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Il Fatto Quotidiano
18 07 2013

Un italiano su cinque è vittima di molestie insistenti, uno stalker su tre è recidivo e anche dopo la denuncia continua a perseguitare la vittima. E’ quanto emerge da una ricerca condotta dall’Osservatorio nazionale sullo stalking (Ons).

La ricerca, condotta su un campione di 9.600 persone dai 17 agli 80 anni, indica che il 70% delle vittime è costituito da donne e il 30% da uomini. Il persecutore è nel 55% dei casi un partner o ex partner, nel 5% un familiare, nel 15% un collega o compagno di studi, e nel 25% un vicino di casa. E’ recidivo nel 30% dei casi.

A preoccupare di più è il “numero oscuro” celato dietro ai dati ufficiali: “La maggior parte delle vittime – spiega l’Ons – non denuncia lo stalking, considerando quest’atto come qualcosa di simile al firmare la propria condanna a morte”.
“Questa convinzione – rimarca l’Osservatorio – è dovuta a una generalizzata sfiducia verso le autorità (molti omicidi sono avvenuti dopo diverse denunce) e alla consapevolezza che lo stalker sia spinto a perseguitare da un profondo disagio psicologico, che la coercizione può solo peggiorare, se non affiancata a un percorso di risocializzazione e sostegno psicologico”.

Un altro dato va rilevato: l’Osservatorio nazionale stalking ha registrato una flessione del 25% nelle richieste d’aiuto. In concomitanza con questo ‘trend’, “sono diminuite drasticamente anche le denunce per stalking” e le persone che hanno contattato l’Ons hanno dichiarato di non avere intenzione di denunciare il persecutore.

Le motivazioni che le vittime adducono per la mancata denuncia sono di tre tipi: “La sfiducia verso le autorità (nessuna garanzia di sicurezza o protezione dopo la denuncia), la paura di peggiorare la situazione persecutoria e il fatto di voler aiutare il presunto autore senza farlo condannare, dato nel 90% circa è un conoscente o un familiare”.

Gli ultimi casi di cronaca mostrano come uno stalker su tre, dopo la denuncia e talvolta dopo la condanna, continua a perseguitare la vittima, sovente con maggiore intensità, violenza e frequenza.

Dal 2007, l’Osservatorio nazionale stalking, associazione di volontariato che opera su Roma e in diversi centri sul territorio nazionale, ha istituito il Centro presunti autori, il cui obiettivo è quello di segnalare a tutte le persone che mettono in pratica atti persecutori la possibilità di uscire dalla condizione di stalker grazie a una presa di coscienza del problema e a un supporto psicologico specializzato coordinato da esperti. Il percorso è gratuito, e 250 stalker sono già stati risocializzati lasciando intravedere alle proprie vittime la speranza di vivere una vita normale. Il 40% degli stalker ha raggiunto un completo contenimento degli atti persecutori, mentre nel 25% dei casi si è verificata una significativa diminuzione dell’attività vessatoria, della recidiva, e la prevenzione degli atti più gravi.

Dall’inchiesta dell’Osservatorio nazionale sullo stalking emerge anche che il 20% degli stalker soffre di un disturbo di personalità, mentre solo il 5% accusa una psicopatologia grave, con totale perdita di contatto con la realtà. Il 70% presenta una rigidità nelle relazioni, che si traduce in una difficoltà di gestione delle relazioni interpersonali. Spesso sono soggetti insospettabili, che mantengono un buon contatto con la realtà ma in realtà sono dei manipolatori e bugiardi patologici. La violenza psicologica che attuano ai danni della vittima inizia in tempi insospettabili e sfocia nello stalking nel momento in cui quest’ultima decide di abbandonare la relazione.

Il 20% degli omicidi ha avuto come prologo atti di stalking. Ma non solo. Da una ricerca di tipo epidemiologico condotta a livello nazionale, che ha previsto per ogni regione un totale rappresentativo di 600 interviste su un campione composto al 50% da uomini e al 50% da donne (dai 18 ai 70 anni), risulta che l’incidenza dello stalking in Italia è altissima (circa il 20% della popolazione ha subito atti persecutori), e costituisce un allarme sociale.

L’Osservatorio nazionale stalking sottolinea la necessità di un percorso di “accompagnamento delle persone coinvolte in atti persecutori nel difficile percorso della separazione e dell’emancipazione affettiva”. Per l’Ons, “la prevenzione e un percorso di risocializzazione orientato al presunto autore sono necessari. In mancanza di queste premesse, il fenomeno dello stalking continuerà a crescere in violenza e intensità”.

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Internazionale
18 07 2013

L’ex presidente sudafricano Nelson Mandela festeggia i suoi 95 anni in ospedale.

È ricoverato in una clinica di Pretoria dall’8 giugno per una grave infezione ai polmoni. In occasione del suo compleanno il presidente sudafricano Jacob Zuba ha dichiarato che le condizioni di Mandela migliorano di giorno in giorno. Per la prima volta da quando Mandela è in ospedale non si parla di una situazione “critica” in un comunicato stampa divulgato dalla presidenza sulla salute dell’ex presidente.

Il 18 luglio, giorno del compleanno di Mandela, si festeggia il Mandela day in tutto il mondo. Si tratta di una giornata dedicata dall’Onu a Mandela in cui vengono promosse azioni benefiche e di sostegno dei diritti umani. Ciascun cittadino dovrebbe dedicare almeno 67 minuti della sua giornata al servizio degli altri, durante il Mandela day, in omaggio ai 67 anni di militanza di Nelson Mandela, eroe della lotta contro l’apartheid.

Il presidente statunitense Barack Obama ha fatto gli auguri a Mandela e ha ricordato che è “un esempio straordinario di coraggio, gentilezza e umiltà”.

Una delle figlie di Mandela Zindzi ha dichiarato a Sky News che la salute di suo padre “fa dei discreti progressi”. Una buona notizia, dopo che nelle ultime settimane c’era stata molta apprensione intorno alle condizioni di salute dell’anziano leader.

Una lunga vita di lotte. Mandela è nato il 18 luglio 1918 dalla famiglia reale dei thembu, una tribù di etnia xhosa del Capo orientale. Il suo nome in lingua xhosa, Rolihlahla, ha un significato quasi profetico: “attaccabrighe”. Sarà chiamato Nelson solo quando comincerà a frequentare il collegio britannico di Healdtown.

Studia legge all’università di Fort Hare e all’università di Witwatersrand, a Johannesburg. Nella metà degli anni quaranta si unisce all’African national congress (Anc) di cui, insieme a Walter Sisulu e Oliver Tambo e altri, crea la Lega giovanile. Dal 1948 partecipa attivamente alle campagne di resistenza contro la politica di apartheid e segregazione razziale messa in atto dal regime.

In quegli anni Mandela fonda uno studio legale per dare assistenza a basso prezzo o gratuita ai neri che diventa il centro della lotta alla discriminazione razziale. Nel 1962 viene arrestato e condannato a cinque anni di lavori forzati per incitamento alla dissidenza e viaggi all’estero non autorizzati. Mentre sconta la condanna, è di nuovo accusato di sabotaggio al processo di Rivonia. Nel 1964 Mandela è condannato con i suoi compagni alla pena massima: l’ergastolo, da scontare a Robben island, un isolotto in mezzo all’oceano Atlantico di fronte a Città del Capo.

In prigione diventa il leader della lotta contro l’apartheid.

Dopo aver rifiutato più volte di essere liberato o di ricevere un trattamento di riguardo in carcere in cambio di un appello all’Anc perché cessasse la lotta, viene liberato l’11 febbraio 1990, soprattutto grazie alle pressioni della comunità internazionale.

Appena scarcerato diventa presidente dell’Anc e avvia un dialogo con il presidente Frederik De Klerk per pacificare il paese: nel 1993 i due leader sudafricani ricevono il premio Nobel per la pace.

Nel 1994 Mandela si candida alle elezioni presidenziali. È una campagna elettorale quasi scontata e Mandela viene eletto: è il primo presidente nero del paese. Nel corso della sua presidenza viene istituita e comincia i lavori la Commissione per la verità e la riconciliazione, che ascolta le testimonianze delle vittime e dei responsabili dei crimini commessi durante l’apartheid.

Il 18 luglio 1998, il giorno del suo ottantesimo compleanno, Mandela, che nel 1992 si era separato dalla moglie Winnie, sposa Graça Machel, vedova del defunto presidente del Mozambico Samora Machel.

Mandela si è ritirato ufficialmente dalla vita pubblica nel 1999, mantenendo attivo il suo impegno a favore dei diritti umani, in particolare della lotta all’aids.

Huffington Post
18 07 2013

Le nozze gay sono legge nel Regno Unito, dal momento che la regina Elisabetta II ha dato l'approvazione reale necessaria.

Ieri sera la legge aveva ottenuto l'ultimo via libera da parte della Camera dei Comuni. Il "royal assent" era comunque considerato una mera formalità, perché dal 1708 (l'ultimo caso in contrario fu quello della regina Anna Stuart) un monarca britannico non si è mai rifiutato di firmare una legge voluta dal Parlamento.

È stato lo speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, a informare i deputati dell'assenso reale.

Secondo quanto reso noto dal ministero della Cultura, i primi matrimoni gay potranno essere legalizzati a partire dalla prossima estate, dopo che il governo avrà chiarito alcune questioni quali gli effetti sulle pensioni. È prevista la possibilità di sposarsi civilmente, lasciando alle diverse confessioni - quella anglicana, in ogni caso, si è già detta contraria al provvedimento - la scelta di autorizzare o meno i matrimoni religiosi.

A seguito del regio assenso la Gran Bretagna diventa così il 15° Paese al mondo, in cui è legale il matrimonio gay.

I restanti Stati, che riconoscono ufficialmente le nozze tra persone dello stesso sesso, sono:

1) Paesi Bassi: dopo aver creato nel 1998 una partnership aperta agli omosessuali, l'Olanda è stato il primo paese, il 1° aprile 2001, ad aprire ai matrimoni civili per le coppie dello stesso sesso. Obblighi e diritti dei congiunti sono identici a quelli delle coppie eterosessuali, tra cui quello di adozione; dall'entrata in vigore della legge al 2005 sono stati registrati 6mila matrimoni.

2) Belgio: i matrimoni tra omosessuali sono legali dal 30 gennaio 2003.

3) Spagna: il governo socialista ha legalizzato, il 30 giugno 2005, le nozze tra omosessuali ed è possibile per queste coppie, sposate o meno, di adottare dei bambini; i conservatori avevano tuttavia fatto appello alla corte Costituzionale, che si è pronunciata, lo scorso anno, sulla legittimità dei matrimoni tra le persone dello stesso sesso.

4) Canada: matrimonio e diritto di adozione per le coppie gay sono ufficiali grazie alla Loi sur le mariage civil in vigore dal 20 luglio 2005. Il Canada è il primo Paese nel continente americano a riconoscere questo diritto. In precedenza la maggioranza delle province canadesi concedeva già le unioni tra persone dello stesso sesso.

5) Sudafrica: il 30 novembre 2006 il Sudafrica è divenuto il primo Paese africano a legalizzare il matrimonio tra due persone dello stesso sesso. Già dal 2002, comunque, coppie gay possono regolarmente adottare.

6) Norvegia: una legge dell'11 giugno 2008 mette sullo stesso piano le coppie omosessuali ed eterosessuali, in merito sia alle nozze sia all'adozione di bambini e ai benefici legati alla fecondazione assistita (nel caso di un matrimonio fra due donne e una successiva gravidanza per inseminazione, entrambe avranno il diritto di maternità). Dal 1993 esisteva la possibilità di stipulare un patto civile.

7) Svezia: pioniera in materia di diritto all'adozione, la Svezia, dal 1° maggio 2009, concede alle coppie gay di sposarsi civilmente o con rito religioso. Dal 1995 erano autorizzate le unioni di fatto, dal 2003 le adozioni.

8) Portogallo: una legge dell'8 gennaio 2010 modifica la definizione di matrimonio, cassando il riferimento "tra sessi diversi", ma per le coppie gay è escluso il diritto all'adozione.

9) Islanda: la legge che legalizza le nozze gay è entrata in vigore il 27 giugno 2010; il giorno dopo il primo ministro Johanna Sigurdardottir ha convertito in matrimonio l'unione civile, stipulata nel 2002 con la sua compagna.

10) Argentina: il 15 luglio 2010, l'Argentina è diventato il primo paese a autorizzare i matrimoni omosessuali in Sudamerica. Le coppie gay possono adottare e hanno gli stessi diritti degli eterosessuali, indipendentemente da nazionalità e residenza.

11) Danimarca: le nozze sono aperte alle coppie dello stesso sesso dal 7 giugno 2012, quando il Parlamento ha approvato definitivamente una legge che cancella il requisito di essere uomo e donna per poter contrarre matrimonio.

12) Uruguay: il 10 aprile 2013, l'Uruguay è diventato il secondo paese sudamericano a legalizzare i matrimoni omosessuali, che saranno possibili a partire dal prossimo agosto.

13) Nuova Zelanda: il 17 aprile 2013, una settimana dopo l'Uruguay, la Nuova Zelanda è entrata nel novero dei Paesi apripista del matrimonio omosessuale. Persone dello stesso sesso potranno convolare ufficialmente a nozze dall'agosto prossimo.

14) Francia: L'Assemblea Nazionale ha approvato, il 23 aprile scorso, il testo di legge che autorizza il matrimonio civile per le coppie omosessuali dopo un acceso dibattito di settimane. La legge è stata ufficialmente promulgata il 18 maggio.

Particolarità al riguardo sono riscontrabili negli Stati Uniti e in Messico. Negli Usa, infatti, i matrimoni omosessuali, pur essendo proibiti a livello federale - anche se la decisione del 26 giugno scorso, con cui la Suprema Corte ha dichiarato incostituzionale il Doma, potrebbe aprire presto a nuovi scenari -, sono legali negli stati di Iowa, Connecticut, Massachusetts, Vermont, New Hampshire, New York, Maine, Maryland, Rhode Island, Delaware, Minnesota, Washington e California oltre alla capitale. In Messico, invece, le nozze gay sono legali solo nella capitale federale.

Bisogna inoltre registrare il caso del Brasile, dove, pur mancando una legge specifica sulle nozze gay, il Consiglio nazionale di giustizia ha autorizzato di fatto, il 14 maggio scorso, il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Questo a livello federale, perché in alcuni stati del Brasile - come per gli Usa - le nozze gay sono normate e, dunque, legali da tempo.
Altri Paesi, infine, hanno adottato una legislazione sulle unioni civili, che concedono dei diritti più o meno estesi agli omosessuali, tra cui la Germania, la Finlandia, la Repubblica Ceca, la Svizzera, l'Ecuador, l'Irlanda, la Slovenia.

Francesco Lepore

EIGE
17 07 2013

Review of the implementation of the Beijing Platform for Action in the EU Member States: Women and the Media.


The current report is the first one to deliver comparable data on the number of women in decision-making positions across major media organisations in the 27 EU Member States and Croatia. Further to this, the report identifies the extent to which these same organisations have developed gender equality policies, monitoring mechanisms and specific initiatives to support women’s career development.

The report proposes the first indicators in the area of Women and the Media of the Beijing Platform for Action. We hope that these indicators will be used for regular monitoring of the media sector in the EU to strengthen gender equality.

The findings show that while women have considerably outnumbered men in university-level and practice-based journalism programmes and that the employment of women in media is increasing, the organisational culture of media remains largely masculine and women are still significantly under-represented at the decision-making level.

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EIGE
17 07 2013

Women hold only 22 % of strategic decision-making posts in the public media and only 12 % in the private media organisations in the EU-27– as the research of the European Institute for Gender Equality (EIGE) shows. ‘Increased number of women in the decision-making structures of media organisations would bring social justice, better use of talents and innovative decisions. It would also improve media content.’ - says Virginija Langbakk, Director of the European Institute for Gender Equality (EIGE).

EIGE’s new report 'Advancing gender equality in decision-making in media organisations' presents for the first time reliable and comparable EU-wide data on women and men in decision making in the media sector. The report will support policymakers and all relevant institu­tions in their efforts to achieve gender equality.

Challenging the glass ceiling

EIGE’s report points out that the organisational culture within media structures remains largely masculine, despite the fact that women considerably outnumber men in university-level education in this field and constitute nearly half the workforce within the media industry. Women continue to be significantly underrepresented in decision-making structures, both at operational levels as senior managers and at strategic levels, as chief executive officers and board members of major media organisations across the EU Member States.

There is a significant difference between the private and public media sectors. In public media organisations the ratio of women to men occupying strategic decision-making position is only 1 in 5, whereas in private media organisations it decreases to only 1 in 10. Within the decision-making boards of media organisations women represent only 25% of all members.

Internal equality policies for gender balance in decision making

Despite the fact that organisations implementing gender equality policies and measures are more likely to have a higher proportion of women in strategic decision-making positions, EIGE’s research shows that gender-equality plans, diversity policies and codes of conduct exist only in around a quarter of the surveyed media organisations. Only few organisations have formal mechanisms in place to monitor their gender equality policies. Sixteen percent of the surveyed organisations have a committee responsible for equality-policy issues, 14 % have an equality/diversity officer and 9 % an equality/diversity department. In general, public media organisations are more likely than private ones to have a gender equality policy, code or measure in place.

Whose freedom is protected?

Self-regulation has been the main strategy for the media industry. ‘Many politicians have been reluctant to take action concerning gender equality in the media because there is a risk that it could be seen as a form of censorship or a way of limiting freedom of expression, if the media industry becomes more regulated. On the other hand, it is time to think whose freedom of expression is being protected or hampered. Until now news agendas have been mostly about men for men.’ says Dr Maria Edström, expert on women and the media from the University of Gothenburg.

More women in the media – to shape gender-equal society

Based on EIGE’s report, the Council of the European Union has adopted conclusions on ‘Advancing Women’s Roles as Decision-Makers in the Media’ and took note of the first indicators for monitoring the implementation of the area of Women and the Media of the Beijing Platform for Action within the EU Member States.

In line with the findings presented in EIGE’s report, the Council calls on the Member States and the European Commission to take active measures to foster gender equality at all levels, including women’s advancement in decision-making roles in the media industry. The Council also calls for enhancing awareness of gender equality within the media sector and the exchange of good practices between Member States in this area, which will support the process of achieving a gender-equal society.

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