DIETRO LA CATTEDRA, SOTTO IL BANCO. IL CORPO A SCUOLA (2)

di Lea Melandri
20 dicembre 2011

2. Segnali di sottobanco


Sulla rivista “L’erba voglio” (n.8/9, nov.’72) un’insegnante di Villazzano, provincia di Trento, a cui avevo chiesto di sviluppare il problema della sessualità infantile nel rapporto istituzionale, mi scriveva: 
“Non si è mai toccato questo argomento, non si è mai parlato delle esigenze sessuali che il bambino rivelava in classe, delle richieste da loro avanzate, se non nei termini della informazione sessuale (…)
A volte veniva riferito qualche episodio particolarmente vivace, ma lo si relegava al rango di aneddoto o barzelletta, senza mai aprire, partendo da esso, un discorso, forse perché non eravamo preparati a farlo, forse perché affrontare il problema della sessualità infantile avrebbe potuto scatenare in noi, adulti, conflitti ed evocare quei fantasmi che la nostra educazione ha esorcizzato o tenta di esorcizzare (…) Eppure credo che, se ne avessimo parlato, sarebbero venuti a galla episodi spia di tutta una attività sessuale - impulsi, aspirazioni, richieste - sepolta sotto i banchi”.

La conferma alle osservazioni di Liliana De Venuto l’ho avuta poco dopo da una discussione coi miei alunni, nella scuola media di Melegnano, pubblicata sullo stesso numero della rivista.

“Marco. Io, quando vado al cinema, mica vado a vedere quelli di cowboy, vado a vedere quelli di donne nude, eh! eh! (risatina maliziosa)
Insegnante. E pensi che gli altri non lo facciano? Il Peppino, per esempio…
Marco. Orco giuda se lo fanno! E quando le vedono si sparano pure le robe che so io.
Peppino. Non è mica vero!
Marco. Anche in classe portiamo giornali di donne nude. Ci guardiamo per imparare, perché se uno va a letto con una ragazza e non sa quello che fa, lo prendono per finocchio. A scuola i giornali qualcuno li porta anche per farsi ammirare dagli altri. Che lui sa già tutte queste cose qui…
(…)
Franco. I ragazzi che vengono a scuola e non sanno niente, non hanno visto niente, quando vedono quei Giornaletti di donne nude, si riproducono sulle ragazze, le toccano, gli saltano addosso, gli fanno tutti gli Scherzi che vogliono…(si interrompe perché le ragazze protestano)
Lucia. Vorrei sapere come mai questi giornaletti interessano soprattutto i maschi e poco alle femmine.
Marco. Se ci fossero degli uomini nudi, vedrai che si interesserebbero anche le donne!
Walter. Le ragazze non guardano i giornalini perché, se guardano i giornalini di donne nude, certi ragazzi che le vedono pensano che sono lesbiche, perché guardano la loro stessa figura nuda.
Franco. Io dico che fanno così anche perché le hanno abituate male, non gli hanno dato la libertà che abbiamo noi. Verso i sette otto anni, noi abbiamo la libertà di andare in giro, di fare quello che vogliamo, mentre le ragazze sono tenute in casa.
(…)
Enzo. Le madri le femmine le tengono in casa, perché anche loro quando sono grandi diventano madri, devono fare certi lavori, maglie, così…e le madri dicono che, tenendo in casa le femmine, le bambine, dicono che sia un aiuto in più, che le aiutano a fare i lavori domestici, scopare, far da mangiare…
(…)
Marco. Mio padre e mia madre non mi dicono niente, anzi ho anche la raccolta dei giornalini di donne nude. Vorrei dire un’altra cosa: ormai anche i bambini piccoli sanno queste cose, perché le vedono nei negozi, nelle Farmacie…
Walter. Io non sono d’accordo con Enzo. Lui dice che le ragazze devono stare a casa a fare la calza, non è giusto. Ormai dobbiamo cambiare mentalità. Anche le ragazze devono uscire come noi, essere libere come noi, lavorare come noi.
(…)
Marco. Io non sono d’accordo con Walter, perché, se no, chi sta a casa a farci da mangiare e a pulire?
Lucia. Io faccio un’altra domanda ai maschi. Come mai i maschi hanno il vizio di saltare addosso alle bambine?
Enzo. Saltano addosso alle ragazze perché i maschi con questi gesti vogliono fargli capire che gli vogliono bene…Ciao! (fa gesti di affetto rivolgendosi verso le ragazze).
Marco. Noi vediamo questi giornalini e ci facciamo focosi. Allora, per tirarci via questo focoso, saltiamo addosso alle ragazze e ci sfoghiamo. Vorrei fare una domanda a loro: perché le ragazze, quando noi gli saltiamo addosso, non ci stanno mai?
Insegnante. Forse perché la sentono come una violenza…
Enzo. Forse…Invece di saltargli addosso, bisogna dargli i baci. Allora capiscono, dopo! (tutti ridono)
(…)
Lucia. Qualcuno ha detto che, se le bambine ci stessero, sarebbe diverso e i maschi dopo le lascerebbero stare. Io, invece, non sono d’accordo, perché, se una bambina ci sta, lui dopo la prende per una…non per bene…e questo non mi va.
Maria. Per i ragazzi è tutto diverso, anche se vanno insieme a una ragazza più volte, insieme a un’altra… E così, non gli dicono niente; invece, appena una ragazza la vedono insieme a un ragazzo, ne parlano subito male.
Walter. Se una ragazza va insieme a un ragazzo, dopo i ragazzi le dicono che è una mignotta, che è figlia di…di una di strada. Per me non è giusto.
Lucia. I maschi, quando tu gli fai qualcosa, la prima cosa che ti dicono è: oh, le femmine sono tutte prostitute, non sanno niente! Ma perché non si guardano un po’ loro?
Enzo. Io vorrei dire che questo rapporto non va bene, tra ragazzi e ragazze.

Seguiva, a commento del dialogo della classe, una mia riflessione su quei “segnali di sottobanco” che la scuola ignora o finge di ignorare.

“Il ‘focoso’ si aggira tra i banchi della scuola sempre meno clandestinamente. I nuovi manuali dell’erotismo, giornaletti sexy e fotoromanzi, sostituiscono le pesanti antologie della buona letteratura nazionale, i disegni porno vengono preferiti alla classica casetta con pino. L’insegnante, ginnasticando dentro la sua cattedra, come in una veste monacale, percepisce qualcosa, si turba, e dimentica. Gli resta solo il dubbio: cosa fanno gli altri ventotto quando io e quell’alunno zelante del primo banco parliamo dell’imperialismo?
Di che cosa si occupano con tanta frenesia le loro mani e le loro teste, quando io mi lamento della loro pigrizia? Il focoso c’è, ma nessuno sembra dargli spazio…
Il ’68, in uno dei rari momenti di creatività che tutti si affrettano a seppellire, aveva scoperto che non poteva esserci rivoluzione affidandosi soltanto alle idee e all’impegno volontaristico, che la voglia di lottare era prima di tutto voglia di scuotersi dalla paralisi che le istituzioni avevano prodotto sul nostro corpo e sulla nostra immaginazione.          
(…)
Rinnegato dalla famiglia e cacciato dalle chiese di ogni specie, solo nella scuola, specie quella primaria, il sesso sembra trovare il suo degno riconoscimento. Anche se costretto a circolare in condizione di semi-clandestinità, non c’è dubbio che sotto i banchi esso trova il suo momento più alto di socializzazione.
Quando si riesce a portare allo scoperto tutta questa vitalità sotterranea, attraverso discorsi, disegni, ecc., si verifica quello che ogni insegnante deve aver fantasticato almeno una volta all’inizio della sua carriera: grande interesse da parte di tutti.
(…)
Il materiale che viene fuori in questi momenti un po’ eccezionali non ha bisogno di commento, come il testo che precede, registrato durante una discussione in una seconda media. Vi si possono fare sopra le considerazioni più ovvie: sul conformismo morale dell’adolescente, che ha già fatto propria la proibizione e la condanna del sesso attraverso la famiglia, gli oratori e tutte le istituzioni del perbenismo; sulla incapacità dei due sessi di porsi in un rapporto diretto tra di loro, per cui i maschi guardano le donne dei giornalini e le ragazze parlano di ragazzi che non si occupano di loro (amori non ricambiati, non dichiarati).
Ci sono inoltre già abbozzati tutti i termini della questione femminile. Chi pensa che la femmina sia destinata alla casa e alla maternità, e quelli che vorrebbero la donna liberata da questi compiti tradizionali”.
                 
I segnali di sottobanco - quelli che vengono dai banchi di scuola, quelli che arrivano “in confidenza” alla rubrica di una “posta del cuore”, ma anche quelli che salgono come elementi disturbatori dalle zone inesplorate di noi stessi - hanno una caratteristica che contribuisce a mantenerli uguali nel tempo e quasi inattaccabili: vogliono restare nascosti e, nello stesso tempo, essere snidati. Ciò nonostante, a partire dalla fine degli anni ’60, dalla “pratica non autoritaria” nella scuola e da una coscienza femminile particolarmente attenta alle problematiche del corpo (sessualità, maternità, vita affettiva, storia personale), viste all’interno del rapporto uomo-donna, ha preso avvio un processo di conoscenza e pratica di nuovi rapporti, che ci mette oggi in condizione di dare al termine “educazione sessuale” significati, suggerimenti diversi o più complessi.

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