LA DIAGNOSI DI TOSSICODIPENDENZA TRA CLINICA E DIRITTO

di Francesco Sanò
13 marzo 2012

Su tutto lo scibile nosografico, così come viene codificato nella letteratura specialistica, la diagnosi di tossicodipendenza vanta un discutibile primato: quello di rappresentare l’unica malattia che di per sé costituisce un reato.
A differenza di altri quadri diagnostici, dove il rapporto tra malattia e reato si configura in termini di correlazione, la cui verifica è soggetta a procedure empiriche a posteriori (alla diagnosi di disturbo antisociale di personalità, per esempio, di fatto si può riconoscere una elevata correlazione con episodi criminosi) nella tossicodipendenza tra malattia e reato esiste un rapporto di identità diretta stabilita a priori dalle norme giuridiche:
laddove infatti tra i criteri diagnostici è necessariamente incluso l’utilizzo di sostanze illegali, tale utilizzo si traduce tautologicamente in una infrazione della legge.

Ovviamente diverse modalità di utilizzo delle sostanze corrispondono a diverse declinazioni, sia sul versante clinico che sul versante giuridico, del medesimo principio generale di corrispondenza tra definizioni diagnostiche e legali.
Sul versante clinico si registra una prima fondamentale distinzione tra condotta di abuso e conclamata dipendenza, caratterizzata da una vasta serie di sintomi anche fisici, tra cui per esempio la tolleranza e l’astinenza. Esistono poi svariati disturbi indotti dall’uso di sostanze anche occasionale, quale per esempio l’intossicazione.

Sul versante giuridico invece occorre innanzitutto distinguere da una parte quei comportamenti che integrano soltanto  illeciti amministrativi ai sensi dell’art. 75 del D.P.R. 309/90 (il Testo Unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e  delle sostanze psicotrope) e che sono sostanzialmente riconducibili all’acquisto e alla detenzione di sostanze stupefacenti; d’altra parte le condotte che costituiscono un reato penale vero e proprio ai sensi dell’art. 73 del D.P.R. 309/90 ovvero la coltivazione, il trasporto e  il commercio o comunque la cessione di sostanze stupefacenti. Va detto che in giurisprudenza tale distinzione non è così netta e viene valutata dal giudice caso per caso, non essendo sufficiente il principio meramente quantitativo della cosiddetta “modica quantità”.

In ogni caso, l’esito ultimo dell’applicazione di tali norme è che negli istituti penali italiani, da quando è stato introdotto il Testo Unico sopra citato, la presenza di detenuti tossicodipendenti ha iniziato a costituire una percentuale significativa. Per quanto non sia semplice reperire dati univoci in merito a tale situazione, giacché a ulteriore conferma della sovrapposizione tra categorie cliniche e giuridiche sulla definizione di tossicodipendenza, anche per la produzione di statistiche si intrecciano competenze afferenti al Ministero della Giustizia e a quello della Sanità, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha stimato tale percentuale negli anni tra il 1990 e il 2004 intorno al trenta per cento. Sulla popolazione carceraria odierna di oltre 67.000 detenuti, tale percentuale equivarrebbe a circa 20.000 persone.

E’ dunque soprattutto in fase di esecuzione penale che la confluenza di criteri clinici e giuridici per la definizione della tossicodipendenza cessa di essere un problema esclusivamente epistemologico e manifesta una evidente rilevanza pratica. Da questo punto di vista già il momento della formulazione diagnostica costituisce un primo passaggio non privo di ambiguità: per avere accesso al trattamento terapeutico necessario ed alle rispettive misure alternative previste dall’ordinamento penitenziario, il detenuto che dichiari di fare uso di sostanze stupefacenti deve essere soggetto a una certificazione medico legale che ne attesti le condizioni di effettiva tossicodipendenza. La procedura per emettere tale certificazione è contemplata dal D.M. 186/90 e prevede criteri che sono assolutamente difformi dai criteri clinici per la diagnosi di tossicodipendenza.

Gli accertamenti elencati nel succitato decreto ministeriale innanzitutto non includono un limite temporale entro cui considerare la dipendenza, e prevedono invece riscontri oggettivi quali esiti di esami tossicologici positivi oppure verifiche documentali di trattamenti terapeutici pregressi. Differenziandosi in tal modo dai criteri clinici non consentono di effettuare diagnosi differenziali all’interno dei vari disturbi collegati all’uso di sostanze: è così possibile in linea teorica per esempio che un consumatore del tutto occasionale possa ottenere la certificazione legale di tossicodipendenza perché avendo fatto uso di sostanze appena prima di un controllo medico risulti positivo all’esame; mentre un paziente realmente affetto da tossicodipendenza ma da tempo in stato di remissione, magari proprio a causa dell’esperienza detentiva, non sia in grado di dimostrare nessuno dei requisiti previsti dal decreto ministeriale.

Un ulteriore problema successivo alla certificazione è invece rappresentato dalla formulazione di programmi terapeutici ai sensi dell’art. 94 del D.P.R. 309/90. Tale norma prevede che i detenuti con certificazione di tossicodipendenza, con un residuo di pena non superiore ai sei anni, possano essere affidati in prova al servizio sociale per intraprendere o continuare un programma terapeutico. Di fatto, i programmi terapeutici possono essere di vario tipo (residenziali, semiresidenziali, ambulatoriali) ed includere vari tipi di trattamento (farmacologico, psicoterapeutico, riabilitativo). La scelta del tipo di programma viene concordata tra il paziente e la struttura curante, pubblica o privata ed eventualmente approvata dalla Magistratura di Sorveglianza. Può accadere tuttavia che indipendentemente dall’approvazione, il magistrato entri nel merito della scelta del programma terapeutico indicando sulla base di valutazioni giuridiche quello ritenuto più idoneo per il  detenuto.

Anche in questo caso possono prodursi risultati imprevisti, giacché esigenze di sicurezza e bisogni clinici non sempre coincidono: esistono pazienti che inseriti in un programma troppo rigido chiedono di rientrare in carcere perché non ne ricavano alcun giovamento terapeutico, così come ne esistono altri che sarebbero in grado di ottenere ottimi risultati da un programma più flessibile che però gli viene negato non in base al tipo di disturbo di cui soffrono ma in base al tipo di pena che stanno scontando.

In definitiva, il trattamento del detenuto tossicodipendente sembra riprendere ed anzi amplificare un’ambiguità soggiacente al concetto stesso di pena, alla cui finalità rieducativa costituzionale si sovrappone un arbitrario carico afflittivo apparentemente motivato da ragioni di carattere retributivo, ma in realtà controproducente sia dal punto di vista della prevenzione della recidiva che dal punto di vista della salute fisica e psichica dei detenuti.
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