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Federico che in "quelle stanze" è stato lasciato solo

La 27 Ora
05 02 2015

Martedì 27 gennaio la Corte di Cassazione di Roma ha assolto i tre imputati per la morte di Federico Barakat, il bambino di 8 anni ucciso dal padre il 25 febbraio 2009 durante quello che avrebbe dovuto essere un incontro protetto dai servizi sociali nei locali dell’Asl del comune di San Donato Milanese. I tre imputati erano Elisabetta Termini, responsabile del servizio minori di San Donato Milanese, Stefano Panzeri, l’educatore che seguiva Federico e che avrebbe dovuto essere presente all’incontro protetto, Nadia Chiappa, l’assistente sociale che seguiva il padre di Federico.

Dario Fo ha scritto un suo commento che qui sotto riportiamo. Noi abbiamo incontrato la mamma di Federico

Federico Barakat, figlio di Antonella Penati, è il primo bambino in Italia ucciso in ambito protetto, cioè in un luogo dove persone sicure scelte dallo stato si impegnano a fare in modo che un minore non riceva offesa fisica o morale.

Federico è morto il 25 febbraio 2009 in seguito ad un’aggressione armata ad opera del padre, durante un colloquio, che era stato garantito sotto protezione, all’interno della ASL di San Donato Milanese. Prima di quel giorno, per anni Antonella e Federico hanno subito minacce e soprusi da quell’uomo disturbato, violento e ossessivo. Le aggressioni si sono perpetrate con agghiacciante regolarità ma Tribunali, Carabinieri e assistenti sociali hanno deciso di considerare la parte da tutelare (e proteggere) quella paterna, consentendogli di incontrare il piccolo, sottovalutando clamorosamente la pericolosità denunciata da madre e figlio. Alle suppliche di Antonella – che era ben consapevole di quel crescendo di disagio paterno allarmante – le assistenti sociali hanno addirittura risposto con la minaccia di allontanare il bambino anche da lei, se non avesse consentito al padre di incontrare il figlio in un contesto protetto.

Paradossalmente, quel contesto ritenuto sicuro e controllato è lo stesso in cui quell’uomo è potuto entrare armato di coltello e pistola, lo stesso in cui è stato lasciato solo con il figlio, lo stesso in cui ha potuto ucciderlo prima di togliersi la vita.

Sappiamo i nomi e cognomi delle persone che non hanno protetto Federico quel giorno dagli spari sulla nuca e dalle otto coltellate ma questa vicenda atroce porta alla luce delle responsabilità ben più estese. Denuncia soprattutto una follia istituzionale radicalizzata, figlia della mancanza di cultura e di preparazione di chi deve proteggere i minori, ovvero tutti noi.

Siamo un popolo di disinformati, di uomini e donne distratti, che voltano la faccia davanti alle denunce di una madre che vuole proteggere un figlio. Siamo un popolo che ancora oggi ignora questa storia orribile – che non vuole ammettere di aver lasciato solo Federico in quella stanza – e di giudici che preferiscono nel giudizio lasciar correre e iscrivere il dramma in una casualità senza colpevoli.

Ma è ora di accettare la verità che ci indica tutti come colpevoli davanti a queste tragedie, perché non ci siamo lasciati coinvolgere, non ci siamo interessati di quanto accaduto e la comunità ha preferito ignorare. E’ il grave tarlo di un popolo fatto di persone che mettono sempre avanti se stesse e non riescono a vedere gli altri. Se la società non riesce ad assumersi la responsabilità di un fatto tanto grave vuol dire che non vuole nemmeno prenderne atto, vuole ignorarlo, vuole continuare a lasciare che si uccidano i suoi figli, anziché proteggerli.

Ma la responsabilità maggiore viene dall’alto: judicem significa colui che giudica persone o cose e ha la competenza e l’autorità di emettere giudizi. Ma dov’è la giusta sentenza?

In quella stanza Federico è stato lasciato solo da tutti noi, senza tutori, senza custodi, senza protettori.

Quanto avvenuto presso l’ASL di San Donato Milanese non è da archiviare come fatale distrazione. Si tratta di un atroce insulto, di una tremenda superficialità collettiva. Una mancanza di responsabilità a tutti i livelli che si manifesta con il rifiuto di proteggere i deboli e di far rispettare le leggi. Non possiamo accettare che nel nostro paese un luogo di tutela e protezione di un minore sia lo stesso dove un padre – più volte segnalato come violento – possa uccidere un figlio, indisturbato. Chi non protegge deve essere punito. Perché nessuno può fare parte di una società che non si prende cura dei propri figli.

Il 27 gennaio 2015, le persone negligenti, superficiali e prive di senso civico che dovevano tutelare Federico, sono state assolte dalla Corte di Cassazione. Giustizia è fatta: la signora bendata che siede solenne all’ingresso del tribunale da tempo è stata rovesciata a terra e ognuno finge di non essersene accorto.

(DARIO FO)

Ho incontrato la madre, Antonella Penati, da 6 anni impegnata con tutte le sue forze nella ricerca di giustizia per il suo bambino. Era stata proprio lei, come spiega nell’intervista, a rivolgersi fiduciosa alle istituzioni per cercare di proteggere se stessa e il bimbo dalle continue violenze e minacce dell’uomo

Che cosa è successo in Cassazione?
Il dibattimento dinanzi alla Suprema Corte è stato lungo, il mio legale, l’avvocato Federico Sinicato, ha detto che era evidente che il Procuratore Generale aveva esaminato il caso con cura. A fine dibattimento, verso le 12 circa di martedì, era concreto ipotizzare il rinvio a giudizio di tutti e tre gli imputati. Poi alle 21 la sentenza ha capovolto la situazione, confermando le assoluzioni e addirittura annullando l’unica sentenza di colpevolezza. L’avvocato era sconvolto, non sapeva come dirmelo.

Le motivazioni?
Le motivazioni le conosceremo tra un mese. L’avvocato Sinicato ha grande esperienza di Cassazione ma in questo caso non riesce ad interpretare una scelta così diametralmente diversa da quella ipotizzata dal Procuratore Generale che nella sua requisitoria aveva chiesto l’annullamento della sentenza assolutoria per la dott.ssa Chiappa e il sig. Panzeri, dando così ragione al nostro ricorso. Contro le due assoluzioni aveva fatto ricorso anche la Procura della Repubblica; la pg Bertolè Viale aveva chiesto la condanna per Chiappa e Panzeri al massimo della pena con un minimo di 3 anni e mezzo di carcere. Aveva specificato che non aveva presentato ricorso per la condanna a 4 mesi di Elisabetta Termini soltanto per economia processuale, ritenendo tuttavia la pena troppo esigua. Aveva aggiunto che tutti e tre gli imputati avrebbero dovuto rispondere alla loro coscienza non avendo avuto il minimo ravvedimento in fase testimoniale. Per quanto riguarda la posizione della dottoressa Termini il Procuratore Generale aveva invece chiesto un nuovo giudizio affinché il giudice di merito esplicitasse quali condotte avrebbero potuto evitare l’uccisione di Federico, ribadendo la corresponsabilità di tutti e tre i soggetti che avrebbero dovuto tutelarlo.

Come mai lei non aveva fatto ricorso contro la condanna di 4 mesi alla Termini?
Perché anche se mi sembrava ridicola dal punto di vista quantitativo era simbolicamente importante che venisse riconosciuta la sua responsabilità sulla morte di Federico. Raramente gli assistenti sociali vengono condannati, e questa sentenza poteva rappresentare un precedente importante per evitare che le istituzioni risultino sempre intoccabili, qualsiasi cosa facciano.

Che cosa farà ora?
In questo momento navigo nel buio. E’ una situazione surreale, non riesco a credere che abbiano messo una pietra sopra la vita e la morte di Federico. Loro avevano la responsabilità di tutelarlo e proteggerlo e non l’hanno fatto. E’ come se un insegnante portasse un bambino allo zoo, si disinteressasse se entra nella gabbia di un leone e di fronte al bambino sbranato dicesse Ma io non c’entro, è colpa del leone. Loro avevano preteso la tutela legale su Federico, loro mi avevano e soprattutto gli avevano imposto gli incontri con il padre. E hanno permesso che il padre lo uccidesse. E in sei anni non ho ricevuto nemmeno un Mi dispiace.

Federico avrebbe dovuto incontrare il padre solo sotto sorveglianza del Panzeri?
Sì, solamente sotto sorveglianza. Invece il Panzeri lasciò Federico con il padre, non so per quanto tempo. Il Panzeri disse di essersi allontanato solo un attimo, ma l’autopsia dice che Federico si è difeso da solo, e per uno spazio di tempo rilevante; si evince dall’autopsia: i tagli alle mani sono i tagli di chi si difende frontalmente cercando di impugnare le lame del coltello; le prime coltellate che Federico ha ricevuto non avevano colpito organi vitali, così come il colpo di postola. Ha ricevuto anche coltellate alle braccia, alle gambe, alla schiena. Poi quelle fatali, in prossimità del cuore, di nuovo frontalmente. Io vorrei sapere quanto è durato l’attimo in cui il Panzeri era lontano, visto che a soccorrere Federico morente allontanando il padre sono state due persone che arrivavano dalla parte opposta della struttura.

Come può entrare qualcuno armato di coltello e pistola in una struttura per incontri protetti?
Non so rispondere a questa domanda. Dovrebbe farla al comune di San Donato.

Lei ha dichiarato in un’intervista di aver lottato dal primo giorno contro tutti.
Sì, perché dal primo giorno ho trovato un muro nelle istituzioni: volevano archiviare il caso per morte del reo, dato che il padre di Federico si era ucciso poco dopo aver ucciso il bimbo. Le indagini inizialmente sono comunque state fatte a rilento e in modo confuso. Dopo tre anni circa mi sono rivolta a Sinicato e non riuscivamo a riavere il fascicolo dei Servizi sociali perché secretato dal Sindaco di San Donato; per riaverlo abbiamo dovuto chiedere l’intervento del giudice e ci è arrivato dopo sette mesi. Sinicato con un esposto alla Procura Generale ha perfino chiesto la revoca dell’in-carico alla PM Roveda che, tuttavia, ha subito chiesto l’archiviazione. Ci simao op-posti e il Giudice Luerti ha chiesto di mandare tutti a processo con imputazioni molto pesanti. Avendo chiesto il rito abbreviato al dibattimento non si ascoltano né imputati né parti lese, né testimoni. Al dibattimento era presente anche la pg Roveda che doveva motivare la sua richiesta di archiviazione. accanto a lei c’era una persona che alla fine del dibattimento è stata coinvolta dal giudice Tutinelli invitandola ad esprimere una sua riflessione. Ho scoperto così che si trattava del giudice Pietro Forno il quale ha sostan-zialmente detto di ritenere buono l’operato della pg Roveda e che i servizi sociali a suo dire dovevano essere assolti. Poi disse una cosa terribile, che non posso dimenticare, perché ero dietro di lui; disse che Federico sarebbe stato ucciso comunque, che ero io la responsabile della morte di Federico perché non ero fuggita all’estero. Quel giorno il giudice Tutinelli li ha assolti tutti. Li ha assolti tutti nonostante abbia messo agli atti il fallimento dei servizi sociali. Alla prima udienza del processo di secondo grado vi è stato subito un rinvio perché i fascicoli processuali sono spariti. I fascicoli vengono ritrovati pochi giorni dopo ma intanto il rinvio è di tre mesi. Bisogna viverle queste cose per capire cosa significano. Con la pg Bertò Viale ho avuto per la prima volta la sensazione che qualcuno si stesse occupando di Federico, di fargli giustizia. Perché io ci credevo nella giustizia, ci credevo nelle istituzioni, mi sono affidata io a loro con fiducia.

Quando e perché si è rivolta ai servizi sociali?
Furono i Carabinieri a consigliarmi. Mi ero rivolta a loro perchè subivo stal-king, minacce e aggressioni dal padre di Federico, che pretendeva di vedere il bambino. Io non volevo, era violento, faceva uso di droghe, soffrirà di un disturbo bipolare della personalità (diagnosticatogli a San Donato). I Carabinieri mi consigliarono di richiedere l’affidamento esclusivo visto la pericolosità del padre e per questo mi sono rivolta al Tribunale che ha accolto la mia richiesta ma che per prassi doveva trovare l’avvallo dei servizi sociali territoriali per la verifica del nucleo. Qui ho incontrato la dott.ssa Termini che da subito si è dimostrata contraria alle mie istanze. Mi diceva che il bambino aveva diritto di vedere il padre comunque, io mi rifiutavo di portarlo agli incontri perché ero troppo spaventata e lo era anche Federico che assisteva e subiva le minacce del padre. Lei sminuiva o ignorava i miei racconti, nonostante tutta una serie di indicatori di rischio per stalking, minacce anche al bambino, denunce per aggressioni a mia madre e a me, che mi sono difesa perché ho alle spalle 27anni di arti marziali. Parlava di Pas, diceva Lei discrimina la figura genitoriale. Mi ha revocato il controllo sulle visite descrivendomi come una madre iper-protettiva e ansiosa. Certo che ero ansiosa, sfido chiunque a non essere in ansia in quella situazione. Anche Federico era in ansia, se ne era accorto anche il suo allenatore negli ultimi tempi. Si svegliava spesso con degli incubi, una notte aveva sognato anche che il padre l’aveva ucciso, chissà cosa gli aveva detto durante i colloqui. Non ci voleva andare agli incontri. Un giorno mi aveva detto: Mamma amore, quando ho nove anni vado io a parlare coi giudici.

Com’era la sua vita prima di incontrare la dott.ssa Termini e i suoi collaboratori?
Avevo un bel lavoro, una casa, un bambino sereno, che andava bene a scuola, che giocava a calcio. Andavamo insieme al cinema, al teatro dei piccoli, gli raccontavo ogni sera una storia che avevo inventato io arricchendola mese dopo mese di nuovi personaggi. Nonostante le difficoltà riuscivo a gestire lo stalking. Avevo una rete che ci proteggeva, dal comandante dei carabinieri, alle maestre, ai vicini, a mia madre. Da quando la Termini è entrata nelle nostre vite mi sono ritrovata sotto scacco. Un giorno mi disse che se avessi continuato ad insistere con le segnalazioni di pericolosità il bimbo sarebbe finito in una casa famiglia. Ho dovuto accettare le visite protette. Il padre di Federico si scontrava molto con il primo educatore che vigilava agli incontri, litigavano in continuazione finché non ci fu la sostituzione con Panzeri. Il padre di Federico si vantava con me di aver ottenuto la sostituzione dell’educatore. Era in loro potere interrompere le visite e non l’hanno fatto. Nonostante un perito forense del tribunale di Milano, Paolo Bianchi, che aveva respinto la richiesta del padre di Federico di maggiore libertà nelle visite, raccomandava di non diminuire il grado di protezione degli incontri e di non allargarli in quanto la personalità del padre esponeva il bambino a potenziali effetti devastanti. Mi hanno massacrato, mi hanno ucciso Federico. Il diritto costituzionale dice che tu genitore hai il dovere di tutelare e proteggere tuo figlio e se non sei capace lo stato lo fa per te. Lo Stato ha detto che non ero capace e Federico è morto. Lo Stato pretende da te la responsabilità ma non se la assume.

Cristina Obber

Ultima modifica il Giovedì, 05 Febbraio 2015 11:37
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