InfoAut
08 09 2015

Al grido di “libertà, libertà” i migranti, che hanno animato quest’estate la vita del presidio permanente No Border Ventimiglia, invadono ancora una volta le strade che si trovano sul confine italo-francese di Pont Saint-Ludovic. L’azione è rapida e decisa, i migranti bloccano in maniera alternata prima il flusso di macchine che proviene dalla Francia verso l’Italia e poi nella direzione opposta, quello proveniente da Ventimiglia. La facilità con cui il confine italo-francese viene attraversato ogni giorno da migliaia di persone è messa a dura prova. La frontiera diviene per qualche minuto, un territorio ostico. I corpi dei migranti stesi per terra impediscono il passaggio dei mezzi, ad un certo punto un auto cerca di forzare il blocco dei manifestanti, investendo e ferendo un giornalista francese.

Di seguito il comunicato del No Border Camp:


Oggi 7 settembre 2015, 150 persone del Ventimiglia No Border Camp, hanno partecipato ad un progetto artistico di resistenza, per commemorare le vittime delle migrazioni. Attraverso il loro corpo e la loro voce, i manifestanti hanno affermato il diritto alla libertà di movimento, senza discriminazioni e opponendosi alla militarizzazione repressiva di polizia e istituzioni. Alcuni «migranti» hanno dato vita ad una protesta spontanea e non violenta.
Un giornalista francese che stava filmando la protesta è stato investito da una macchina, che ha travolto il blocco di manifestanti, ed è stato portato in un vicino ospedale.
Dobbiamo sottolineare il comportamento della polizia, che nonostante sia sempre pronta sostenere la pericolosità dei "No Borders", non è intervenuta lasciando scappare la macchina che ha travolto il giornalista e alcuni migranti. Prima di questo episodio anche altri manifestanti sono stati feriti in modo simile.

Gli eventi di oggi rafforzano l’idea di un attacco diretto contro le lotte del movimento «migranti».
Le contraddizioni aperte dei media-main stream e della narrazione politica sono frutto del tentativo di depoliticizzare la «questione migranti» proponendola come una crisi umanitaria, cercando di nascondere il fatto che l'Europa non abbia mai militarizzato tanto i suoi confini, e mai cosi tanto ha represso le migrazioni nel sangue.

Giap
05 08 2015

[Dalle scogliere sul confine nordorientale a quelle del confine nordoccidentale. Da Trieste a Ventimiglia, due storie di migrazione, fantasmi e razzismo. Ma in questo caso, anche di lotta e solidarietà. Buona lettura. WM]

Testo di plv, foto di Michele Lapini.

(Si ringraziano Diletta, Francesca, Gionna e Ste per la collaborazione.)

Questo post era inizialmente pensato per “bucare” l’informazione: dopo la massiccia presenza di mass media a documentare la situazione, nessuno si era più interessato a quanto stava avvenendo a Ventimiglia. Tuttavia, a un mese dall’inizio dal blocco della frontiera francese, i media sono tornati e gli articoli hanno cominciato a riapparire. Non c’è più quindi uno schermo da bucare, ma al più una controstoria da ricostruire, anche se non è facile: per quanto chi scrive possa impegnarsi, il colore della sua pelle rimane inesorabilmente bianco. Raccontare una controstoria può quindi valere fino a un certo punto anche se ci si proverà fino in fondo. Tuttavia, se un articolo ha senso, in questo momento, in questo blog, è soprattutto perché si possa riflettere sul “che fare” in una situazione che è del tutto fluida e in continua evoluzione. Se qualcuno quindi avesse idee, opinioni o altro, questa è un’occasione buona per esprimersi. Se invece qualcuno volesse sbraitare a caso sull’emergenza immigrazione, lo faccia solo dopo aver letto questo articolo.

1. In direzione ostinata e contraria

Il giorno 12 giugno un nutrito gruppo di migranti, provenienti prevalentemente dal Sudan ma anche dall’Eritrea, viene bloccato dalla gendarmeria francese mentre cerca di passare da Ventimiglia a Menton, ossia di oltrepassare la frontiera tra Italia e Francia. In realtà diversi di loro hanno già fatto dei tentativi nei giorni precedenti, ma sono stati puntualmente respinti e rispediti nel confine italiano. Le prime immagini della protesta mostrano i migranti di fronte al casello ripetere ossessivamente slogan che fanno riferimento ai diritti umani e alla loro volontà di passare la frontiera. Un rito a cui nel primo periodo si assiste parecchie volte e che si ripete il 12 luglio, ad un mese dal primo blocco.

Nei primi giorni di giugno la situazione è tesa anche in altre zone d’Italia, in particolare nelle stazioni dei treni di Roma e Milano. Il motivo è ufficialmente la temporanea sospensione di Shengen a causa del G7 in Germania avvenuto tra il 6 e l’8 giugno. Si tratta quindi di una situazione ampiamente prevedibile dato che l’evento era fissato da mesi, invece da sud a nord l’Italia si ritrova in un’emergenza che più che essere improvvisa sembra essere studiata a tavolino, tanto più che i numeri di quest’ondata non sono maggiori rispetto al flusso abituale. Un meccanismo che attiva la solita retorica dell’invasione quando invece il problema prioritario sembra piuttosto quello dell’evasione.

I migranti rimangono bloccati sulla strada per qualche giorno, “uno scandalo”, “una ferita aperta nel cuore dell’Europa”, dichiarano i politici italiani scandalizzati dalla chiusura della Francia. Sul luogo del presidio viene mandata la polizia italiana per “risolvere” la situazione, vale a dire per sgomberare i migranti e mandarli in stazione dove sono state allestite delle sale con posti letto e si installa il presidio della Croce rossa, con un campo per ospitare le persone che non trovano posto dentro la stazione. Nessuno sa qual è il destino dei migranti che vengono portati in stazione ed è bene dire fin da subito che, ad oggi, non si sa qual è il piano previsto per loro.
Alcuni migranti vengono così portati via di peso mentre oppongono una resistenza passiva ma determinata (tanto che due di loro subiscono un fermo per “resistenza a pubblico ufficiale”). La polizia invece va ben oltre il limite: con una freddezza chirurgica le forze dell’ordine trascinano i ragazzi, mettondo loro le mani in faccia, impedendogli di urlare, spingendo i ragazzi come fossero sacchi vuoti da stivare in un magazzino: uno spettacolo osceno che sembra essere creato ad arte per essere visto da chi si aspetta una risposta decisa dal governo Renzi e da chi si nutre di razzismo.
Di fronte a questa situazione, molti ragazzi fuggono verso gli scogli minacciano di buttarsi in mare se la polizia insisterà nella sua operazione. Insieme a loro c’è un piccolo gruppo di agricoltori della zona, accorsi sul luogo subito dopo aver sentito la notizia in radio: a un mese da questo fatto si può dire che il loro aiuto immediato si è rivelato determinante.


Di fronte al mare di Ventimiglia. Clicca per ingrandire.
Poco dopo un altro gruppo di solidali, a cui un blocco della polizia impedisce di arrivare in zona, arriva sul luogo e dà vita a quello che sarà (ed è tuttora) il presidio permanente No Borders Ventimiglia. Viene lanciata una manifestazione e il 20 giugno una manifestazione pacifica di persone, provenienti da Ventimiglia e da altre zone d’Italia, sfila per le vie della città al grido di “No borders”.

Finita la manifestazione non è cambiato nulla: i migranti sugli scogli sono ancora sugli scogli, gli attivisti del presidio rimangono al presidio, quelli accorsi da fuori tornano nelle loro rispettive città. I media interessati alla vicenda diminuiscono, scompaiono.
Sarà che a Bologna d’estate fa un caldo insopportabile. Sarà che la sagra dell’intellettualità rappresentata da Reunion è stata più insopportabile del caldo. Sarà che c’è un sacco di gente che fa un lavoro da cui cerca solo un buon motivo per scappare. Sarà che c’è voglia di compromettersi. Fatto sta che un gruppo di persone che vive a Bologna prepara un’iniziativa in supporto al presidio di Ventimiglia. L’idea non viene da una delle realtà storiche della città, bensì della Rete Eat The Rich, (di cui Giap ha già trattato), che col sostegno di CampiAperti promuove l’idea di una staffetta per Ventimiglia. È così che da martedì 23 si parte per portare una cucina popolare e, nella precarietà della situazione, cercare di fare comunità insieme ai migranti. Poco a poco l’iniziativa si allarga e coinvolge persone che vanno ben oltre il gruppo della mensa. Sul volantino si vede in controluce una staffetta partigiana


Chi vuole leggere i report di Eat the Rich può farlo cliccando sull’immagine.
Se il gruppo della staffetta bolognese è estremamente nutrito, gli attivisti e le attiviste arrivano anche da altre città della Liguria, da Milano, da Massa, da Torino, dalle Marche, dalla Sicilia. E dalla Francia. È così che a Ventimiglia, lungo un braccio di mare di un centinaio di metri si inizia a parlare una manciata di lingue differenti.

2. 20miles

Forse non siamo nel centro di tutte le contraddizioni del mondo come Zerocalcare a Kobane, ma ci siamo vicini.
I migranti montano un accampamento a ridosso della frontiera a poche decine di metri da un resort di lusso con annesso un ristorante: nel menù esposto all’esterno si legge che il prezzo per un antipasto può arrivare a di 45 euro e un caffè freddo alla nocciola 15.

Le spiagge sono eccezionali, il mare è cristallino e poco lontano è possibile apprezzare una singolare spiaggetta che ha più telecamere di sorveglianza che ombrelloni: è una zona di turismo, tendenzialmente ricco, dove lo scompenso tra la bella vita di chi si reca in zona in villeggiatura e la povertà totale dei migranti raggruppati sugli scogli può effettivamente causare riso isterico.


Foto rubata da un attivista del presidio.
Nonostante le lamentele di alcuni la zona in realtà è separata dalla città, tanto che paradossalmente il centro abitato più vicino è Menton, la cittadina francese immediatamente al di là del confine. Il problema è che a Menton ci vai solo se sei bianco. Sarebbe meglio dire che “ci vai solo se sei europeo”, ma alla prova dei fatti se sei un viso pallido nessuno ti chiede alcun documento.

Nel corso di un mese le persone del presidio sono riuscite a risolvere alcune difficoltà che le istituzioni si sono ben guardate da affrontare: grazie ad un pannello solare i ragazzi sugli scogli riescono a caricare i loro cellulari, il bene più prezioso che portano con sé, l’unico mezzo per restare in contatto con i propri familiari. Sono state montate delle docce e dopo alcune settimane è stato installato un water perfettamente funzionante. Dagli abitanti di Ventimiglia e dagli attivisti che passano dal presidio arrivano vestiti e cibo. In molti chiedono cosa possono portare per aiutare il presidio: teli, materassini e cellulari.

La situazione evolve, è in continuo cambiamento: a detta di tutti una mattina al presidio equivale a 5 giorni, per stress, sbalzi d’umore, per il numero di input da immagazzinare e rielaborare. Sin dal primo giorno si è adottata una politica di appoggio totale alle rivendicazioni dei migranti: non saranno gli europei a imporre loro una linea, una proposta politica o anche solo delle parole d’ordine, saranno loro stessi a decidere e ci si metterà a loro disposizione. Un approccio che però nel corso del tempo mostra la sua problematicità: se in un primo momento il gruppo dei migranti è unito nel condurre una lotta politica sull’abolizione delle frontiere, poco a poco l’unità si frammenta e “mettersi a disposizione della lotta dei migranti” diventa sempre più complicato e costringe ad improvvisare, tanto più che man mano che i giorni passano diventa sempre più evidente che l’unica azione delle istituzioni è quella di fare da blocco all’arrivo di nuovi migranti sugli scogli. Inoltre il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano (quota PD), ha recentemente emanato un’ordinanza contro chi, “per mero spirito di solidarietà”, si dedica alla “somministrazione” di cibo “a favore dei medesimi profughi”.

Nel frattempo anche la situazione globale muta.
Lo scandalo giornalistico dei primi giorni si assopisce anche in virtù della promessa che negli ultimi anni è ricorsa diverse volte: “tutto sarà risolto al Vertice UE”, che è previsto per il 25 e il 26 giugno. Nel frattempo il Sindaco di Menton decide comunque che la frontiera resterà chiusa, bypassando ogni eventuale decisione dei suoi superiori. Va detto, anche per avere un’idea delle difficoltà a cui i migranti vanno incontro, che il sud della Francia è una delle zone in cui il Front National ottiene più consensi.

Il giorno 26 giugno avviene l’attentato di Sousse e nelle prime ore si pensa che Yassin Salhi, il mitomane che ha assassinato il suo datore di lavoro vicino a Lione, appartenga ad una cellula dell’ISIS. Una situazione molto complessa, insomma, resa ancora più pesante dal fatto che in quegli stessi giorni l’Unione Europea è impegnata a fare la voce grossa con la Grecia del governo Syriza, che poche ore dopo il vertice annuncia il referendum. Il clima della discussione al Vertice UE sul tema migrazione è perfettamente riassunto in una frase contenuta in un articolo apparso su Repubblica dove si legge: «A causa della discussione sulla Grecia il dossier sull’immigrazione slitta di un paio d’ore e viene affrontato dai leader a cena».

Tra antipasto e dessert (è lo stesso articolo a ripercorrere la discussione seguendo il succedersi delle portate) un dibattito sembra effettivamente avere luogo, ma il risultato è un semplice rinvio a dopo l’estate per la redistribuzione dei migranti negli stati del territorio Europeo che si svilupperà nell’arco di due anni. Renzi è deluso, ma accetta l’accordo finale: nei giorni precedenti ha paventato un Piano B, sebbene non sia dato sapere quale fosse.

La situazione evolve anche a Ventimiglia o perlomeno evolve sugli scogli: dopo la delusione dovuta al fallimento del Vertice UE, il gruppo che all’inizio era estremamente compatto e dava vita ad intense assemblee («non ce ne andremo finché non elimineranno le frontiere» era una frase piuttosto ricorrente) inizia a sfaldarsi. In molti si allontanano in piccoli gruppi o da soli tentando di varcare la frontiera. Nelle sere, finite le assemblee tra europei e non-europei, alcuni ragazzi si allontanano zaino in spalla per non far ritorno. E tuttavia quello che inizialmente sembra un passo indietro rispetto alle iniziali rivendicazioni, indica la necessità di un cambiamento di strategia sia per i migranti che per gli attivisti, che si impegnano a recuperare informazioni, in particolar modo riguardo alle procedure per le richieste d’asilo.


Alla stazione di Ventimiglia. Clicca per ingrandire.
C’è solo un luogo dove non muta mai nulla: la stazione di Ventimiglia. Non è un lager né una prigione e infatti chiunque può andare e venire quando vuole (purché non si tratti di andare al presidio sugli scogli). Tuttavia alla stazione di Ventimiglia si è effettivamente creato un luogo di controllo attraverso la creazione di un ambiente completamente asettico dove le persone sono assolutamente passive, in attesa che qualcuno decida per loro. Una situazione che, sottolineano alcuni operatori accorsi al presidio, è simile a quella dei centri di seconda accoglienza. Chi riesce a entrare in stazione di Ventimiglia è letteralmente assalito da gruppi di persone che chiedono informazioni. Un ragazzo ci dice che gli è stata presa solo un’impronta digitale e chiede se questo sia sufficiente per fare richiesta d’asilo. Un altro dice che gli sono state prese le impronte a Ventimiglia e chiede se ora può fare domanda di asilo in Francia (la risposta è no). Riguardo ai diritti dei minori non viene fornita alcuna informazione. Qualcuno del presidio conosce l’amarico e per questo viene sommerso dagli etiopi presenti che fanno qualunque tipo di domanda.

Certo, la maggior parte delle persone qui hanno un letto. Certo, sono nutrite e curate dalla Croce Rossa italiana. Certo, le condizioni di vita consentono la presenza anche di donne e bambini. Tuttavia le 200 persone che vivono lì sono costrette in una situazione di assoluta passività, tagliate fuori da ogni processo decisionale che li possa riguardare.

Poche notizie di chi se n’è andato. Molti sono costretti a tornare indietro a seguito dei controlli della gendarmeria francese. E non è l’unico scandalo: in un container oltre confine ritroviamo una famiglia di siriani, che viaggiavano in un treno francese con regolare biglietto e regolare passaporto: tenuti lì dentro per ore vengono rilasciati e rimandati a Ventimiglia. Il biglietto è requisito e con esso i soldi necessari per comprarne un altro. Stessa sorte per altri che restano rinchiusi anche per quattro ore, senza nessuna ragione apparente, prima di essere rilasciati.

Tra quelli che se ne sono andati qualcuno fa ritorno a Ventimiglia, scegliendo proprio quella striscia di rocce come rifugio. E’ così che si capisce che l’unica tappa accettabile per chi vuole ripartire ma non ha un luogo per rifiatare, per chi non vuole “tornare indietro” sono quegli scogli duri e sporchi a ridosso della frontiera, dove per la prima volta si ha la possibilità di esprimere ciò che si pensa.

3. Can anybody translate?

E’ la domanda classica che si fa nei momenti in cui ci si riunisce, quando non esiste una lingua comune e si parla allo stesso tempo italiano, inglese, francese, arabo e altri dialetti. Tutti gli interventi hanno bisogno di essere tradotti e non sempre ci si riesce. Nei momenti di chiacchiera molti parlano senza capire realmente, ma la storia del presidio è anche una storia di relazioni oltre che di parole: si parla senza capire, eppure ci si intende. Può sembrare un’uscita fricchettona, eppure è così.

I primi giorni la lingua è quella dei 184 africani che occupano gli scogli e che chiedono l’abolizione di tutte le frontiere. Poi le cose cambiano, si formano delle assemblee miste, complesse. Il gruppo del presidio è molto eterogeneo, il gruppo dei migranti pure ed ha le sue dinamiche: a chi ci si riferisce per prendere le decisioni? A quelli che sono riconosciuti come leader? Forse, ma non funziona: lo stress è molto anche per gli esponenti più carismatici del gruppo, anche perché i loro nomi finiscono sui giornali e i vari reporter fanno a gara per sapere la loro storia. Inoltre, dopo il fallimento del Vertice Ue, il nervosismo è alto. Si prova quindi con difficoltà a parlare insieme, ad avere la pazienza di capire. Gli attivisti del presidio tentano di fornire informazioni certe e non contraddittorie. Solo che in alcuni casi questa operazione sembra particolarmente complessa e l’impressione è quella che una qualsiasi opinione o presa di posizione avrà un peso decisivo sulle vite delle persone che abbiamo davanti. Ci sono domande a cui è difficile dare risposta:
«Secondo voi ha senso che rimaniamo sugli scogli?»
Oppure si è costretti a dare informazioni che pesano come macigni:
«Abbiamo deciso che rimarremo sugli scogli fino al Vertice dell’Unione Europea.»
In realtà il Vertice non ha dato risultati.
Qualcuno vuole passare dal Brennero, ma gli spieghiamo di non farsi illusioni per quella che viene chiamata la Lampedusa delle Alpi
«Vogliamo arrivare a Londra, bisogna andare a Calais.»
Solo che Calais è una delle frontiere più violente d’Europa e proprio nell’ultimo periodo è stata luogo di numerosi scontri con la polizia.
«Conoscete sentieri?»
I percorsi per passare la frontiera sono noti a tutti e soprattutto sono pericolosissimi. E’ un’informazione che non li tocca: hanno attraversato il deserto, il Mediterraneo, sono stati imprigionati e picchiati in Libia (grazie agli accordi italo-libici, alcuni di loro sono stati più volte minacciati di morte. La concezione di “pericolo” di un europeo medio è necessariamente diversa. C’è quindi una domanda che a più riprese serpeggia nelle teste di chi rimane al presidio: siamo utili noi a questi ragazzi o gli stiamo semplicemente rendendo più complicate le cose?
– We are strong if you are here – dicono alcuni dei migranti.


Una delle assemblee serali, sullo sfondo la città di Menton. Clicca per ingrandire.
Forse la polizia capisce la questione meglio di altri, tanto che agisce col preciso scopo di fiaccare le energie di chi resiste: uno degli ultimi giorni di giugno le forze dell’ordine impongono lo sgombero del marciapiede che costeggia gli scogli, dove ci sono alcuni gazebo e dove un piccolo numero migranti dorme la notte. Viene fatta spostare anche la tenda che era stata messa all’ombra per conservare meglio il cibo.

Alcune cose però sono chiare: nessuno o quasi nessuno dei migranti vuole fermarsi in Francia, il che rende ancora più assurda la questione, dato che il problema sembra essere proprio il fatto che la Francia non li vuole. Forse basterebbe poco, pochissimo per aiutarli a passare il confine, ma qualunque tentativo farebbe cadere nel reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”:
– Una manifestazione, con decine e decine di auto che li portano dall’altra parte.
– No, meglio alla spicciolata.
– Proponiamoglielo.
– Non promettiamo cose a vanvera: prima chiediamo ad un avvocato.

In realtà il problema non è giuridico ma politico: un’azione così potente di disobbedienza civile avrebbe bisogno di una rete potente in grado di dare supporto che al momento non è ancora stata costruita.

Cosa si può fare, quindi? La domanda rimane aperta e all’orizzonte non appaiono soluzioni facili. Ciò che è certo è che il presidio sta fornendo ai migranti la possibilità di esprimersi e partecipare attivamente ad un percorso collettivo. Per molti la cucina diventa un’occasione di socialità, non si tratta solo di somministrare dei pasti ma, sempre di più, di cucinare insieme, decidere cosa mangiare, coinvolgere i produttori locali e quelli della rete di Genuino Clandestino, cercando di restituire ai migranti quel minimo di autonomia di cui sono stati privati. Addirittura a fine giugno si mette in piedi una festa in cui i ruoli sono rovesciati: sono loro a far da mangiare per noi europei e il risultato è spettacolare: «You are welcome» ci dicono offrendoci un piatto di chorba.
– Good?
– Scotta un po’.
Nell’ultimo periodo tra i migranti si sviluppa anche una consapevolezza tale che li porta a scrivere anche il loro primo comunicato:

«A tutti i migranti nel mondo che hanno attraversato i deserti, che hanno solcato i mari, che hanno rischiato le proprie vite, che stanno mettendo la loro vita in pericolo per arrivare in luoghi di pace, come l’Europa ed altri continenti.
Alziamoci e combattiamo per la nostra libertà, niente di più niente di meno.

Ai migranti a Ventimiglia, a Roma, Milano, Parigi, Calais: tiriamo fuori la nostra forza!»

E così la vita di tutti i giorni passa nei continui alti e bassi, nel tentativo di dare una prospettiva ad un percorso complesso e al contempo nuovo per tutti. Si creano attività da svolgere insieme: corsi di nuoto, corsi di lingua, pulizia degli scogli. Per i prossimi giorni c’è la voglia di fare maggiore informazione in stazione. Nel frattempo alcuni ripassano i trattati internazionali, per capire come rispondere alle richieste di informazioni, per capire dove e come si possono fare le richieste d’asilo, chi le può fare, quali sono i diritti che dovrebbero essere garantiti. Per capire se ci sono dei buchi legali e munirsi di altri strumenti per superare l’empasse della situazione politica.

4. Trattati (come bestie)

Fare ordine nella questione legale è molto complesso e spesso sembra inutile. Tuttavia vale la pena però ritornarci un attimo, tanto più che per i giorni 18 e 19 luglio sono previsti, sugli scogli di Ventimiglia, dei momenti di dialogo con dei legali proprio sull’aspetto giuridico della questione. Ci sono diversi articoli online che hanno trattato l’argomento, riflettendo sul caso di Ventimiglia. Uno dei migliori articoli è apparso su Lettera 43.

Sulla vicenda pesa tutta una serie di trattati e accordi che si incastrano tra loro.
Il primo è quello di Schengen che comporta l’abolizione dei controlli sistematici sulle persone. Si tratta di una delle pietre fondanti dell’attuale Unione Europea sebbene oggi sembra scricchiolare pesantemente: si sospende e riattiva, si aggira o si ignora, si deroga nella pratica o attraverso altri regolamenti. E’ così che Schengen diventa una sorta di accordo-zanzara che è lecito spiaccicare sul muro alla prima occasione. L’ultima volta in occasione del G7 di inizio giugno, che comporta una sua sospensione fino al giorno 15 dello stesso mese.

Per la regolamentazione delle persone proveniente da paesi terzi (extra-europei) si deve quindi fare riferimento al regolamento di Dublino dove si prevede che la richiesta d’asilo debba essere fatta nel paese dell’Unione Europa in cui la persona ha fatto ingresso. Questo fa sì che la maggior parte della pressione dei flussi migratori ricada sui paesi del Sud del continente e quindi, Attenzione!, non hanno tutti i torti i politici italiani quando dicono che l’Europa deve fare di più e l’Italia – come anche la Grecia e la Spagna – non si può sobbarcare completamente l’onere dell’accoglienza dei flussi migratori. Certo, negli interventi che sentiamo e che leggiamo c’è un sottotesto di vittimismo, laddove non del vero e proprio razzismo. E ricordiamo che il nostro ruolo in Europa lo ha ben rappresentato Renzi nei giorni precedenti al referendum greco: quello dei leccapiedi.

La situazione ha però un risolto pratico decisivo: a dispetto delle sparate a caso di Salvini, in stazione nessuno si rifiuta di dare le impronte digitali, semplicemente perché (ad eccezione di pochi casi) non gli vengono richieste, sebbene a causa degli accordi di Dublino la richiesta d’asilo dovrebbe essere fatta in Italia, cosa che le istituzioni italiane vogliono evitare il più possibile. E’ così che si crea quella situazione di stallo che dura da più di un mese.


Manifestazione dei migranti e solidali davanti la frontiera italo-francese a Ventimiglia. 12 luglio 2015. Clicca per ingrandire.
Esiste poi un altro accordo che riguarda i respingimenti: l’accordo bilaterale tra Francia e Italia, siglato a Chambery (1997) che rende effettivamente relativo Schengen, per le persone non dotate di passaporto europeo, e che prevede la “restituzione” dei migranti irregolari all’Italia. Sulla base di questo accordo, in effetti, la Francia sembra avere le carte in regola per attuare i respingimenti, ma è da segnalare la mancanza di iniziativa del governo italiano per rivedere i trattati. Il punto, infatti, non risulta esser stato oggetto di discussione al Vertice UE di fine giugno.

Ai regolamenti si aggiunge un articolo del codice di procedura penale francese che riguarda il controllo delle frontiere. Nell’articolo 78-2, dove si legge che

«in una zona compresa tra la frontiera terrestre della Francia con gli Stati contraenti della convenzione firmata a Schengen il 19 giugno 1990 ed una linea tracciata a 20 km dalla stessa […] l’identità di ogni persona possa anche essere controllata […] al fine di verificare il rispetto degli obblighi di legge di detenere, portare ed esibire titoli e documenti».

Tuttavia i controlli vengono fatti anche ben oltre la distanza dei 20 chilometri. Alcune delle persone rimandate in Italia hanno infatto dichiarato di essere state individuate a Marsiglia, a Cannes, o addirittura a Parigi!, e la stazione di Nizza dei treni è costantemente posta sotto controllo.
In un garbuglio così colmo di discrezionalità devono esserci delle zone grigie per forzare il diritto.

5. We’re not going back

Indietro non si torna da una situazione del genere, prima di tutto perché quella che nei primi giorni sembrava un’emergenza ora dura da più di un mese. Inoltre non è la prima volta che si verifica una situazione del genere e ciò fa pensare che, anche qualora questa situazione dovesse sbloccarsi (non si sa come), episodi simili possano ripetersi con estrema facilità. Più che essere di fronte a un’emergenza siamo di fronte a un dato di fatto: ci sono fenomeni di migrazione che non possono essere bloccati e che mettono in imbarazzo tutte le istituzioni, dal piccolo comune fino alle Unione Europea.

In questo contesto lavorare sul “caso Ventimiglia”, così come su altre situazioni simili, vuol dire assumere uno sguardo transnazionale e questa, prima ancora che una prospettiva politica, è una necessità maledettamente materiale: ignorare cosa succede nella nazione accanto siginifica agire quasi alla cieca.

E tuttavia Ventimiglia non è una bolla e non va considerata come tale, ma semmai è il punto di ricaduta di una serie di tensioni che sono palpabili in tutte le città. Non è un caso che il problema sia esploso quasi in contemporanea con situazioni analoghe a Roma e Milano. Il tutto mentre l’Europa vive uno stato di agitazione e conflitto istituzionale che potrebbe portare alla sua stessa dissoluzione.

Eppure, per molti, Ventimiglia è stata ed è una bolla, un luogo staccato dal resto del mondo in cui entrare e non percepire più gli input esterni, in cui concentrare le proprie riflessioni e la propria voglia di fare. Un luogo da cui è difficile staccarsi anche quando si riesce a farlo materialmente. Un’occasione che permette di liberare energie ed idee.

La strada è lunga e nessuno sembra avere voglia di tornare indietro.

6. The Ballad of the Ancient Mariner

L’articolo sarebbe finito. Tutta la razionalità che c’è in questa situazione è stata dissolta nei paragrafi precedenti. Tuttavia manca la voce di chi è protagonista di quegli scogli.

Alcuni di loro sono stati intervistati dalle televisioni, un paio di minuti per catturare uno slogan e una storia che finisce in un qualche sito o direttamente nel mucchio. Anche con le migliori intenzioni è difficile rendere speciali delle storie che in realtà abbiamo già sentito e letto decine di volte, simili a tante altre. Una ripetizione che rischia di anestetizzare. Eppure, vale la pena tentare lo stesso.


12 luglio. Ci si prepara ad un’azione dimostrativa da fare di fronte alla frontiera. Clicca per ingrandire.
Ce la raccontano così, sguardo fisso e nessuna emozione nella voce.

Molti di loro vengono da zone di guerra, in particolare dal Darfur, regione del Sudan: «I decided to come to Europe because war is in my country since 2003». Non sono pochi quelli che parlano inglese, soprattutto nei primi giorni e a detta di alcune persone di Ventimiglia questo è uno dei gruppi giunti in città negli ultimi anni in cui il livello di cultura è più alto.

Alcuni sono stati in galera in Libia senza aver commesso alcun reato. Molti sono stati derubati, denudati e perquisiti, minacciati di morte da chi prometteva trasporto e protezione. I racconti sulla Libia contengono dei ritornelli, uno su tutti: «they kill you if you say something». Costretti a vivere per strada decidono di imbarcarsi, ma la barca con cui si attraversa il Mediterraneo è una trappola, un rottame riempito oltre ogni limite, ma una volta che si è fatta la scelta non si può più tornare indietro. «Started a fire in the boat. But the person that was driving was very good and fix it». E poi l’arrivo di un elicottero. «If they late 5 minutes we’ll pass away».

In Italia tutto diventa confuso: forse nel racconto ci sono delle bugie, forse delle mezze verità o delle amnesie, alcuni passaggi saltano completamente. Di certo capiamo che chi arriva non ha alcuna nozione geografica dei luoghi che ha attraversato. Lampedusa? Sicilia? Un’altra isola? Forse Sicilia, in un CARA e poi in qualche modo fino a Milano e poi fino a Ventimiglia in quello che viene chiamato un “taxi”, che di certo non è un taxi come lo intendiamo noi. A Ventimiglia si prova a passare la frontiera, una, due, tre volte ma si viene bloccati dalla polizia francese «they bring me to Italy and told me “this is Italy”». Eppure nelle loro intenzioni non c’è la volontà di rimanere in Francia, «Simply we want to pass, France does not give asylum, it is not a problem». La polizia italiana non è migliore di quella francese, da qui la decisione di correre sugli scogli e la minaccia di suicidio: «Police force us to go. So the people started run to the sea. We decide to say “If you come, we die”».
E’ una delusione per chi aveva riposto le sue speranze nell’Europa «this is no different. Yes, no one kills you. But it’s the same».
Nella storia ci sono dei buchi, è evidente, cose che non si possono raccontare e cose che non si vogliono raccontare.
– Vuoi aggiungere qualcosa?
– No, I just want to tell you part of my tragedy.
I vuoti rimangono, non solo per noi, ma anche per le famiglie che è da molto che non ricevono notizie: «I don’t want to call. If I phone I start crying».

Il racconto finisce. Forse siamo anestetizzati anche noi, nessuna commozione. Siamo perplessi e forse siamo diventati formali come quei reporter che arrivano con l’intenzione di farsi raccontare una storia da infilare in un articolo e ripartono subito dopo. Ma la storia dell’ultimo mese è anche una storia di relazioni, oltre che di parole:
– Cosa pensi della gente venuta al presidio?
– Hope to meet you again.

 

Infoaut
29 07 2015

Eat the Rich è un progetto nato a Bologna, una rete di cucine, mercati e laboratori di autoproduzione attiva da circa un paio d'anni in città. Nelle scorse settimane si è resa protagonista di una bella iniziativa di solidarietà, organizzando una staffetta che ha portato continuamente decine di persone a raggiungere il presidio permanente NoBorders di Ventimiglia per gestire una cucina da campo che si è trasformata via via, in qualcosa di più: ovvero in una modalità di azione solidale ai migranti capace di sfidare la gestione e la normalizzazione del presidio che rappresenta l'incarnazione della volontà di tanti e tante di rompere gli odiosi muri della Fortezza Europa e le sue leggi assassine. Abbiamo così voluto intervistare alcuni compagni per farci raccontare la situazione attuale al presidio e la propria esperienza di lotta. Nei prossimi giorni intanto continuano le iniziative al presidio sugli scogli: il 18 e il 19 luglio una due giorni di "autoformazione legale", mentre dal 24 al 26 dello stesso mese ci sarà una tre giorni di incontro e discussione tra attivisti NoBorders, associazioni, operatori nel campo della prima accoglienza. Per approfondire consigliamo anche questo articolo da Giap! e la lettura dei report da Ventimiglia scritti dai compagni e dalle compagne di ETR sul loro blog, da cui abbiamo anche tratto le foto che corredano il testo. Buona lettura.

 

Iniziamo chiedendovi un aggiornamento sulla situazione a Ventimiglia in questo momento, dai dati numerici al livello dei rapporti tra migranti, istituzioni, solidali..

 

Rispetto al periodo della prima settimana in cui c'era un numero stabile di migranti - che si aggirava tra le 80 e le massimo 180 persone, adesso il presidio intercetta un flusso continuo di migranti, che continuamente si spostano dal Centro della Croce rossa di Ventimiglia e raggiungono il presidio. Lo fanno con tutta una serie di motivazioni, che partono dalle condizioni che i migranti stessi si trovano a dover affrontare in questo Centro vicino alla stazione di Ventimiglia in cui la loro libertà di muoversi, di mangiare, di comunicare è sempre in un regime di semi-libertà, abbastanza elastico ma limitato in quanto a orari - e diretto poi effettivamente - da una organizzazione terza.

 

Questo flusso comunque si sposta verso il presidio che è uno spazio che viene vissuto insieme da presidianti e migranti. E' uno spazio auto-organizzato che ha tentato nelle ultime settimane di rilanciare la propria esistenza verso degli obiettivi che vanno verso il medio periodo, tentando anche di riorganizzarsi in modo che non sia solo un posto dove attendere o di passare la frontiera o di aspettare eventuali evoluzioni della situazione, a livello istituzionale e internazionale, ma sia un luogo dove si pratichino tutta una serie di attività e di resistenze attive che sono organizzate dai migranti e dai presidianti.

 

Si è quindi cominciato a dare il la ad una forma organizzativa che andasse in questo senso: il luogo fisico è molto cambiato in senso organizzativo rispetto ai primi periodi, sono stati costruiti dei bagni, sono state costruite delle docce, sono stati organizzati dei presidi di pulizia, abbiamo incominciato a organizzare magazzini, il più possibile inventariati di tutto il materiale che giungeva al presidio, tra donazioni tramite gli appelli che sono stati fatti per i beni di prima necessità.

 

Questo è un po' il quadro: il flusso dei migranti si aggira all'oggi intorno alla cinquantina di persone ma resta molto variabile perché, essendo un flusso, dipende molto dalle contingenze del caso: il numero dei migranti è diminuito molto anche perché c'è stata nelle settimane scorse una militarizzazione del percorso, anzi dei vari percorsi, delle varie strade, dei vari sentieri che portano dal Centro della Croce Rossa al presidio. Militarizzazione che impediva sostanzialmente ai migranti di raggiungere il presidio dal centro, possibilità invece che appena era stata appena organizzata vedeva tanti migranti raggiungere continuamente gli scogli.

 

Sempre stando sul livello dell'attualità. C'è stata tutta una polemica sul fatto delle voci che parlavano di uno sgombero imminente del presidio negli scorsi giorni. In un comunicato invece del Presidio Permanente No Borders si diceva invece che è stato soltanto un modo di minacciare, e che questo sgombero non sarebbe mai avvenuto perché la strategia istituzionale è quella di prendere tempo, di sfibrare e di stancare..etrvent2

 

Di dati concreti su un'evoluzione che porti effettivamente all'imminenza di uno sgombero non ce ne sono; non ci sono stati dei dati significativi da cui si possa dedurre che il pericolo di uno sgombero sia aumentato negli ultimi giorni. Esiste una ordinanza di sgombero che è stata firmata il giorno dopo l'allestimento del presidio, dopodiché ci sono state tutta una serie di pratiche intimidatorie, ufficiose e informali, da parte degli agenti della Digos. Effettivamente però non c'è mai stato nessun altro dato concreto da cui si possa determinare appunto un aumento di questo pericolo.

 

Si sono rilevate tutta una serie di pratiche intimidatorie: le forze dell'ordine sanno che, minacciando eventuali sgomberi, il numero dei migranti al presidio diminuisce, anche se questo poi non è per niente stato automatico. Logicamente la pratica intimidatoria era volta ad ottenere questo risultato della diminuzione dei migranti al presidio, però i migranti – in momenti assembleari e altri momenti informali – hanno sempre dimostrato una determinazione abbastanza risoluta nell'affrontare un eventuale sgombero e una forte consapevolezza nell'affrontare i rischi che una pratica del genere comportava, senza diminuire per niente la volontà di resistere.

 

C'è stato un momento assembleare molto bello in cui, dopo tutta una serie di consultazioni in cui avvocati, presidianti e migranti si sono riuniti insieme. Si è discusso dei rischi e di questo eventuale sgombero tanto paventato, e la risposta dei migranti è arrivata forte e chiara: “WE STAY!” Addirittura i migranti si sono auto-organizzati per far sì che il numero di loro a lasciare il presidio fosse poi controbilanciato dal numero di altri che arrivavano, per non fare abbassare appunto la presenza al presidio che sanno essere uno strumento molto utile. In questo senso ai migranti nuovi che arrivavano, si chiedeva di stare qualche giorno prima di ripartire, dando tutta una serie di informazioni e cercando di mantenere sempre bilanciato il numero dei migranti che uscivano rispetto a quelli che entravano.

 

Quello che ci è parso di capire è che ci sono due livelli di gestione: il primo nazionale (istituzionale) che poi si traduce sul secondo (la situazione locale di Ventimiglia) in modo sia formale che informale. Quello formale, e di facciata, lo vediamo con le ordinanze, con l'ordinanza di sgombero, con l'ordinanza sulla questione dell'uso della cucina che abbiamo messo in piedi noi e la somministrazione di pasti ai migranti; sono stati ad esempio abbastanza formali con puro scopo mediatico per alcune questioni, come quando all'inizio il presidio aveva tutta una parte, oltre che sugli scogli, anche sul marciapiede del lungomare e quindi anche in strada c'erano varie tende e alcuni migranti che ci dormivano. Un giorno, più di un paio di settimane fa, sono arrivati i giornalisti, le telecamere eccetera e la polizia ha fatto la sua parte facendo spostare tutto sugli scogli.

 

La questione del rischio sgombero in realtà ha una problematica bella grossa, e che ci dà la cifra della volontà dei migranti: se si procede ad uno sgombero in quella situazione lì, i termini della sicurezza di quello che potrebbe accadere nel farlo, con una carica sugli scogli, sono incalcolabili, ed una cosa del genere le forze dell'ordine difficilmente se la prenderebbero in carico.

 

Quando invece si parlava del piano informale della cosa, che secondo me dà molto il senso di come si vuole gestire o non gestire, del non voler trovare una soluzione a questo problema, lo vediamo da una serie di cose. Uno: nei primissimi giorni, c'era la Digos che andava dai migranti e cercava di spiegargli quali fossero i sentieri per andare in Francia! Questo restituisce abbastanza della volontà di (non) gestione della cosa. Due: il racconto di alcuni migranti al campo della Croce Rossa in stazione, a cui hanno fatto questo falsissimo riconoscimento in cui hanno preso l'impronta di un solo dito; ciò per fargli credere che quindi avevano fatto il riconoscimento e dovevano rimanere per forza in Italia.

 

Quindi c'erano i migranti che chiedevano: “ io ho lasciato l'impronta di un dito; questo vuol dire che non posso fare la richiesta di asilo in Francia, la devo fare per forza qui..”; c'è una gestione, anzi una volontà di non gestione della cosa, e la strategia abbastanza evidente è quella di portare allo sfinimento quel presidio, dalle condizioni iniziali che erano scandalose – non c'erano docce, ci sono state solamente quelle autocostruite, e c'erano solo tre bagni chimici quando all'inizio i numeri erano altissimi: erano più di 150 le persone sugli scogli, con appunto tre bagni chimici tra l'altro vicinissimi alle forze dell'ordine, che poiché sono le stesse che il giorno prima ti hanno manganellato, non hai tutta questa voglia di andare in bagno là... C'è stato un compagno che ha costruito un pannello solare con questo marchingegno per ricaricare i cellulari, e i pasti caldi: se non ci fossimo stati noi e, dall'inizio, queste due associazioni islamiche che venivano da Nizza a fornire pasti caldi, c'era la Croce Rossa che aveva solo cibo in scatola, latte e biscotti . La Croce Rossa poi aveva una gestione del cibo totalmente assurda, con scorte lasciate a marcire sotto il sole per dirne solo una..

 

etrvent3Come all'inizio avete immaginato il vostro intervento lì, su quale progetto?

 

La cosa all'inizio è partita in maniera molto istintiva, abbiamo detto “proviamo ad andare lì, portiamo la cucina e vediamo quel che succede”. Tra l'altro, prima che noi arrivassimo, che partisse cioè formalmente la staffetta, c'erano stati alcuni compagni a noi vicini, sono andati lì a vedere la situazione. Son tornati dicendoci: “forse non ha tutto questo senso portare lì la cucina perché, appunto, ci sono le associazioni islamiche che portano i pasti, c'è la Croce rossa, probabilmente è uno sforzo inutile”. Si è detto alla fine però: “no, se andiamo lì ci andiamo comunque col nostro portato, col nostro progetto, noi facciamo cucina, facciamo anche cucina di strada, proviamo a vedere se questo strumento è uno strumento utile a scatenare dei processi politici in quella situazione.”

 

Quindi siam partiti con questa staffetta, abbiamo montato una cucina da campo; l'inizio è stato molto lento, c'era anche la giusta e normalissima diffidenza iniziale rispetto a “esterni” che arrivano e non sai chi sono, e così via. Però pian piano la cucina ha acquistato una sua centralità, soprattutto a partire da una festa organizzata tre settimane fa, probabilmente la prima grande festa organizzata in quel presidio, in cui una parte di questa giornata sarebbe stata una cena in cui bisognava coinvolgere i ragazzi nella costruzione di questa. Da quella sera in poi con loro è stato molto più semplice, attraverso appunto questo strumento banalissimo di cucinare assieme. E poi si mangiava assieme, e poi quello è diventato luogo di discussione, formale e informale dove capire la necessità di dover fare assemblee; si è riusciti da quei momenti a discutere di quello che volevamo fare tutti assieme, mentre prima questi processi erano molto più lenti, più farraginosi: si faceva assemblea ogni due-tre giorni. Questa cosa è stata un po' scardinata, di lì in avanti la cucina anche fisicamente si è spostata in una posizione centrale.

 

Per cucina, di che cosa si parla?

 

Di fornelli da campo e pentole. Tra l'altro abbiamo coinvolto dei produttori locali di là, che ci hanno dato un bel po' di prodotti, più una serie di produttori di Campi Aperti, alcuni sono anche venuti; i produttori locali di Dolceacqua, paese a mezzora di macchina da Ventimiglia, che sono stati i primissimi ad intervenire al presidio. Insomma, c'è stato anche questo dato di coinvolgere - dal punto di vista del reperimento dei prodotti e quindi della solidarietà attiva - la comunità locale, la rete nazionale di Genuino Clandestino e locale come qui a Bologna quella di Campi Aperti che ha messo a disposizione mezzi e prodotti.

 

Quella festa di cui si diceva è stato un passaggio: si è trovato un modo per fare qualcosa di molto semplice, di molto banale, però in cui loro erano finalmente parte attiva. La grande differenza tra il presidio sugli scogli e la stazione è questa, cioè loro sono presenza attiva, partecipe, nonostante la difficoltà di parlare in tre/quattro lingue diverse; ci si capisce, si riesce a collaborare e anzi, da lì sono diventati presenza attiva, cioè cucinano, aiutano a cucinare.. riuscire a stabilire banalmente quelle relazioni che danno senso alla propria vita quotidiana, in cui diventi padrone di te stesso e dei tuoi ritmi, questo è stato un cambiamento decisivo.

 

C'è via via stata una consapevolezza più diffusa da parte dei migranti, che hanno capito l'importanza di quel presidio. Molti di loro hanno anche visto cosa vuol dire essere passivi aspettando in stazione e quindi riconoscono quanto sia evidente la centralità del presidio, e non solo la cucina. Vengono date informazioni, vengono spiegati banalmente quali sono i tuoi diritti, che è un campo molto scivoloso ma se nessuno te li dice non sai minimamente come muoverti. L'impressione è che ci sia un desiderio di organizzazione maggiore, sia da parte loro che poi da parte dei compagni, solidali che sono lì dentro ad aiutare.

 

Per questo, forse una cosa da aggiungere sono gli appuntamenti che sono stati lanciati o che si vogliono lanciare per le prossime due settimane, che sono uno nel week-end 18-19 luglio sulla questione legale, in modo tale che ci sia un momento di diffusione di informazioni sia un momento di autoformazione delle persone che come noi vanno lì e magari non hanno perfetta conoscenza nel campo del diritto; c'è poi una tre giorni (24-25-26), con una rete di attivisti no-border, associazioni, operatori nel campo della prima accoglienza, cioè un modo per partire da Ventimiglia per poi cercare di diffondere questi discorsi e di connetterli alle lotte nei singoli territori.

 

Partendo dal tema del cibo avete quindi agito una contraddizione, quella che riguarda la vita dei migranti e l'organizzazione del presidio. Diciamo che voi avete utilizzato il cibo come una sorta di linguaggio, con il quale interfacciarvi ai migranti per scatenare altri processi. Eppure la questione è stata agita anche al contrario, basti pensare all'ordinanza del sindaco contro il cibo non "a norma", o del modo che descrivevate prima con cui la Croce Rossa si è relazionata al contesto che stiamo descrivendo..insomma sembra che proprio a partire dal tema cibo si sia giocata una battaglia, che vorremmo capire come avete letto. etrvent4

 

Il dato da tenere fermo, quello rilevante, è che si è riusciti ad intervenire su uno spazio gestito da migranti e presidianti (e dalle tante altre persone che lo attraversano) con una pratica di auto-organizzazione che ha assunto un forte significato politico; tutta una serie di dinamiche che partono dal basso sono riuscite ad avere un effetto contrastivo, conflittuale con la situazione data, con uno spazio che era prima determinato da altre associazioni le quali decidevano in tutto e per tutto la vita dei migranti: segmentandola, perimetrandola con gestione di orari e attività su cui i migranti stessi non avevano alcun potere di controllo, che erano costretti ad accettare passivamente.

 

La cucina è uno degli strumenti con cui si è riusciti ad avviare processi di autodeterminazione, che hanno permesso che in quello spazio si raggiungesse un'organizzazione dove erano le vite di chi lo attraversa forzatamente a deciderne lo sviluppo. Questo ci sembra un obiettivo primario che è stato raggiunto. Ad ogni modo, oltre alla cucina poi ci sono tutta una serie di strumenti che all'interno della complessità cercano di auto-organizzare la vita del presidio dal basso, noi e il nostro percorso siamo stati solamente uno di questi.

 

Rispetto alla gestione della situazione sicuramente c'è stato da parte nostra e di altri un forte conflitto rispetto a tutti gli attori istituzionali o simili che sono coinvolti, sulle motivazioni di questo basti ragionare sul fatto che la situazione decisamente paradossale a Ventimiglia: il centro della Croce Rossa di Ventimiglia ha 170 posti, mentre tra la stazione e il centro si aggirano tra i 200 e i 400 migranti. La stazione è lontana 10km dal presidio al confine. Nonostante questo sovraffollamento la volontà è stata quella di sfinire e logorare il presidio, di militarizzare le vie d'accesso ad esso: è vergognoso ad esempio che di fatto i migranti possono fare quello che vogliono, tranne che raggiungere il presidio agli scogli! E' l'unico vero limite!

 

In definitiva il discorso è comunque che si è riusciti a far fare una sorta di salto di qualità alle potenzialità di quel presidio: in condizioni davvero difficili, tra il caldo e l'impatto del Ramadan, se non si riusciva a rompere un certo tipo di passività, c'era il rischio che il presidio potesse facilmente andare verso l'esaurimento. Da un processo di vittimizzazione quindi se ne è creato uno di autogestione, di crescita collettiva, che ha avuto impatto reale anche sulla vita dei migranti stessi, anche nel modo in cui guardano la loro esperienza che li oppone alla crudezza della Fortezza Europa.

 

Ribadiamo un po' ciò che si diceva all'inizio: come ETR la nostra scommessa fondamentale era capire se a partire da una questione molto specifica, perimetrata e particolare come quella del cibo, (inteso come campo dell'esistente non neutro, che va agito, organizzato) si potessero scatenare dei processi politici. A Bologna il contesto è diverso, meno emergenziale, mentre a Ventimiglia, trovandoci di fronte a questa "bolla" creata artificialmente da Francia e Italia sul confine, con la volontà comune di sfinire i migranti in qualunque maniera, vietandogli di stare all'ombra nonostante il caldo e cosi via abbiamo davvero agito un ruolo nello scatenare processi di autodeterminazione.

 

La cucina all'inizio, era all'ombra, ed era diventata così il centro del presidio, come una delle sue attività. E' arrivata un giorno la Croce Rossa, ponendosi da mediatrice tra noi e le forze dell'ordine, dicendoci che se i migranti e la cucina non si spostavano dall'ombra si sarebbe proceduti allo sgombero. Abbiamo dovuto all'inizio accettare, ma visto che poi come si diceva prima la minaccia era inattuabile, dopo che la Croce Rossa francese ha abbandonato la sua postazione (ora arriva solo a orario pasti la Croce Rossa italiana, e tra l'altro con scarsi risultati di partecipazione) abbiamo deciso di ritornare a stare all'ombra e tuttora il punto-cucina è vivo della partecipazione dei migranti.

 

Diciamo in fin dei conti che la cucina è stata una bella occasione per poi riuscire ad aprire su altri campi: tra l'altro anche tanti altri da Bologna che non fanno parte della rete o di altri collettivi hanno deciso di dare una mano e partecipare alla staffetta. Il discorso sulla coscienza, sulla crescita politica è particolare: molti sono consapevoli, anche tra i migranti, di quello che si sta costruendo, altri meno. Tutto dipende anche banalmente dal discorso della lingua: è unanime però che l'alleanza che si è costruita ha portato al fatto di aver reso chiaro che loro sono più forti se ci siamo anche noi. Basti pensare che ad un mese dall'inizio della resistenza sugli scogli i migranti hanno auto-organizzato una manifestazione che portasse striscioni alla frontiera, di fatto senza il nostro contributo tecnico: c'è stato un passaggio di coscienza e conoscenza collettivo. Non sappiamo se c'è una totale presa di coscienza da parte del soggetto migrante del presidio: senza dubbio però si è creato evidentemente un humus nel quale tanti scenari potrebbero aprirsi

Il Fatto Quotidiano
22 07 2015

Ventimiglia Bienvenue en France", recita il cartello vicino al cerchio di stelle europee. Siamo arrivati in Francia per distrazione. Stavamo chiacchierando e Andrea Satta, il cantante dei Tétes deBois, che guida il furgone ha varcato il confine senza che ce ne accorgessimo. Per noi quel confine non esiste; mentre per gli immigrati accampati vicino agli scogli di Ponte Ludovico a Ventimiglia è una barriera quasi invalicabile. ...

Corriere della Sera
14 07 2015

Nell’Europa al contrario di Ibrahim la Svezia e la Norvegia stanno a sud. Il ragazzo sudanese indica i due Stati, dei quali ha intuito forma e nome. Io e la mia famiglia vogliamo andare qui, dice. Sophie, la gentile pensionata di Mentone che dà ripetizioni volontarie di geografia ai migranti, prende la cartina e la gira. Nord, quello è il nord, gli risponde, indicando con il dito un punto oltre il confine alto di Ponte San Luigi. E per farsi capire si stringe le braccia, simulando brividi di freddo.

Questa mattina sugli scogli dei Balzi rossi la temperatura al suolo è di 43 gradi. Sotto alle tende, che in realtà sono spessi teli di plastica fissati agli scorrimano della passeggiata, fa ancora più caldo. I miasmi del cibo andato a male sovrastano l’odore del mare. In quella più vicina al confine c’è un altro ragazzo steso su un telo. Tiene gli occhi chiusi. Parla da solo, borbotta, in un mare di sudore. Ibrahim gli si avvicina, è suo cugino. Lo sveglia, anche se in realtà non stava dormendo. Da sotto il materasso estraggono due biglietti del treno, Ventimiglia-Parigi, 118 euro. La data è quella di tre giorni fa. «Ci hanno fatto scendere a Mentone, e ci hanno riportato indietro. Ci avevamo già provato un’altra volta. Questi erano i nostri ultimi soldi. Ma non ce ne andiamo. Al caldo siamo abituati. In Libia ci hanno tenuto per due settimane chiusi in un container, ci facevano bere una volta al giorno. Non ci spaventa restare qui sugli scogli. Ditelo ai francesi: noi vogliamo solo passare, non ci fermiamo da loro, non ci interessa».

Domani sarà un mese. I primi sono arrivati il 9 giugno. Erano cinquanta, sudanesi ed eritrei. Furono respinti dai gendarmi alla frontiera e decisero di passare la notte sugli scogli a due passi dal confine, nell’ultimo lembo di Italia, per protesta. Poco dopo divennero duecento, e furono giorni di tensione, di proclami e solenni impegni. Poi passò il tempo, accaddero altre cose giudicate più importanti, in fondo va sempre così. L’attenzione si spostò altrove.

Molti di loro se ne andarono, i più rassegnati. Sugli scogli sono tornati a essere quelli che erano all’inizio. La conta di questa mattina dice 51. C’è una sola camionetta della Polizia a guardarli. «Non se li fila più nessuno - dice l’agente -. Vadano dove vogliono, se ci riescono, noi di certo non li inseguiamo, anzi». Ai lati della statale che conduce ai Balzi rossi è pieno di auto parcheggiate. I bagnanti scendono con materassini e teloni e scompaiono nella spiaggia sottostante. Il mercatino del venerdì è ricominciato. Al bar dall’altra parte della strada ne parlano come se fossero cose inanimate. «Stanno fermi» dicono alzando le spalle.

I migranti accampati sugli scogli erano una emergenza umanitaria e sono diventati un elemento del paesaggio. Ogni tanto passa qualche troupe televisiva e allora Yussah, la mediatrice culturale marocchina, si incarica di garantire colloqui precari con traduzioni annesse. Intorno a questi cinquanta disperati si è formato un microcosmo di finta normalità. Al mattino passano i volontari della Croce rossa, risveglio e acqua per tutti. Sul marciapiede è stato montato un punto per la ricarica dei telefonini. Nelle ore più calde si spostano quasi tutti all’ombra degli edifici in fondo alla passeggiata. All’ora di pranzo i migranti a digiuno per il Ramadan rivolgono sguardi languidi ai piatti di pasta cucinati dai ragazzi dei centri sociali.

Al pomeriggio arrivano i volontari di Mentone e Ventimiglia, carichi di buone intenzioni e libri donati dalle biblioteche. Le loro lezioni si svolgono a gesti, nessuno dei ragazzi che cercano di apprendere qualche nozione utile sulle loro terre promesse parla inglese o francese.
Le giornate non passano, si trascinano, in una solitudine e in un disinteresse piuttosto palpabili. Enrico Ioculano, il giovane sindaco di Ventimiglia, si fa vedere due volte al giorno, qui e in stazione, dove il vai e vieni ai binari è uno spettacolo crudele e surreale. Da un treno in arrivo vengono fatti scendere i migranti respinti in Francia. Da quello in partenza dal binario accanto salgono di soppiatto quelli che provano a passare. «Una volta che il caso politico è stato disinnescato - dice Ioculano - siamo ritornati nel nostro splendido isolamento. Io telefono e chiedo che cosa devo fare, nessuno mi risponde. Ma se soltanto un mese fa questa era una grande emergenza europea, le sembra giusto che adesso la debba risolvere il sindaco di Ventimiglia?».

I dimenticati dei Balzi rossi sono liberi di andare dove vogliono. Ma non si muoveranno da qui. L’esodo è cominciato due venerdì fa, quando i migranti raccolti intorno alla radio capirono che dal vertice europeo non sarebbe arrivato niente di buono per loro. Quelli che restano sono i più disperati tra i disperati. Come Ibrahim e suo cugino, sempre più affaticati dal digiuno. Al tramonto chiedono dove poter trovare una cartina che indichi una strada tra le rocce, verso il confine più in alto. «Tanto prima o poi ce la faremo a passare». Li interrompe il suono del clacson proveniente da una colonna di auto che ha appena passato il confine di Stato. Sono quelli della Fratellanza islamica di Nizza. L’imam distribuisce pasti caldi a tutti. È scesa un’altra volta la sera, almeno si può mangiare.

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