Terremoto ad Haiti, “la Croce Rossa ha sprecato milioni di dollari di donazioni”

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Il Fatto Quotidiano
08 06 2015

L'inchiesta di ProPublica documenta i risultati dell'organizzazione, che dopo il sisma aveva promesso di “dare una nuova casa a 130mila persone”. Ma finora sono state realizzati solo un ospedale, qualche strada e sei nuove abitazioni permanenti. E le mail interne parlano di "fallimento"

“Dare una nuova casa a 130mila persone”, garantire loro assistenza sanitaria, condizioni igieniche accettabili, cibo e acqua potabile. Per aiutare la popolazione di Haiti, colpita dal terremoto del 2010, la Croce Rossa Internazionale (Icrc) ha ricevuto donazioni per circa 500 milioni di dollari, le più alte tra tutte le organizzazioni impegnate nell’ex colonia francese dei Caraibi.

Secondo un’inchiesta pubblicata dall’organizzazione no-profit ProPublica, però, il risultato ottenuto è limitato a qualche strada costruita o riparata, un ospedale, illuminazione solo in alcune zone e appena sei nuove abitazioni permanenti. Un vero e proprio “spreco di denaro” dovuto a “mancanza di preparazione”, mala gestione dei soldi e decisioni prese in base all’interesse dell’organizzazione: “I funzionari non sapevano come spendere tutti quei fondi – ha raccontato il responsabile del programma per i rifugiati della Croce Rossa ad Haiti nel 2010, Lee Malany – La loro decisione si basava non sul programma che sarebbe stato più utile alla popolazione, ma su quello che avrebbe fatto più pubblicità all’organizzazione. Una cosa deprimente”.

Tanti progetti, numerose donazioni, pochissimi risultati - Quando i giornalisti di ProPublica, già due volte vincitrice del premio Pulitzer, hanno contattato i vertici della Croce Rossa Internazionale per avere un quadro dei progetti realizzati a cinque anni dal terremoto, hanno incassato il rifiuto dell’organizzazione. Così sono volati a Port-au-Prince, la capitale del Paese, e sono entrati in contatto con Jean Jean Flaubert, l’uomo che tiene i rapporti tra il sobborgo di Campeche e l’organizzazione: “Ci avevano detto di avere un piano per cambiare totalmente Campeche. Oggi, però, ancora non ho capito di quale cambiamento stessero parlando. La Croce Rossa lavora solo per se stessa”.

Il programma Lamika, acronimo creolo haitiano per “una vita migliore nel mio quartiere”, prevedeva, secondo un piano interno all’Icrc del marzo 2012 e in possesso di ProPublica, la costruzione di 700 nuove abitazioni dotate di servizi igienici, la riparazione di 4mila case secondo criteri antisismici, migliaia di rifugi temporanei per altre famiglie, lo stanziamento di 44 milioni di dollari per donare cibo, medicinali e la costruzione di un ospedale. Campeche, come la maggior parte delle zone di Port-au-Prince, è ancora oggi un ammasso di baracche di lamiera, dove bambini e animali camminano in mezzo ai rifiuti e ai liquami delle fogne a cielo aperto, senza alcun collegamento all’energia elettrica e accesso all’acqua potabile. Delle abitazioni per 130mila persone festeggiate dai funzionari dell’organizzazione nemmeno l’ombra: di nuove case, ad Haiti, se ne contano soltanto sei.

Grande spreco di denaro, ma la Icrc si teneva 1/3 dei soldi sui lavori commissionati - La Croce Rossa Internazionale è l’organizzazione impegnata a Haiti che ha ricevuto la maggior quantità di donazioni, è anche una di quelle che ha mostrato più difficoltà nel portare a termine gli obiettivi prefissati. Non è un caso se, come si legge nei testi di mail interne in possesso di ProPublica, a definire questa operazione un “fallimento” è lo stesso Presidente della Icrc, Gail McGovern. L’organizzazione ha cercato di attribuire la colpa dei lavori non realizzati alle difficoltà di relazione con il governo e i problemi burocratici legati all’uso dei terreni. Ostacoli incontrati anche da altre organizzazioni che disponevano di fondi nettamente inferiori ma che, si legge nell’inchiesta, sono riuscite a donare alla popolazione 9mila abitazioni.

Il vero problema, secondo ProPublica, è che la campagna di aiuti per Haiti della Croce Rossa è stata minata da un grave spreco di denaro. Già nel 2011, Judith St. Forth, diventata poi direttrice del programma per Haiti, denunciava in un documento interno discriminazioni nei confronti dei lavoratori di origine haitiana “tanto da escludere i loro curriculum vitae” durante la ricerca di personale qualificato. Un atteggiamento che violava la politica dell’organizzazione, mirata all’assunzione del più alto numero possibile di haitiani, causando anche un aumento delle spese. Secondo calcoli di budget interni alla Croce Rossa e citati da ProPublica, infatti, stipendiare e mantenere un operaio straniero a Haiti costa circa 140 mila dollari all’anno, contro i 42 mila di un professionista del posto.

Un personale spesso inesperto e incapace di portare a termine molti dei programmi prefissati, infine, ha costretto la Croce Rossa ad affidare molti lavori ad altre organizzazioni, facendo così lievitare i costi. Nonostante questo, però, circa un terzo del costo totale dei singoli progetti delegati serviva a coprire le spese della Icrc.

Questa disorganizzazione è stata decisiva anche quando si è dovuto far fronte a gravi emergenze. Nove mesi dopo il sisma, nel Paese è scoppiata un’epidemia di colera che ha causato migliaia di vittime. La Croce Rossa si era impegnata a fornire il materiale per fronteggiare una nascente situazione d’emergenza sanitaria, come sapone o integratori per la popolazione. Risultato: dopo 6 mila morti, scrive ProPublica, un rapporto interno parlava di un programma anti-colera “molto in ritardo”, anche se la stessa Croce Rossa, negli anni seguenti, pubblicizzerà il suo intervento sottolineando il ruolo svolto nella lotta all’epidemia. Come ha però dichiarato un ex funzionario impegnato a Campeche, “per ogni cosa erano necessari tempi quattro volte superiori al normale a causa dell’inesperienza e dello strettissimo controllo da parte dei vertici dell’organizzazione”.

Twitter: @GianniRosini

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