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MigrantiAccursio Sabella, Panorama
10 settembre 2015

Su un'altra, i disegni colorati dei bambini sfuggiti al naufragio. C'è una barca rossa e un mare azzurro. E la sagoma di un uomo tra le onde. Una sala dell'Azienda sanitaria provinciale (Asp) di Palermo è stata trasformata in un piccolo museo. ...
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Globalist
11 09 2015

Bloccare l'hate speech non è censura, ma un dovere professionale per chi fa informazione. È questo l'appello lanciato dalla campagna "#nohatespeech - giornalisti e lettori contro i discorsi d'odio" promossa dall'associazione Carta di Roma insieme alla European Federation of Journalists e Articolo 21, con l'adesione dell'Ordine dei Giornalisti, della Federazione nazionale della stampa italiana e dell'Usigrai e avviata con una raccolta firme su change.org. Un'iniziativa rivolta a giornalisti ed editori, ma non solo: per l'associazione si tratta di una "campagna di civiltà" che riguarda e coinvolge anche i lettori e gli ascoltatori. "Questa campagna è una goccia che scava la pietra - spiega Giovanni Maria Bellu, giornalista, presidente della Carta di Roma -. Spesso gli appelli hanno un obiettivo specifico, questo invece è più generale, è rivolto alle coscienze e alle responsabilità".

Un appello che si rivolge in primo luogo a chi di comunicazione si occupa per professione. "Impedire la diffusione dell'odio non è solo un atto di responsabilità civile - spiega l'associazione -. È, per chi fa il giornalista, l'adempimento della regole-base della professione, quella che impone a tutti i giornalisti il dovere di restituire la verità sostanziale dei fatti". Ai giornalisti, infatti, la campagna chiede "di non restare passivi di fronte ai discorsi d'odio" perché non sono "opinioni".

"Trovando il loro fondamento nel razzismo, sono brutali falsificazioni della realtà - spiega l'associazione - e contraddicono non solo i principi basilari della convivenza civile, ma tutte le acquisizioni scientifiche. E' un dovere professionale confutare le affermazioni razziste, chiarire ai lettori e agli ascoltatori la loro falsità intrinseca". Una responsabilità, quella dei giornalisti, a cui non ci si può sottrarre, spiega Bellu. "Facciamo un esempio - continua -: se uno di noi si trovasse a raccogliere dichiarazioni su un'impresa di un navigatore solitario e ci venisse detto che l'impresa non può riuscire perché la terra è piatta, cosa dovrebbe fare un giornalista? La prende come opinione o gli dice che sta dicendo una sciocchezza perché la terra è semplicemente rotonda? Le affermazioni razziste non sono opinioni e non bisogna trattarle come tali".

Responsabilità che sono ancor più grandi quando gli attori dell'hate speech sono gli stessi politici. "I giornalisti devono registrare il fatto che è stata fatta una determinata affermazione - spiega Bellu -, ma questo non significa che devono lasciare passivamente il microfono sotto la bocca di uno che dice spropositi senza contestarli. Noi assistiamo a delle uscite dei politici, con affermazioni di puro odio che passano alla stregua di opinioni e si diffonde tra le persone l'idea che gli insulti siano delle opinioni".

Un tema, quello delle "opinioni", che torna attuale con la vicenda che ha coinvolto Giorgia Meloni e l'Unar. Dopo una lettera di raccomandazioni inviata dall'Ufficio antidiscriminazione alla deputata in cui si chiedeva di usare "messaggi di diverso tenore" in tema di immigrazione, per via di alcune dichiarazioni scritte sul web, Meloni ha accusato il governo di "censura", scatenando non poche polemiche.

Ma è proprio sulla scia di quest'avvenimento che sul web sono comparsi gli ultimi esempi di hate speech. A farne le spese, Cécile Kyenge, che in un articolo dell'8 settembre pubblicato dalle pagine online del Giornale difende l'operato dell'Unar denunciando anche le continue "minacce" e gli "insulti" ricevuti sul web. Insulti che non tardano ad arrivare anche in coda al suddetto articolo. "Negra ex clandestina", "Beduina", "quante banane al giorno ci costa?" "negra sempre più insopportabile", "si sciacqui la bocca con l'acido muriatico". Per Bellu, si tratta di un esempio eclatante su cui riflettere.

"Si tenta di far passare la lotta contro l'hate speech come una forma di censura - spiega -, mentre invece il concetto è semplice: se una persona dice che la Kyenge deve 'bere acido muriatico' come appare in fondo all'articolo del Giornale, chi parla di censura dovrebbe dimostrare che queste sono opinioni e libere manifestazioni del pensiero e non invece, come sono evidentemente, insulti".

Hate speech che, secondo i dati dell'Unar, è in continuo aumento, spiega Bellu, soprattutto sui social network. "E' una cosa di tutti i giorni - aggiunge -, lo incontriamo sempre e ovunque". Ed è per questo che l'appello è rivolto anche ai lettori e chiede di "isolare chi esprime discorsi di odio - spiega l'associazione -, di non intavolare con loro alcun dialogo, nemmeno attraverso risposte indignate, e di evitare qualunque atto che possa anche parzialmente legittimarli come soggetti di un confronto". Lettori invitati, inoltre, a "segnalare alle redazioni i discorsi d'odio perché possano essere cancellati e perché i loro autori vengano privati della possibilità di nuocere e, quando è previsto dall'ordinamento dello Stato, denunciati all'autorità giudiziaria".

Contro l'hate speech, però, per Bellu serve una "regolamentazione a carattere europeo" che riguardi tutti i media. "Non è un caso che stiamo lanciando questa iniziativa con la Federazione europea dei giornalisti - spiega Bellu -. Deve essere così perché i messaggi online non hanno confini". Nel testo dell'appello, intanto, ci sono già poche ma chiare indicazioni per lavorare ad una ipotesi di regolamentazione. Come quelle riguardanti le testate giornalistiche e i proprietari e gestori dei social network, a cui si chiede di "attuare delle procedure di moderazione che consentano di sopprimere tempestivamente i commenti d'odio e di bannare i loro autori" e di "adottare procedure semplificate per sostenere le redazioni giornalistiche e gli utenti nel segnalare i discorsi d'odio ed escludere i loro autori dalla comunità della rete".

Un impegno, quello chiesto alle testate e agli editori, che però va oltre le questioni tecniche. "E' vero che c'è una difficoltà tecnica ad intervenire con adeguata tempestività sui commenti - spiega Bellu -. Ma quando un commento razzista c'è da due giorni, non può essere sfuggito". Per questo servono regole condivise, aggiunge Bellu. "Se io vedo che un organo di stampa in modo sistematico pubblica certi articoli, con una certa titolazione, negativa o evocativa, i commenti di odio prima o poi arrivano. Se poi glieli lascio, mi viene il dubbio che quei commenti facciano parte dell'articolo, con la differenza che non si ha il coraggio di utilizzare quelle espressioni e in modo subdolo si affida la parte più violenta a queste truppe di portatori d'odio. E questa è una grandissima responsabilità".

Scarpe da calcioEmanuele Giordana, Il Manifesto
10 settembre 2015

Si arriva a dieci se si compra il modello con plantare che si trova, seppur ormai con difficoltà, nei negozi di calzature di lusso. Anche molti indiani hanno smesso di portarle per preferirgli copie di modelli stranieri o originali che hanno gli stessi prezzi delle vetrine italiane. ...
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La Stampa
11 09 2015

La bandiera palestinese sventolerà al Palazzo di Vetro dell’Onu, a New York. L’Assemblea Generale ha approvato una risoluzione che dà all’Anp e agli altri Paesi con lo status di osservatore non membro - il Vaticano - il diritto di issare il proprio vessillo. La risoluzione è stata approvata con 119 sì, 8 no tra cui Stati Uniti e Israele, e 45 astenuti.

Il Vaticano si è però smarcato dall’iniziativa dell’Anp, e ha detto che la sua bandiera non sventolerà prima del discorso di Papa Francesco il 25 settembre.

«È un fatto simbolico, ma rappresenta un altro passo per solidificare i pilastri dello Stato della Palestina sulla scena internazionale», ha spiegato Riyad Mansour, l’ambasciatore dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) all’Onu. «Il quadro è cupo - ha aggiunto Mansour - il processo politico è morto, Gaza è soffocata. Questa risoluzione sulla bandiera è come una piccola luce volta a tenere viva la speranza per il popolo palestinese».

Sia gli Usa che Israele hanno espresso una forte opposizione: l’ambasciatore di Israele al Palazzo di Vetro, Ron Prosor, ha bollato l’iniziativa come «un palese tentativo di dirottare le Nazioni Unite». Mentre il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Mark Toner, l’ha definita «controproducente».

E si è smarcato dall’iniziativa palestinese l’altro Paese con lo status di osservatore all’Onu, il Vaticano: l’arcivescovo Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede al Palazzo di Vetro, ha ribadito di non essere un co-sponsor dell’iniziativa «perché abbiamo certamente diverse priorità», e di non aver ancora deciso se la sua bandiera verrà issata in futuro. «La questione è aperta, non posso dire quale sarà la posizione della Santa Sede in seguito», ha detto Auza. Quel che è certo, è che la bandiera del Vaticano non sventolerà prima del discorso di Papa Francesco all’Assemblea generale, il 25 settembre. «Non abbiamo alcuna intenzione di farlo», ha chiosato il Nunzio.

L’Anp ha ottenuto nel novembre 2012 lo status di osservatore non membro all’Onu. Ora le Nazioni Unite hanno a disposizione 20 giorni per attuare la misura, in tempo per la visita del presidente palestinese Abu Mazen, in programma per il 30 settembre.

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Le persone e la dignità
11 09 2015

Il governo turco ha respinto l’appello dei partiti di opposizione, che hanno chiesto di sospendere il coprifuoco attualmente in vigore per l’intera settimana a Cizre, città curda non lontana dai confine siriano e iracheno. Una delegazione del partito filo curdo Hdp, composta di parlamentari e con i due ministri filo curdi al seguito, è stata fermata dalla polizia mentre cercava di raggiungere l’area, roccaforte dei ribelli separatisti curdi del Pkk, dove attualmente sono in corso operazioni militari.

La delegazione, che era partita mercoledì 9 settembre, voleva raggiungere Cizre per raccogliere informazioni sulle condizioni sanitarie dei civili, verificare eventuali violazioni di diritti umani e capire cosa è successo nei giorni precedenti, dopo che il coprifuoco ha precipitato la zona in una bolla di silenzio. Il leader del partito filo curdo Selahattin Demirtas, ha definito la città “la Kobane della Turchia”: “Il mondo deve sapere quello che sta succedendo a Cizre”. Della delegazione fanno parte due ministri del governo ad interim appena formato – quello degli Affari Europei, Ali Haydar Konca, e il responsabile dello Sviluppo, Muslum Dogan – oltre a diversi deputati e lo stesso Demirtas.

Mercoledì pomeriggio il convoglio di auto e bus diretto a Cizre era stato fermato dalla polizia turca a circa 80 km dalla città. La delegazione, a quel punto, aveva deciso di proseguire a piedi in una “marcia della pace” tra strade sterrate nel tentativo di aggirare i blocchi della polizia.

Il premier Ahmet Davutoglu è intervenuto giovedì sera, chiarendo che le misure prese “continueranno a rimanere in vigore per tutto il tempo che il governo e l’esercito riterranno necessario”. Davutoglu ha poi invitato tutti i partiti a “rispettare le condizioni di sicurezza”, assicurando che l’accesso sarebbe stato negato anche a una delegazione del partito della giustizia e dello sviluppo, Akp.

Il ministro degli Interni, Selami Altinok, aveva confermato la decisione giovedì 10 settembre in conferenza stampa, definendola “necessaria a garantire la sicurezza dei cittadini, ma anche di onorevoli e onorevoli ministri”.

“Consideriamo l’arrivo della delegazione come un fattore di provocazione tale da poter causare incidenti – ha proseguito Altinok – ecco perché, per questioni di ordine pubblico, alla delegazione non sarà permesso l’accesso a Cizre".

Altinok ha poi fornito un resoconto delle operazioni svolte nella città, con “800 chili di esplosivo e armi di piccola e media gittata sequestrate, 10 terroristi arrestati, 7 uccisi, 11 poliziotti e 4 civili feriti, un civile morto”.

Dopo lo stop del convoglio la delegazione, guidata dal dell’Hdp Selattin Demirtas, ha intrapreso una marcia di 90 km e ha tentato di inscenare un sit-in su una collina vicino i confini siriano e iracheno, ma la polizia, in base a quanto rivelato da fonti del partito, lo avrebbe impedito.

Ma il ministro dell’Interno, Selami Altinok, è stato irremovibile: a Cizre non si entra per ragioni di sicurezza,
Il blocco sulla città viene denunciato anche dal principale partito di opposizione, il socialdemocratico Chp, che parla di “150mila abitanti di fatto in stato d’arresto” e accusa: “Un coprifuoco di una settimana non esiste in nessun posto al mondo. A Cizre è in corso una tragedia, ministri e deputati dovrebbero poter entrare”.

Dal 22 luglio scorso, dopo la rottura della tregua in vigore dal 2013, il conflitto tra Ankara e Pkk ha causato almeno 1.116 morti e 920 feriti tra i miliziani e più di 100 vittime tra le forze di sicurezza in scontri consumatisi in Turchia e nord Iraq. Una scia di sangue che la `pasionaria´ curda Leyla Zana ha denunciato giovedì iniziando uno sciopero della fame: “Preferisco morire io piuttosto che questi ragazzi”.

Monica Ricci Sargentini

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