Le bombe sono arrivate dal nulla e hanno fatto riesplodere il senso di vulnerabilità di una nazione che sperava di averlo sepolto. ...

Che razza di violenza (Emanuele Bompan, Left)

Le immigrate non devono avere diritti. I Repubblicani affossano la legge che tutela le donne dalle aggressioni domestiche e sessuali. Perché un emendamento avrebbe concesso la cittadinanza Usa a chi denunciava soprusi e violenze. ...

Il Fatto Quotidiano
25 01 2013

“Tolleranza e opportunità, dignità e giustizia”, scandiva solenne lunedì Barack Obama davanti agli 800 mila di Capitol Hill. Nel discorso di insediamento in cui tracciava le linee guida del suo secondo mandato, il presidente nero indicava nei diritti civili lo strumento per dare un nuovo slancio al suo ruolo alla guida della Casa Bianca, ridisegnava il ruolo degli immigrati, affermava netto il diritto all’uguaglianza della comunità gay. Ma l’America descritta da Obama è un paese in cui diventa giorno dopo giorno più difficile esercitare la libertà di scelta e in cui è più facile comprare una mitraglietta AK-47 che abortire. A 40 anni dalla sentenza della Corte Suprema che rendeva l’aborto legale, la guerra degli anti-choice non si ferma: negli ultimi 2 anni – secondo il Guttmacher Institute – in 30 Stati sono stati approvate 135 leggi ispirate dal partito Repubblicano che rendono sempre più difficile esercitare il diritto di scegliere se interrompere o meno una gravidanza.

In Mississippi ne è rimasta soltanto una. Ma anche la Jackson Women’s Health Organization, l’ultima clinica in cui si pratica l’aborto nello Stato, è destinata a chiudere presto: una legge firmata ad aprile dal governatore repubblicano Phil Bryant stabilisce che i medici possono lavorare in una struttura privata solo se possiedono l’abilitazione ad esercitare in ospedale e dei tre specialisti della Jackson Women’s soltanto uno ne è in possesso. La strategia è chiara: lo scopo dei pro-life non è quello di cambiare o abrogare la legge a livello federale, ma indebolirla e asfissiare il diritto introducendo Stato per Stato una lunga serie di restrizioni, in modo da rendere l’aborto sempre più difficile da scegliere e da praticare. Il 2011 e il 2012, scrive thinkprogress.org, sono stati i due anni peggiori per la libertà di scelta delle donne dal 1973, anno in cui la sentenza Roe v. Wade riconobbe il diritto di abortire. I metodi sono i più vari.

Il più diffuso è la Targeted Regulation of Abortion Providers: imporre alle cliniche restrizioni e costi di gestione sempre maggiori, che fanno alzare i prezzi dei trattamenti. “Ora la legge mi obbliga ad avere un bagno ogni 6 pazienti, 7 metri quadri di spazio per ogni letto e corridoi larghi 1,8 metri – ha raccontato a Businessweek Reneé Chelian, 61 anni, proprietaria di una delle migliori cliniche di Detroit, in Michigan, 19 operazioni al giorno – I miei sono larghi 1,6 metri e i lavori mi costeranno circa un milione di dollari. Questo mi costringerà ad alzare i prezzi, con le pazienti che già fanno fatica a trovare i 325 dollari necessari per farsi operare. Così sempre più gente sceglierà di andare ad abortire chissà dove”. “La stretta serve per tutelare le donne che, malauguratamente, scelgono la strada dell’aborto”, ha spiegato Rebecca Mastee, attivista della Michigan Catholic Conference. Ma lo scopo è un altro: “Il mio obiettivo – ha detto il governatore del Mississippi l’11 gennaio – è di far chiudere la Jackson Women’s Health Organization”.

L’aria è cambiata dopo che nelle elezioni di mid term del 2010 Obama perse il controllo della Camera. Con il vento repubblicano che prese a spirare su tutto il paese, nel 2011 in 24 Stati furono approvate 92 leggi che restringono l’accesso alla pratica. E altre 43 vennero approvate in altri 19 Stati nel 2012. Ora in 34 Stati le donne che vogliono abortire sono obbligate a rivolgersi ad un consultorio; in 24 di questi devono aspettare 24 ore prima di incontrare lo psicologo. Il periodo di attesa è di 72 ore nello Utah, dove però non bisogna aspettare neanche un minuto per entrare in possesso di una pistola. Anche in Arizona, Missouri, Mississippi e Texas le leggi rendono più facile comperare un fucile d’assalto che abortire. Lo scopo dei legislatori pare quello di dare modo alla donna di tornare sui propri passi, ma secondo una ricerca pubblicata dalla rivista Perspectives on Sexual and Reproductive Health, l’87% delle pazienti non cambia idea dopo il consulto. La legge vieta di abortire oltre la 24a settimana di gravidanza, ma molti Stati repubblicani stanno tentando di spostare il limite alle 20 settimane basandosi sulla teoria, molto discussa, secondo cui il feto comincerebbe a provare dolore in quel periodo. In 7 Stati il limite è già in vigore e in altri 3 – Arizona, Georgia e Louisiana – sono stati emanati decreti che vietano il late term abort persino se la salute della madre è in pericolo. “Quando i tempi cambiano, dobbiamo cambiare anche noi”, ha scandito Obama lunedì. Eppure, nonostante 7 americani su 10 pensino che l’aborto sia un diritto (sondaggio di Wall Street Journal e Nbc News), c’è un’America che decide di non cambiare e non vuole che la libertà di scegliere diventi un diritto reale.

La politica estera non è gioco da ragazze

  • Venerdì, 21 Dicembre 2012 08:54 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
La Repubblica
21 12 2012

Mentre Hillary Clinton si prepara a lasciare la poltrona di Segretario di stato negli Stati Uniti impazza il dibattito sulle donne e la politica estera. A lanciarlo con forza, tramite la rivista Foreign Policy, è stata Anne-Marie Slaughter, ex assistente della stessa Clinton, diventata famosa in tutto il mondo grazie all'articolo pubblicato qualche mese fa dall'Atlantic, Why women cannot have it all .

Slaughter raccontava di come avesse rinunciato al prestigioso incarico a Washington in nome dei figli adolescenti che avevano bisogno di lei: per stare loro vicino, era tornata a Princeton a fare la professoressa allontanandosi dai fasti della diplomazia internazionale.

Le sue parole in America hanno scatenato un dibattito su giornali, tv e nei salotti: davvero le donne americane sono tornate indietro al punto di dover scegliere fra carriera e famiglia? Il dibattito non si è mai concluso: e il nuovo editoriale di Slaughter non ha fatto che rilanciarlo. Il suo intervento infatti è caduto su un terreno fertile.

Da settimane in America si discuteva di donne e politica estera analizzando la candidatura di Susan Rice alla poltrona che presto sarà lasciata da Hillary Clinton. L'ambasciatore all'Onu, a lungo data per favorita nella gara per il nuovo Segretario di stato, qualche giorno fa ha annunciato il ritiro dalla corsa a causa delle critiche che le sono piovute addosso per la gestione della crisi di Bengasi. "Dura, abrasiva" sono due degli aggettivi con cui Rice è stata descritta al pubblico americano nelle settimane passate, e non in senso positivo.

"Ma una simile durezza era stata salutata in maniera positiva in alcuni dei più rispettati e potenti Segretari di stato maschi, come Henry Kissinger e James Baker", scriveva qualche giorno fa sul Washington Post la commentatrice Ruth Marcus.

Tant'è. Hillary si prepara a fare le valigie, Rice le sue le porterà fuori dal Palazzo di vetro, dove in questi quattro anni ha ricoperto l'incarico di ambasciatore degli Stati Uniti, ma non nell'ufficio più prestigioso del Dipartimento di Stato. Lì, salvo imprevisti, arriverà l'ex sfidante di George W. Bush, John Kerry. E la politica estera, con buona pace di Anne-Marie Slaughter, tornerà ad essere un gioco da ragazzi.

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