IL CORPO DELL'OCCUPAZIONE

di JoAnn Wypijewski, The Nation, Stati Uniti (Internazionale)
7 novembre 2011

Durante l’occupazione di Zuccotti park i preservativi sono stati disponibili quasi dall’inizio. Come i poncho per la pioggia, l’acqua da bere, il cibo, i cartoni, le coperte, i teloni e l’indicazione dei negozi disposti a lasciar usare i loro gabinetti: i preservativi facevano parte del kit di sopravvivenza di base. I libri sono arrivati dopo. Nick at Night, la postazione dove andare a rollare le sigarette, è stata probabilmente creata contemporanea­mente. “C’è movimento nel movimento”, mi dice un ragazzo con una strizzatina d’occhio, ed è un po’ come dire: “C’è da mangiare nel movimento”. Ha messo gli occhi su un altro ragazzo, ma qualcun altro gli si è avvicinato prima di lui. Pazienza, ci saranno altre occasioni per mangiare qualcosa di buono.

Questa non è una rivoluzione sessuale, almeno dall’impressione che ho avuto in due posti molto diversi, New York e Nashville, in Tennessee. A Occupy Nashville un uomo si è alzato in piedi durante l’assemblea generale per dire: “Non si dovrebbe fare sesso qui! Sul serio”. Nessuno ha replicato, e alle donne accampate in Legislative plaza sono stati dati dei fischietti da tenere al collo quando dormono. Tuttavia è un movimento profondamente corporeo. Nonostante la sua familiarità con la tecnologia, in una società organizzata per essere alienante ha fatto del contatto umano la sua spada e il suo scudo.

“Se facciamo i conti”, sostiene David, un ragazzo a Zuccotti park, “uno studente universitario in media ha passato due anni della sua vita a giocare ai videogiochi”. David ha letto uno studio su questo, ma lo ha anche sperimentato sulla sua pelle color caffè scuro. Ha ventun anni e gli sembra del tutto plausibile aver passato il 10 per cento della sua vita in un solitario combattimento elettronico. Si era confuso tra la folla della ribattezzata Liberty square con una macchina fotografica, ma la mette da parte e si siede a parlare con la mia amica Prerna e con me per due ore. Gli chiedo cosa aveva prodotto in lui tutto quel giocare. L’astrazione dalla real­tà, mi risponde.

Sono tutti euforici solo a sentire, parlare, premere contro la spalla di qualcun altro, ascoltare la loro voce che fa eco a quella degli altri: “Noi… noi… noi…”. Forse è per questo che il freddo, la pioggia e le relative privazioni non sono un problema per questi manifestanti relativamente privilegiati. Erano affamati di un momento di vera emozione. Un ragazzo magro e biondo che arrotola sigarette non dorme da giorni, ma gestisce Nick at Night, dove la gente va per una sigaretta e parla tutta la notte. In un angolo lontano del parco, i tamburi battono e le ragazze volteggiano in sottili abiti di seta. Lo fanno da ore. Potrebbero andare avanti tutto il giorno se non ci fosse la regola che dopo una certa ora è vietato fare rumore. Frena il tuo cinismo, mi dico alla mia seconda visita al parco. Sono ubriachi d’amore, perciò amano.

Era dai tempi di Act Up e delle sue battaglie contro l’aids che il corpo non era al centro di un movimento di resistenza negli Stati Uniti. Il corpo in movimento e nel bisogno. Un corpo per cui il lavoro è contingente, e la vita è precaria. Uomini, donne, transessuali senza lavoro che rifiutano la loro condizione di licenziati semplicemente fermando con i loro corpi il normale corso delle cose. Quelli che vorrebbero delle “richieste” dovrebbero solo guardare perché, come il movimento femminista degli anni settanta e la rete di solidarietà per i malati di aids degli anni ottanta, Occupy Wall street e tutte le altre iniziative che ha ispirato incarnano direttamente le loro richieste. “Sta per piovere!”, annuncia un giovane durante un’assemblea a New York. “Chi vuole un poncho, alzi la mano. Ora li distribuiamo”. Un uomo che indossa una calzamaglia e un mantello di lamé dorato con decorazioni d’argento lucido attorno al collo salta in mezzo alla folla con una grande scatola di impermeabili con il cappuccio. In pochi secondi, quando comincia a piovere, sono tutti già coperti.

Un paio di settimane dopo, a Occupy Nashville incontro una ragazza appena tornata da New York. Era la prima volta che ci andava. Era arrivata senza niente, senza un piano né i soldi per un albergo, dormiva nel parco con un materassino e una coperta, in compagnia di persone che non aveva mai visto prima, sotto la vigilanza notturna di sentinelle riconoscibili da una striscia di nastro adesivo rosa, tra la cucina, dove avrebbe mangiato il giorno dopo, e l’infermeria, dove i paramedici con una croce di nastro adesivo rosso dispensavano medicinali comuni e consigli per evitare l’ipotermia. Cosa vuole questa gente? Un mondo in cui poter vivere. Hanno bisogno di meno coraggio degli studenti che organizzavano i sit-in nel sud negli anni sessanta. Ma, dimostrando un’umanità comune e rifiutando fisicamente la cultura della violenza e della paura, si confermano i loro eredi diretti.

Durante una delle prime assemblee di New York una donna di nome Monica ha detto: “Creiamo una città / dentro la città / per mostrare alla città / come la città può essere”. È un bel sentimento, sostanzialmente vero, che per un movimento significa molto. Ma come fatto materiale, vivere in strada, anche se collettivamente, non è un’utopia, è una luce accesa nella distopia. Nashville sottolinea questo. La ritualizzazione della mancanza di un tetto fa risaltare la realtà. Almeno la metà delle persone accampate qui non ha un’altra casa, molti sono giovani in difficoltà in una città povera il cui centro non nasconde questa vergogna nazionale. A Legislative plaza “assistenza” significa offrire non solo qualcosa da mangiare e generi di conforto, ma anche attenzione a persone che di solito sono invisibili anche quando qualcuno le vede. Significa la disponibilità di chi sta peggio a impegnarsi per una causa comune. Non è una cosa facile.

Occupy Nashville non ha aggiunto la questione dei senzatetto alla sua lista di rivendicazioni. “Sarebbe un problema semplice da risolvere: basterebbe cacciarci via”, mi dice Christopher, 24 anni, con sei anni di vita sul marciapiede, e ancora non del tutto coinvolto nel movimento. Il progetto, invece, ha creato una struttura e uno spazio perché i gruppi possano incontrarsi, parlare e pensare di nuovo, riscoprire la loro umanità nella pratica della democrazia. Non è sentimentalismo. È una speciale forma di grazia. Trent’anni fa a New York un corpo umano esposto agli agenti atmosferici era sconvolgente. Oggi a Liberty square è simbolico. A Nashville è quello che è, e Occupy Nashville ci mostra la sofferenza che provoca questa ingiustizia e il prezzo che molti pagano per il nostro silenzio.

Un anno fa il costume di Halloween più popolare era quello del morto vivente, lo zombie, il vampiro. Quest’anno la maschera più venduta su Amazon è l’angelo vendicatore, l’immagine ghignante del Guy Fawkes di V per vendetta. In qualche modo questi segnali della cultura popolare dimostrano che lo spirito del tempo è cambiato. Il movimento non si batte contro gli orrori che definiscono gli Stati Uniti: la normalizzazione della tortura, le detenzioni senza processo, gli omicidi con i droni, la sofferenza di un corpo come fonte di gioia per il pubblico. Ma questi affronti all’integrità fisica fanno parte dell’iconografia del movimento. Questo Guy Fawkes stilizzato, che rappresenta l’insurrezione più dell’orribile esecuzione del vero Fawkes nell’Inghilterra del seicento, salta fuori in ogni città occupata e in ogni marcia, nelle enormi assemblee di New York e in quelle più piccole di Nashville. Forse dimostra solo la capacità di assorbimento dei simboli del capitalismo. Ma quel volto stimola una domanda, e la domanda una conversazione, e la conversazione un ricordo storico sia dell’estrema crudeltà del potere sia della capacità di resistenza umana.

Non possiamo sottovalutare il fatto che questi giovani cresciuti a videogiochi sono cresciuti anche nella paura e con lo spettro del terrorismo. La loro identità politica può essere strana quanto gli accostamenti delle loro biblioteche popolari – La repubblica di Platone accanto a Judy Blume, a un paio di scaffali da Marx e sant’Agostino – o difficile da decifrare come l’accozzaglia di simboli e riferimenti di V per vendetta. Il loro è una sorta di surrealismo del ventunesimo secolo, perciò mi viene voglia di citare un aforisma del grande poeta surrealista Paul Éluard: “Una rivoluzione non può essere totale, ma solo permanente. La rivoluzione, come l’amore, è la gioia fondamentale della vita”. Parlare di rivoluzione è prematuro, ma una generazione triste ha finalmente assaporato la gioia di un obiettivo comune.

Traduzione di Bruna Tortorella.
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