La vita che non CIE

di Stefano Pasta, Famiglia Cristiana
5 giugno 2012

Un bambino di cinque anni che si ostina a chiedere alla mamma dov'è finito papà e perché non torna più a casa. La rabbia di un ragazzo che vuole essere accanto alla donna che ama quando lo renderà padre. E il limbo di un uomo che da ex prigioniero si prende cura degli amici ancora dietro le sbarre, contando i giorni che mancano alla loro uscita. Sono le storie di Kabbour, Nizar e Abderrahim, protagonisti dei tre documentari “La vita che non CIE” prodotti da Fortress Europe e diretti da Alexandra D’Onofrio.

Sono le vite che stanno dietro alle statistiche della macchina delle espulsioni dei “clandestini”: per i Cie (Centri di identificazione ed espulsione) transitano ogni anno 11.000 persone delle quali circa 4.500 vengono poi effettivamente rimpatriate con la forza. Luoghi di detenzione, con sbarre alte sette metri e filo spinato, sorvegliati giorno e notte da militari e agenti, dove si finisce perché privi del permesso di soggiorno.

Lì si vive sospesi: nel 2011 la detenzione è stata prolungata da un massimo di sei a diciotto mesi. Il 60% dei detenuti non viene identificato né rimpatriato, ma rilasciato ugualmente senza documenti dopo diciotto mesi. Con un anno e mezzo di vita in meno. Nei tre corti, i numeri tornano ad essere uomini e donne in carne e ossa. Con una storia che va oltre il Cie, che ha un prima e un dopo, un dentro e un fuori la gabbia. Una storia che soprattutto annulla la distanza apparentemente incolmabile tra un “noi” e un “loro” con cui spesso si parla dei “clandestini”. Dipinti come diversi - addirittura “criminali” da quando, nel 2009, la mancanza di documenti è diventato un reato -,  si tratta invece di persone “normali”.

Come noi, ad esempio, vivono passioni ed amano. Così, in “L’amore ai tempi della Frontiera”, si scopre come dietro alla ribellione di Chinisia, a Trapani, ci fosse una storia d’amore: Nizar, giunto in Italia dopo le rivolte in Tunisia e rinchiuso in un Cie, aveva organizzato la protesta dei compagni di detenzione per scappare ed essere in sala parto accanto alla giovane olandese Winny al momento della nascita del loro figlio.

Si erano conosciuti in Grecia, dove lui lavorava come animatore e lei era in vacanza, e poi, per non separarsi, avevano vissuto insieme in Tunisia; allo scoppio della rivolta contro Ben Ali, lei, incinta, era rientrata in Europa in aereo: l’Italia era diventata il punto in cui rincontrarsi e Nizar aveva attraversato il Mediterraneo con un barcone. In “La fortuna mi salverà”, Abderrahim, badante in nero truffato dal datore di lavoro all’epoca della sanatoria del 2009, spiega come la clandestinità sia “una fregatura della vita”. Basta poco per diventare irregolare. Soprattutto in tempi di crisi economica: se perdi il lavoro e in sei mesi non trovi un contratto regolare, per la legge italiana sei “clandestino”. Abderrahim è stato cinque mesi e due giorni al Cie di Torino, una gabbia circondata da condomini. Centinaia di torinesi ogni mattina si affacciano dai loro balconi e maledicono il giorno in cui la prigione ha rovinato la reputazione del quartiere.

Abderrahim invece sui balconi ci sale per salutare dall'alto gli ex compagni di cella. E per loro cerca di fare il possibile: li intervista dai microfoni di una radio locale, porta del cibo e dei vestiti, comunica con i detenuti lanciando nella gabbia messaggi nascosti in palline da tennis. I racconti dì chi esce dal Cie parlano di soprusi, bagni otturati e luoghi fetidi. Non mancano i suicidi. L’ultimo l’8 marzo a Roma: Abdou Said, 25 anni, si è ammazzato dopo essere uscito dal Cie di Ponte Galeria, dove è stato per più di sei mesi. I suoi compagni di detenzione hanno avviato uno sciopero della fame poiché sostengono che Said sia stato percosso dagli agenti, costretto ad assumere psicofarmaci e per questo diventato “pazzo”.

“Le condizioni nelle quali sono detenuti molti migranti irregolari nei Cie sono molto spesso peggiori di quelle delle carceri”, “trattamenti degradanti e disumani”, si legge nel “Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattenimento per migranti” approvato a marzo dalla Commissione Diritti Umani del Senato. Il suo Presidente, il senatore Marcenaro, ha definito i Cie “una violazione della legalità”, luoghi in cui “le persone vengono private delle libertà personali, dove ragazzini spauriti vivono fianco a fianco con delinquenti incalliti, dove i migranti vengono tenuti in gabbie come animali, dove il tempo di totale inattività viene riempito solo dalla totale insicurezza”.

Sempre più spesso, poi, tra i detenuti vi sono padri e madri con bambini nati in Italia. È il caso di Kabbour, il protagonista di “Papà non torna più”, la storia più assurda dei tre corti di Alexandra D’Alfonso. Nel 1995, quando Kabbour ha 11 anni, con la madre e le sorelle raggiunge il padre in Abruzzo; è qui che studia, lavora, si sposa con una ragazza polacca, Bogusha, e ha un bambino. Ed è qui che vive fino a quando i carabinieri vanno a prenderlo a casa per espellerlo dall’Italia. Nel 2010, infatti, la prefettura di L’Aquila gli aveva rifiutato il rinnovo del permesso di soggiorno per “pericolosità sociale”, poiché nel 2006 era stato condannato per violazione del diritto d’autore (vendeva cd masterizzati) e, dieci anni prima, aveva rubato una tuta in un negozio di Avezzano.

Dopo alcuni mesi al Cie di Modena, un anno fa, Kabbour è stato rimpatriato in Marocco con in tasca un foglio di carta che in nome della legge italiana gli vieta di vivere con la sua famiglia. E come spiegare a Tareq, 5 anni, che non può vivere con suo padre? Così Bogusha decide di portarlo a Casablanca, per farli almeno stare un po’ insieme. Kabbour li porta in giro nel suo quartiere, dove ha passato l’infanzia, ma dove ora, dopo 16 anni, si sente straniero.

Tareq, che scoppia in lacrime prima di prendere l’aereo di ritorno, davanti alle telecamere, alla domanda come mai sia dovuto venire così lontano per vedere il papà, spiega giustamente: “Non lo so”. Queste sono le domande che rimangono senza risposta nella Fortezza Europa, di cui i Cie sono uno dei luoghi più emblematici. E le storie raccontate da “La vita che non CIE” sono quelle che stanno facendo la storia, “la storia - ricorda Gabriele del Grande, il fondatore di Fortress Europe - che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d'Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere”.
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