l'Espresso
30 01 2015

Il 2013 considerato "annus horribilis" per le donne italiane: 179 omicidi rispetto ai 157 dell'anno precedente. Gli assassini sono sempre uomini vicinissimi alla vittima

Nel 2013 lo Stato ha speso 100 milioni di euro per le vittime di stalking, violenza sessuale e maltrattamenti familiari grazie alla legge 119/2013 che ha introdotto il gratuito patrocinio. Il Ministero della Giustizia, rispondendo ad un'interrogazione del Pd, ha rivelato che nel primo anno della sua applicazione le persone assistite sono state 129 mila a fronte di più di 150 mila richieste.

Dati che mostrano come, ad un'informazione sempre più attenta a queste tematiche non corrisponda un calo delle violenze.
Semmai il contrario. Pochi giorni fa, uno studio della Fondazione Polis sui bambini rimasti orfani in seguito a reati di femminicidio ha evidenziato che di fronte ad un calo generale degli omicidi dagli anni '80 ad oggi, non si è assistito ad un fenomeno simile tra le donne vittime di violenze domestiche. L'Eures ha contato le vittime del 2013, considerato "annus horribilis" per le donne italiane: 179 omicidi rispetto ai 157 dell'anno precedente. Gli assassini sono sempre uomini vicinissimi alla donna: mariti, compagni, ex, persino i padri. Il loro peggior nemico è il silenzio. Quel coraggio che manca di denunciare chi ancora viene considerato nella propria sfera affettiva.

Dallo Stato gli aiuti non mancano e dal 2011 il Governo mette ogni anno sul piatto centinaia di milioni per l'approvvigionamento del Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking. Il Piano per il 2015 ancora non è stato adottato, ma la consigliera per per Pari Opportunità di Palazzo Chigi rassicura che saranno stanziati 10 milioni di euro per il 2014 e il 2015. Per il potenziamento dei centri anti violenza e delle case rifugio sono stati già stanziati 17 milioni per il 2013 e il 2014 ai quali si aggiungono 10 milioni per il 2015 e 10 per il 2016.

Non è tutto rosa e fiori però, soprattutto quando si arriva in Tribunale. Dove ai tempi lunghi della giustizia si affiancano anche quelli dell'amministrazione giudiziaria. Il ministro Orlando, su sollecitazione del capogruppo Pd in commissione Giustizia, Walter Verini, ha posto l'accento anche sulle lungaggini per la liquidazione delle parcelle dei difensori delle vittime che accedono al gratuito patrocinio. Ancora una volta è colpa "dell'insufficienza del personale amministrativo". Secondo i calcoli di Via Arenula mancherebbero su tutto il territorio nazionale 8600 unità alle 44.100 previste dalle piante organiche ministeriali (-19,67%).
A Roma le cose non vanno meglio. Scrive il Ministro: "Il Tribunale di Roma allo stato ha una dotazione organica di 1199 unità di personale amministrativo di cui 836 dipendenti presenti. Si tratta di dati che possono non coincidere con quelli attinenti alla effettiva presenza in servizio, poichè non tengono conto delle assenze temporanee più o meno lunghe".

"Con dati di questo tipo anche tutta la questione delle ferie dei Magistrati si inserisce in una riflessione più ampia che riguarda la macchina della giustizia. Carenze di organico, tempi processuali lunghi, il processo telematico partito solo nel settore civile. Sono tanti i temi sul piatto" dichiara a L'Espresso Walter Verini che insieme alla collega Fabrizia Giuliani ha firmato l'interrogazione sui fondi destinati alle vittime di violenza auspicando che si possano trovare le risorse per coprire tutte le richieste di gratuito patrocinio affinchè alle belle parole corrispondano i fatti.

Sara Dellabella

Il Mattino
26 01 2015

di Anna Costanza Baldry

Femminicidio è una parola usata e conosciuta da molti anche "non addetti al settore". Diana Russell la coniò negli anni '90 ed è stata da allora ripresa e utilizzata anche dalle Nazioni Unite per intendere ogni uccisione di donne o bambine per motivi legati al loro genere. Se una donna viene uccisa in un agguato camorristico, non è femminicidio perché è stata uccisa non in quanto donna, ma è stata vittima di una crudeltà efferata che ha colpito secondo altre logiche. ...

Il Fatto Quotidiano
19 01 2015

La Regione Puglia per la prima volta si è costituita parte civile in un procedimento penale per femminicidio insieme al centro antiviolenza Safiya di Polignano a Mare e all’associazione Giraffa. Lo scorso novembre è cominciato il processo ad Antonio Colamonico accusato dell’uccisione di Bruna Bovino avvenuta il 12 dicembre 2013 in piccolo centro estetico a Mola di Bari. Ripetendo un copione purtroppo visto molte volte, una parte della stampa aveva offuscato il ricordo della vittima rispecchiando i pregiudizi culturali che nella società italiana come nelle altre, rimuovono la violenza di genere e colpevolizzano le vittime.

Grazie alla costituzione di parte civile della Regione Puglia e delle associazioni Safiya e Giraffa la realtà delle radici culturali della violenza di genere sarà affermata in maniera ancora più forte in un aula di tribunale e potrà sensibilizzare l’opinione pubblica e cambiarne la percezione nei confronti di questo crimine.

Trent’anni di impegno delle associazioni di donne sul tema della violenza di genere hanno dato risultati. Oggi la costituzione di parte civile da parte della Regione Puglia è prevista in un articolo della legge regionale contro la violenza di genere varata l’estate del 2014.

Il 13 gennaio scorso la Corte D’Assise ha accolto le richieste della Regione e delle due associazioni nonostante le opposizioni dei legali dell’imputato che non ritenevano femminicidio la morte di Bruna perché non era stato conseguenza di un’aggressione sessuale e perché sarebbe stato discriminatorio nei confronti degli uomini o di qualunque altro omicidio. Il pubblico ministero invece si era opposto solo alle richieste delle associazioni Safiya e Giraffa perché i loro interessi sarebbero stati tutelati dalla Regione.

Ma le motivazioni di Barbara Spinelli, avvocata del Foro di Bologna che tutela gli interessi del Centro Antiviolenza Safiya, hanno convinto i giudici. La legale ha spiegato che nel nostro ordinamento anche reati “neutri” come l’omicidio e le lesioni possono essere considerati forme di violenza sulle donne proprio perché inclusi nella definizione adottata dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013 e l’Associazione Safiya è portatrice di un danno diretto derivante dal femminicidio di Bruna Bovino perché oltre alla lesione del diritto alla vita della donna a cui è stata usata violenza diretta ad ucciderla, il femminicidio costituisce una profonda ferita per la società tutta. Nel momento in cui a una donna, nell’ambito di una relazione sentimentale, non viene riconosciuta la dignità di persona, ed in quanto tale viene fatta oggetto di violenza, fino alla morte, ricercando poi l’impunità per il delitto commesso, l’intera collettività è responsabile per l’eliminazione di quella cultura e di concezione distorta delle relazioni che ancora oggi minano l’autodeterminazione, la libertà e finanche la vita delle donne.

Safiya sta aiutando anche le famigliari di Bruna Bovino e sta sostenendo le spese legali e per questo ha chiesto la solidarietà delle cittadine e dei cittadini di Polignano a Mare, delle Istituzioni, dei Centri Antiviolenza della rete regionale e nazionale, delle associazioni di donne, di tutte e tutti coloro che vogliono sostenere la battaglia contro il femminicidio, perché venga ribadito il diritto alla libertà delle donne e si spazzi via l’arcaica convinzione che sia giustificabile l’uccisione di una donna che rivendica le sue scelte o che entra in conflitto con un uomo o con gli schemi imposti dalla società.

@Nadiesdaa

La violenza spiegata ai ragazzi

  • Mercoledì, 31 Dicembre 2014 09:55 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Angelo Cannatà, Il Fatto Quotidiano
31 dicembre 2014

Sentirla parlare è un piacere dell'anima. Si muove tra ricordi d'infanzia e serate con Pasolini e Moravia con una naturalezza che affascina. E' leggera. E profonda. Come i suoi testi. Dacia Maraini introduce i temi di fondo de "L'amore rubato": la violenza sulle donne, il femminicidio. ...

Si ribellò alla 'ndrangheta. Confermati i 4 ergastoli

  • Venerdì, 19 Dicembre 2014 09:27 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Stampa
19 12 2014

Di lei alla fine sono rimasti duemilaottocentododici frammenti ossei recuperati in un tombino alla periferia di Milano: strangolata e poi bruciata per aver rifiutato l'omertà mafiosa.

E ci sono voluti degli anni e la forza d'animo di sua figlia Denise perché i resti di Lea Garofalo e il suo gesto di libertà diventassero un simbolo della lotta alla mafia. ...

facebook