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Londra, prime inchieste penali contro la mutilazione femminile

Corriere della Sera
10 02 2014

Ventimila rischiano (ma c’è chi parla di almeno il doppio), ogni estate, il viaggio della mutilazione. E poi ci sono le cliniche clandestine, a Londra, Birmingham, Bristol. Ovunque vi sia una minoranza etnica

di Fabio Cavalera


L’immagine simbolica della campagna Guardian contro le Mgf è stata realizzata dal centro di ricerca Fabrica: un rasoio tagliato in mille pezzi perché non possa più ferire.

La sfida è cominciata: signor ministro della Scuola e dell’Istruzione ci aiuti a rompere il muro della vergogna e dell’omertà. Tutti lo sanno che nella multietnica settima potenza al mondo ci sono, stime della polizia, delle associazioni mediche e del volontariato, 66 mila donne vittime di mutilazioni genitali e che 20 mila, ogni anno, sono a rischio. Già. Tutti lo sanno però nessuno mai è stato arrestato, mai un processo per quello che dal 1985 secondo la legge britannica è un reato da 14 anni di galera. Una barbarie dimenticata e nascosta.

Ha 17 anni, Fahma Mohamed. Viene dalla Somalia, che ha lasciato quando ne aveva sette, con il papà, la mamma e otto fratelli, per sbarcare nel Regno Unito. È una studentessa delle superiori a Bristol. Il velo le copre i capelli. «Cominciai a sentire parlare delle mutilazioni genitali che ero davvero piccola e ne rimasi terrorizzata». Oggi Fahma rompe il tabù, si lascia fotografare dal Guardian in prima pagina col suo bel volto e il suo sorriso, per diventare la testimonial coraggiosa di una campagna che ha l’obiettivo di liberare le bambine e le adolescenti di famiglie africane, mediorientali e asiatiche, emigrate e residenti in Gran Bretagna, dall’incubo di una violenza feroce sul loro corpo, definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità «procedura per la rimozione parziale o totale dei genitali femminili per ragioni non mediche».

Fahma scrive al ministro conservatore, Michael Gove, per dargli la sveglia. Possibile che l’Occidente sviluppato e maturo resti indifferente all’orrore di una discriminazione fisica, culturale e di genere esportata dalle regioni più povere dove ancora per ignoranza sopravvive la tradizione primitiva di consegnare una giovane «immacolata» al futuro sposo imponendole la mutilazione? Possibile che nelle scuole dell’Occidente e della civilissima Gran Bretagna il silenzio circondi un atto così feroce? «Bisogna fare qualcosa, bisogna fare di più» sollecita e implora Fahma. E non è l’unica. Come lei, col velo, nella City Academy di Bristol tante ragazze stanno alzando la voce. Hanno fondato la Defence Female League, la Lega per la difesa delle donne, tolleranza zero con chi pratica l’infibulazione. E rendono pubblico ciò che è clandestino. L’omertà si infrange. «Ma le istituzioni devono aiutare».

Nel globo, indicano le Nazioni Unite, sono fra i 100 e i 140 milioni le donne vittime di una atrocità che può portare dolore, ferite, infezioni e anche morte. In sette paesi lo sono quasi tutte le bambine e le adolescenti: il Mali, l’Eritrea, la Repubblica di Gibuti, la Sierra Leone, l’Egitto, la Guinea. E la Somalia (con la spaventosa percentuale del 97,9) di Fahma. All’unanimità l’assemblea generale dell’Onu nel 2012 votò per l’eliminazione della mutilazione genitale. Eppure poco è cambiato. E l’Europa scopre di avere la vergogna in casa .

«No, non credevo proprio che potesse accadere anche qui nel Regno Unito», si è confidata la ragazza somala. I numeri sono impressionanti. Accade che nella «cutting season», la stagione del «taglio», in estate, migliaia di bambine e di giovani donne figlie di emigrati partano per i Paesi d’origine con il pretesto delle vacanze. In realtà sono costrette dalle famiglie perché è il periodo di chiusura delle scuole e hanno quindi il tempo «di recuperare dal trauma» e di eliminare dagli occhi i segni della sofferenza. Ventimila rischiano (ma c’è chi parla di almeno il doppio), ogni estate, il viaggio della mutilazione. E poi ci sono le cliniche clandestine, a Londra, Birmingham, Bristol. Ovunque vi sia una minoranza etnica residente, rivela al Guardian Sarah McCulloch di una organizzazione non governativa, «è un problema gravissimo e nessuno parla, nessuno informa, nessuno si muove». Poche decine di denunce (69 a Londra nel 2013) e non un caso che dalla legge del 1985 sia finito in tribunale. Adesso il Crown Prosecution Office, l’ufficio della pubblica accusa, sta esaminando dieci casi. Si promette che finalmente assisteremo al primo processo. Scotland Yard ha istituito un gruppo speciale. E il governo ha dato istruzione affinché i medici siano obbligati a segnalare le pazienti sottoposte alla violenza della mutilazione. Il passo decisivo è delle giovani che parlano e raccontano, mettendosi alle spalle le complicità di clan.

Fahma chiama in causa il ministro dell’Istruzione e dà il suo volto alla prima pagina del Guardian per sensibilizzare il Regno Unito e il mondo. Anche Manika, 25enne del Gambia, si confida. Vive in Scozia. Aveva 8 anni e subì la barbarie. «Ne porto con me le conseguenze fisiche e psicologiche, non riesco a fare sesso». Sono brecce storiche per provare a cancellare quella che un altro quotidiano, il Times , non esita a definire nell’apertura del giornale «la vergogna del Regno Unito» .

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