Dei diversi modi in cui si declina la lotta contro la violenza sulle donne

20 novembre 2013

Scrive una commentatrice sotto il mio ultimo post su Il Fatto Quotidiano:
“Tutto continua e non cambia mai niente. Almeno fin quando (non si inizierà) a rifiutare certi stereotipi, a non riconoscersi nelle immagini che ci vengono proposte (come quella della "vittima" "bisognosa di protezione").
L’autodeterminazione fa quasi più paura alle donne stesse che agli uomini. E’ così, per conformismo, per il timore di sentirsi diversi o giudicati, si accetta il pensiero comune, dando per scontato ciò che non lo è affatto (per esempio che bisogna essere “famiglia”, per essere felici o che in quanto donna, hai bisogno di un “protettore” eccetera)."

Parto da qui, segnalandovi anche il post di Mila Spicola che pubblica un articolo al giorno basandosi su questi presupposti:
“Nella settimana precedente il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ho deciso di postare una immagine femminile positiva al giorno, nessuna donna pestata, messa in un angolo, picchiata. Perchè è una narrazione che alimenta uno stereotipo di debolezza femminile, falsata in concetti di debolezza e forza fisica, che travasano subito in debolezze o forze di comportamento, da proteggere e tutelare, o recintare, al quale mi oppongo fermamente. Scelgo esempi di autodeterminazione, di libertà, di forza, di positività, anche di negatività, perchè no. Ma libera. Se gli uomini, l’opinione pubblica, la narrazione corrente,  hanno la forza di reggerla, l’autodeterminazione delle donne bene, se no il problema è loro. Fuori dagli schemi, fuori dagli stereotipi, lontane dalla violenza. E anche uno stereotipo lo è.”

In alcuni luoghi, Giusy mi parla di Firenze, per esempio si eviterà di parlare di fragilità delle vittime. Si comprenderanno nella narrazione le vittime prostitute, trans, lesbiche.

Poi c’è chi mette in discussione la faccenda dello Sciopero delle Donne (se ne era parlato anche qui) che se finisce per essere il carro sul quale si muovono parole d’ordine che troppo ragionano di lavoro di cura rischia di fare da megafono alla narrazione dominante in stile Cgil, Pd, per quanto l’iniziativa parta da donne che stimo e non ve ne sia alcuna intenzione.

Ma è un racconto ricorrente quello che a partire dalla viceministra Guerra parla di costi economici della violenza sulle donne intendendo che le donne smettono di essere “risorse” nel momento in cui vengono uccise. Risorse per chi? Per lo Stato, per il mercato, per il welfare familistico familiare. Dunque le donne devono essere tenute in vita in quanto mogli, madri, dedite al ruolo di cura e dato che decreti e ragionamenti vari si riferiscono soltanto a quella tipologia di vittime, senza fare attenzione a distinguere sulle cause come invece fa Bollettino di Guerra, ché se non fai attenzione alle cause si vede che vuoi fare solo marketing e nulla più, lo sciopero io non capisco a chi esattamente sia rivolto, contro quale datore di lavoro?
Il marito? Lo Stato? Del tipo: se mi picchi i piatti te li lavi tu? Oggi ad accompagnare il bimbo a scuola non ci vado? Smetto di fare la precaria per un giorno, di mandare curriculum e rispondere ad annunci di lavoro? Di che realtà parliamo se non si pone l’accento sul fatto che le donne devono essere economicamente indipendenti fuori dai ruoli assegnati per tenere in vita il welfare? Di che sciopero parliamo con un sindacato che parla il linguaggio della flessibilità e della conciliazione lavoro/famiglia lasciandoci intendere che la precarietà possa addirittura essere un vantaggio per meglio valorizzare la nostra biologica differenza?

Per muoverci al di fuori dalla prospettiva istituzional/borghese di quelle che sono state definite ancelle del neoliberismo è mia opinione si debba spostare il discorso altrove. Io esigo diritti, reddito e casa, perché sono persona e non perché sono una potenziale vittima di violenza, perché anche questo diventa un ragionamento funzionale a logiche che tendono a separare istanze di tutte quelle realtà militanti e movimentiste che in questo momento assediano palazzi del potere e delegittimano il ruolo che gli stessi sindacati istituzionali hanno.
Diventa il modo per appropriarsi di parole d’ordine e normalizzarle per continuare con le prove tecniche di anestesia delle precarie.

E per mio conto io penso alle donne che oggi (ieri, ndr) saranno a fare #sollevazione #NoTav chiedendo #reddito e #casa a Roma e ovunque. Basti sapere che se quelle donne in piazza e sui media provano ad esprimere parere diverso rispetto ai poteri che poi dicono di volerle “tutelare” vengono insultate, offese, mediaticamente pestate. Perché se non fai la brava vittima funzionale a chi ti controlla e domina sei solo una criminale. Di che violenza sulle donne parliamo allora?

L’ultima riflessione vorrei dedicarla alla costante richiesta di patriarcato buono che ci tuteli e ci protegga. Il tam tam “più uomini” nella discussione sulla violenza sulle donne non fa che sollecitare paternalismi che temono la mia autodeterminazione e partoriscono soltanto schemi autoritari che mi privano della possibilità di scegliere se denunciare o meno, cosa fare del mio corpo oppure no. A me non serve il patriarcato per tirarmi fuori dai guai. Io scelgo e mi salvo da sola. Le persone tutte, senza che portino in se’ uno stigma di colpa, hanno il dovere di rispettare la mia autodeterminazione e casomai supportare la richiesta dei soggetti, di me in quanto soggetto, quando esigo strumenti che mi diano la possibilità di essere autonoma. Senza riconoscimento dei soggetti non c’è rispetto per l’autodeterminazione e senza questo tutto quello che si riproduce è uno schema autoritario che vittimizza per assumere controllo e potere, ancora una volta, sulla mia vita e sul mio corpo.

In questo senso trovo l’appello dei giocatori di Rugby contro il femminicidio molto paternalista.

Cosa vuol dire “I veri uomini rispettano le donne e usano le mani per accoglierle e proteggerle"?

Un po’ lo dicevo in un post in cui appunto analizzavo le campagne degli uomini che parlano di violenza, dove la gara è sempre a chi ce l’ha più lungo. Uomini veri, uomini falsi, tutto in machista-mode. Dopodiché sarebbe utile dire che le donne che hanno una chiara dimensione del problema, che non trattano di violenza in quanto brand, ma lavorano sugli stereotipi non sono affatto felici di questo continuo reclamare paternalismo e dell’offerta di “protezione” che ci viene fatta.

Io voglio vivere indipendentemente da una guardia appresso. Anzi. La guardia non la voglio proprio perché se smetto di essergli grata e voglio fare quello che mi pare finisce che mi mena. Quelli che menano, in fondo, non sono anche un po’ guardie del mio corpo e delle mie scelte? E se non abbiamo capito questa cosa di che stiamo parlando?
#IoMiSalvoDaSola, questo dovrebbe, secondo me, essere l’hashtag costante delle nostre vite. Aggiungo un #NonMiServeProtezione perché anche basta svolgere il problema in una costante esigenza di securitarismi e repressione.

Segnalo, alcuni ragionamenti un minimo più complessi: quello delle Coordinamenta romane che ribadiscono che “il femminismo è rompere la legalità in cui ci vogliono imbrigliare” accanto alle compagne e compagni del Rimake/Communia di Milano che svolgeranno il loro 25 novembre all’insegna di un “No alla strumentalizzazione dei corpi, agli abusi della polizia, all’accanimento e alla criminalizzazione mediatica, al sessismo nelle lotte, NoTav“. Poi anche una diversa e più proletaria declinazione dello sciopero delle donne delle donne dell’Mfpr.

Dopodiché spero di vedere in giro più transputafemminismoqueer. Ci serve come l’aria, per sfuggire alla narrazione normativa dominante. Senza generalizzare mai, perché le donne sono tante e diverse e non possono essere accomunate da un sentire comune.

Ultima modifica il Sabato, 23 Novembre 2013 15:03
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