Il Bonus bebè è diventato legge. Un’ elemosina alle donne rese sempre più precarie

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Cronache del garantista
13 04 2015

E’ arrivato in Gazzetta ufficiale “l’incentivo alla natalità”. 960 euro in un anno, pari a 80 euro al mese, per chi ha reddito inferiore ai 25 mila euro e cifra doppia per chi ha reddito inferiore ai 7 mila euro. Tutto ciò vale per ogni figlio nato tra il 1 gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017. E questo è quanto. Qualche tempo fa era il bonus bebè e ora viene definito dall’Ansa il bonus per le “neomamme”. È così rispettata l’attesa di un compenso per gli uteri riproduttivi, com’era tipico ai tempi del fascismo, quando si attribuiva la medaglia d’onore alle madri di famiglie numerose.

Fare figli veniva considerato un atto dovuto, alla patria e allo Stato. La donna doveva partecipare al progetto fascista sfornando pargoli che il più delle volte si chiamavano “Italo” o “Italia”. Il premio agli uteri riproduttivi, come se non esistessero già figli che è impossibile sfamare, assume a mio avviso lo stesso, identico, significato.
Quel che si realizza è una linea politica democristiana, con le donne premiate perché si riproducono e svolgono ruoli di cura, perché quel che è utile al welfare patriottico è che le donne tornino a casa. Da poco le nuove cifre che parlano di disoccupazione delle donne svelano che il processo, lento e inesorabile, di perdita dell’autonomia economica delle donne, ci sta portando a molti anni indietro.

Non ci si preoccupa di restituire alle persone precarie le opportunità per essere indipendenti fuori casa, giacché la maternità dovrebbe essere una scelta responsabile e non un modo per percepire piccole elemosine da parte dello Stato. Non ci si preoccupa di inserire i figli dei e delle migranti in un processo di integrazione che servirebbe a tutti, perché è pur chiaro che le famiglie dei migranti di figli ne fanno ancora. E dunque qual è la paura? Quella di un superamento di una razza sull’altra? Quello della perdita della supremazia bianca e della religione cattolica? E come la mettiamo, appunto, con il fatto che le famiglie dei migranti fanno più figli? Diventerà anche questo un pretesto che crea conflitti sociali?

E che vuol dire quello scarto di denaro tra i sotto reddito da 25mila euro e quelli da 7mila? Come sopravviverebbero quelli che guadagnano meno di 7mila euro con 160 euro al mese per figlio?

È pura follia, altro che “incentivo alla maternità”. Questo è un ulteriore incentivo alla povertà, alla precarietà, perché più bocche hai da sfamare e più tu sei ricattabile e se sei ricattabile accetterai qualunque condizione contrattuale e dunque eccoti a benedire il jobs act senza tentennamenti e critiche di alcun tipo.

Questa è l’Italia in cui si contesta la fecondazione eterologa, l’adozione per le coppie gay o lesbiche e la maternità surrogata. E’ l’Italia con un altissimo numero di obiettori di coscienza negli ospedali e perfino nelle farmacie. Niente contraccettivi, pillola del giorno dopo, ru486, aborto assistito senza che tu viva una via crucis senza fine. Ovvero: devi fare figlia quando non li vuoi e non te li fanno avere quando invece sei pront@ a fare da genitore.
Il bonus è un premio alla famiglia etero, quella che loro chiamano “tradizionale” ed è un insulto per tante donne precarie, me compresa, che non hanno alcuna voglia, tempo, bisogno, di fare figli e che vorrebbero realizzare la propria autonomia economica senza svendere l’utilità del proprio utero.
Vorrei sentire poi quelle donne o quegli uomini così immensamente critici rispetto alla maternità surrogata, perché dicono sia mercificazione, per dare in dote un figlio ad altre coppie, con queste donne che vogliono ottenere un guadagno per la propria capacità riproduttiva. E ditemi, allora, quello che fa questo governo non è perfino peggio? Per me che rispetto ogni libera scelta delle donne non c’è alcun problema. Ma deve essere chiaro che si tratta di mercificazione dell’utero per il bene dello Stato. E’ questa la vendita di un servizio e lo ricordo a chi fa l’espressione schifata quando si parla di vendita di servizi sessuali. Vendere i servizi riproduttivi va bene e quelli sessuali invece no?

E quel che non mi piace è proprio l’istituzionalizzazione della vendita dei servizi riproduttivi. Tanto casino per impedire che vi siano banche di ovuli e spermatozoi. Tanto casino per impedire che le donne decidano del proprio corpo affidando un utero o vendendo servizi sessuali e alla fine si inventa questa sorta di Casa Chiusa delle madri, pagate dallo Stato, per quanto si tratti di una miseria, con un premio alla nostra fragilità, all’essere donne con gli uteri funzionanti, a stabilire una priorità tra madri e non madri, come se i problemi di reddito fossero soltanto delle famiglie con figli.

Durerà due anni e vorrò vedere ministri e presidente del consiglio fare due conti su quanti figli in più ha reso questo “lauto” pagamento. E in ogni caso una domanda resta sospesa: quando saranno finiti i soldi e i figli resteranno sul groppone ai genitori, giacché il desiderio di genitorialità era tutto dello Stato, si piglierà quei bambini o li lascerà a patire in condizioni di estrema povertà?

 

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