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Emozioni e rispetto si imparano sui banchi. Dalla culla al liceo

Corriere della Sera
23 11 2014

Per superare violenza e stereotipi può bastare l'educazione di genere? Gli interventi nelle scuole, i progetti e i linguaggi

di Antonella De Gregorio

Pochi giorni fa l’Ocse ha reso nota un’analisi che dice che un 15enne bollato come “ignorante” dai test che valutano le competenze degli studenti a livello planetario, non ha chance di recuperare il terreno perduto: chi ha lacune nelle competenze di base – dalla lettura al far di conto – se “misurato” una decina di anni dopo o più, non ottiene risultati migliori. Il discorso vale anche per l’alfabeto delle emozioni, l’aritmetica degli affetti, l’analisi grammaticale del rispetto. Ci sono momenti in cui conoscenza e individualità sono massimamente plasmabili. Poi, le difficoltà mettono radici, i modelli si cristallizzano, gli stereotipi prendono il sopravvento. Lo si è ben compreso, nelle riflessioni che hanno portato alla Convenzione di Istanbul e che accompagnano la “Giornata” indicata dalle Nazioni Unite come simbolo della lotta globale alla violenza sulle donne: non basta denunciare e combattere i numeri dolorosissimi (80 vittime di amori malati, nell’anno ancora in corso; 128 nel 2013; milioni di gesti violenti). O mostrare sondaggi tremendi che raccontano che per un italiano su 5 gli sfottò a sfondo sessuale rivolti a una donna sono accettabili; per uno su tre la violenza interna a una coppia è una vicenda privata; che gli abiti provocanti chiamano violenza; e che una donna che resta con un marito che la picchia “se le va a cercare”.

Solidarietà, tolleranza, accettazione sono pillole da somministrare prima possibile. Strumenti da maneggiare fin da bambini, per prevenire e soffocare le peggiori forme di discriminazione. Eliminare la violenza di genere, insegnare il rispetto tra uomini e donne. Per incidere, non bastano manifestazioni, spettacoli e flash mob, ma bisogna parlare ai bambini e ai ragazzi. Usare la loro lingua. «Presto, prestissimo, prima che sia troppo tardi», dice Silvia Carboni, psicologa, responsabile del servizio minori della Casa delle donne di Bologna. «Gli stereotipi incominciano quando, in culla, si dice che la bambina è bella e il maschietto è forte». L’educazione al genere? «Dovrebbe partire dalla materna, dalla scuola primaria, insieme ai diritti dei bambini e al rispetto di tutti». Possibilmente coinvolgendo anche educatori uomini, proponendo modelli alternativi. «Nelle scuole medie bisogna lavorare sull’educazione alla differenza. Alle superiori, analizzare le relazioni tra adolescenti, capire quale percezione hanno della violenza, aiutarli a comprendere che la prevaricazione è una questione culturale, non psicopatologica». La strada più efficace che abbiamo sperimentato – dice ancora Carboni – è stata quella di formare i ragazzi più grandi perché intervenissero e aiutassero nel percorso i più piccoli. Peer education: il messaggio veicolato dai pari è ancora più potente».

Nadia Muscialini, autrice del manuale Di pari passo – usato dal 2011 per accompagnare interventi in un’ottantina di scuole secondarie di primo e secondo grado, che hanno coinvolto 1.800 ragazzi e 1.700 adulti – spiega cos’ha spinto Soccorso Rosa – centro antiviolenza dell’ospedale San Carlo di Milano di cui è responsabile – insieme a Terre des Hommes, nelle scuole: «Vediamo in nove mesi 420 donne vittime di violenza, l’80% ha figli che crescono con modelli e in una cultura in cui si trovano giustificazioni di ogni tipo alla violenza. Questi bambini non riusciamo a vederli, non abbiamo gli strumenti». Solo entrando nelle scuole riusciamo a parlare loro di abusi e prepotenze, di come si possono gestire i conflitti, quali nomi si possono dare alle emozioni. I corsi gratuiti che l’associazione tiene un po’ in tutta Italia, insegnano a “decodificare gli stereotipi” e scoprire modelli nuovi:

«decostruire non basta: vogliamo che siano loro a dirci come può essere una ragazza, altrimenti che velina, maestra e casalinga; e un ragazzo, altro che calciatore o manager».

Seimila ragazzi ascolteranno gli esperti nei tre incontri previsti per ogni classe, impareranno a riconoscere comportamenti errati, vedere gli stereotipi nel linguaggio dei libri, dei giornali, dei programmi tv. «In ogni scuola si costruisce un percorso diverso: in un istituto tecnico abbiamo parlato non di donne ma di motocicliste, in una primaria analizzeremo pagine di letteratura per l’infanzia: perché la protagonista femminile può essere solo strega, maestra o mamma e quello maschile tutto, dal panettiere all’astronauta?» Insegnanti e genitori saranno invitati a conversazioni che spiegheranno l’importanza della prevenzione. Comune e associazioni private aiutano. «C’è molta attenzione, fortunatamente», dice. Però le istituzioni devono fare scelte forti, portare questi interventi a sistema, «se no siamo un paese dominato dalla barbarie».

Anche secondo Terre des Hommes, da anni impegnata su questo fronte, serve un percorso condiviso: all’interno di una materia come Educazione alla cittadinanza, bisogna instillare il rispetto degli altri, oltre al rispetto delle regole; mettere a sistema «le relazioni, le differenze di genere, l’educazione ai sentimenti, alle emozioni, l’educazione sessuale, che è ancora un argomento tabù». E c’è un grande bisogno di preparare gli insegnanti: «Non credo che funzioni un sistema che vede esperti in visita», sostiene Paolo Ferrara, responsabile del progetto. «E i progetti migliori sono quelli in cui i genitori partecipano agli interventi e si crea una rete di bambini, insegnanti e famiglie». L’associazione è da anni nelle scuole con incontri e un libro Mimì fiore di cactus e il suo porcospino, best seller educativo, che va dritto al cuore del problema, con i fumetti e video in pillole. E poi corsi sulla violenza di genere che hanno raggiunto 1.300 ragazzi in due anni a Milano e provincia, insegnanti e genitori.

Non crede invece nell’”ora di…” il ministero. «Violenza e discriminazione devono essere messe al bando da tutti», dice Pierro, dirigente Miur. L’approccio deve essere trasversale. La settimana dal 24 al 30 novembre è «mediaticamente importante per attrarre attenzione collettiva sulle azioni contro la discriminazione». Tutte le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado sono sensibilizzate nella promozione di eventi e progetti sul tema. Il Miur e l’Unar hanno emanato un bando, che prevede un finanziamento di 500mila euro da distribuire alle scuole che organizzeranno progetti – con associazioni del territorio – destinati a prevenire e contrastare l’intolleranza e la violenza legate a ogni genere di discriminazione. Attingendo alla dote di 10 milioni di euro stanziati con il decreto Carrozza (dal nome del precedente ministro dell’Istruzione) per la formazione dei docenti – destinato a incrementare le competenze relative all’educazione all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità, insieme ad altre competenze relative a disabilità, cyberbullismo e competenze digitali – si sono destinati fondi a formare figure “apicali” di Ministero e Uffici scolastici regionali; e insegnanti, nell’ambito della formazione obbligatoria, anche attraverso un portale per la formazione a distanza. Su www.noisiamopari.it, inoltre, sono state raccolte le migliori esperienze delle scuole, che confluiranno anche nel piano nazionale elaborato in accordo tra direzione generale dello studente del Miur e dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri.

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