattare tutti allo stesso modo, ma in pratica non hanno alcuna esperienza personale dell’ineguaglianza che ancora esiste, perché vivono un po’ in un mondo parallelo".

Come vede gli Stati Uniti oggi in termini di relazioni razziali?
"Se si guarda al lungo periodo, sarebbe sbagliato negare che ci sono stati grandi progressi. Il movimento per i diritti civili ha ottenuto risultati importanti. Prima a St. Louis, come in tante parti d’America, la discriminazione razziale era ancora legale. Detto questo, penso che abbiamo visto meno cambiamenti di quanto ci si sarebbe potuto aspettare. Le forme di razzismo istituzionalizzato che ancora esistono hanno l’effetto di mantenere vive le diseguaglianze anche oggi".

Il presidente Barack Obama doveva essere il primo dell’America post-razziale. Le cose naturalmente stanno in maniera diversa. Potrebbe fare di più su questa questione?
"Inizialmente c’è stata una certa delusione rispetto alla sua reazione ai fatti di Ferguson. La dichiarazione della settimana scorsa non è stata così forte come speravano i suoi sostenitori. E non è ancora venuto a St. Louis di persona. Tanta gente che lo ha votato, che crede in lui, vorrebbe vedere maggiore leadership da parte sua su questo tema. Però devo dire che l’intervento di lunedì 18 agosto per me ha fatto una certa differenza. Alcuni dei punti da lui sottolineati, la trasparenza, l’uguaglianza davanti alla legge, la libertà di stampa, erano importanti e andavano enfatizzati. Ho apprezzato che abbia detto, “il nostro è un paese fondato sulle leggi […], per i cittadini che devono obbedirvi e per coloro che hanno la responsabilità di farle valere”. Infine sono felice di sapere che l’Attorney General Eric Holder verrà qui".

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