Cara Angela, sull'anoressia una legge serve

Michela Marzano, Cronache del Garantista
22 luglio 2014

Cara Angela Azzaro, hai ragione. Almeno in parte. Perché sarebbe assurdo pensare – e mi spiace profondamente se è quello che lascia intravedere la proposta di legge da me depositata sui disturbi del comportamento alimentare – che il dramma dell’anoressia e delle bulimia si possa risolvere “punendo qualcuno”. Come molto giustamente scrivi nel tuo articolo, chiunque abbia vissuto sulla propria pelle questo dramma, sa che non esiste un colpevole da spedire in prigione: “La vera questione è capire che le motivazioni che spingono una ragazza, e oggi molti più ragazzi, a cadere in un drammatico rapporto con il cibo e con se stessi non sono riconducibili a una persona”.

Ecco perché fai bene a ricordare che esistono sia motivi socio-culturali, sia motivi personali e familiari. “Dire che c’è un responsabile che istiga e deve andare in galera è come sostenere che se il conflitto è con la madre, bisogna cacciare dietro le sbarre la genitrice”.

Non è questa, però, la ratio della legge che, come ricordi anche tu, ha come scopo la prevenzione e la diagnosi precoce dei disturbi del comportamento alimentare. Esattamente come non è questo l’obiettivo dell’articolo 1 della proposta di legge, in cui effettivamente si parla di una modifica del codice penale introducendo un articolo 580 bis per punire chi “istiga esplicitamente a pratiche di restrizione alimentare prolungata”. L’oggetto di questo articolo, infatti, sono quei siti pro-ana e pro-mia che, sempre più numerosi, confortano chi ha disturbi di anoressia e di bulimia nell’idea che i disturbi del comportamento alimentare non sono affatto problematici: sono un modo di essere, sono un ideale da perseguire, sono la strada per la salvezza.

Alcuni di questi siti promuovono la “magrezza ad ogni costo” e celebrano il raggiungimento dei 35 chili di peso come ideale e conquista; altri hanno lo scopo di “aiutare gli altri a raggiungere i propri obiettivi, ossia la perfezione” indicando come eliminare il senso di fame utilizzando farmaci, come sopportare la mancanza di cibo; altri ancora spiegano come procurarsi il vomito dopo aver mangiato e come continuare a perdere peso. Chi si ritrova in questi siti, non lo fa per caso. Li cerca. Li seleziona. Ci si impantana. Perché quando si entra nella logica deviata dei disturbi del comportamento alimentare, è a tutti i costi che si devono trovare consigli utili per sopportare la fame – che aumenta, che è intollerabile, che perseguita – e persone capaci di capire che è questo quello che si deve fare, che sono gli altri che non capiscono, che solo la perfezione conta. Anche a costo della vita. Anche a costo di tutto.

È per questo che, almeno in parte, hai anche torto. E che non sono certa che la soluzione al problema che poni del “colpevole da punire” sia la cancellazione dell’articolo 1.

Io, l’anoressia la ho attraversata. Lo ricordi anche tu, cara Angela, alla fine del tuo articolo. E ho raccontato in Volevo essere una farfalla come, dopo anni di segreti e di silenzio, avessi sentito la necessità e l’urgenza di parlarne. Perché l’anoressia non è una cosa di cui ci si deve vergognare. Non è né una scelta, né un’infamia. L’anoressia è un sintomo. Che porta allo scoperto quello che fa veramente male dentro. La paura, il vuoto, l’abbandono, la violenza, la collera. È un modo per proteggersi da tutto ciò che sfugge al controllo. Anche se a forza di proteggersi si rischia di morire.

E per imparare a vivere si deve avere il coraggio di dare un senso a tutta questa sofferenza. Ecco allora che in Volevo essere una farfalla racconto tutti gli anni di psicanalisi che ho dovuto fare per trovare le parole per dire quello che c’era dietro questo sintomo. Tutto il coraggio che c’è voluto per ritrovare il bandolo della matassa. Quell’istante preciso in cui qualcosa si era interrotto. E che prima mi illudevo di poter dimenticare per fare “come se” nulla fosse mai accaduto. Barricandomi dietro ad un pensiero razionale capace, certo, di spiegare tutto, ma in realtà incapace  di aprire la porta ai perché e al senso della vita.

Se mi permetto di ricordare la mia storia, è perché c’è anche lei dietro questa proposta di legge. C’è la volontà di attirare lo sguardo sulla necessità della prevenzione e della diagnosi precoce. Ma c’è anche la consapevolezza del fatto che alcuni siti sono veramente pericolosi. Quando ero impantanata nel sintomo – tanti anni fa – questi siti non c’erano ancora. Se ci fossero stati, però, ci sarei andata anche io. Li avrei studiati e scandagliati. Avrei trovato consigli e ricette. Mi sarei convinta che andava tutto bene, e che dovevo solo sforzarmi di più, per essere più magra, per essere più perfetta.

Non c’è nessun colpevole dietro questi sintomi, hai ragione. Sono la prima a dirlo ogniqualvolta ne ho la possibilità. Meno che mai sono colpevoli i genitori. Ma anche in assenza di colpevoli, ci sono tante vittime. Che devono essere prese in considerazione. E che non possiamo abbandonare in balia di siti strumentali che, pur non essendo affatto all’origine dei disturbi del comportamento alimentare, sono però al servizio della sofferenza e della morte.

Non è mai una legge che risolve i problemi. Ma le leggi hanno sempre un valore simbolico. E nonostante le tue critiche mi stiano facendo riflettere sul modo migliore per modificare questa proposta di legge, resto dell’idea che si debba trovare una soluzione di fronte ai siti pro-ana e pro-mia che, facendo l’apologia dell’anoressia e della bulimia, rischiano di intrappolare per sempre chi, questi attraversi questi sintomi, cerca solo di dire tutta la sofferenza che si porta dentro.

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