Roma è comune

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Dinamo Press
24 06 2015

Milioni di metri cubi di terra strappati al suolo, poi spostati. I rilievi sono livellati, le cime delle collinette limate, i bacini sono colmati, gli incavi interrati.
Il cantiere, orco insaziabile, richiede ogni giorno la sua razione colossale di pietre, legni, piombo, ghisa, ardesia, bronzo… Un cantiere a cielo aperto questa via, questa strada, questa piazza, questa città. Cantieri, appalti, cooperative che seppelliscono denaro, mafia,corruzione,partiti democratici, sindaci in bicicletta. Pezzi di città smontate, ricollocate altrove ai bordi delle terre di mezzo dove non passano mai gli autobus.

Quartieri progettati per assomigliare sempre più ad agglomerati di frammenti fortificati, comunità chiuse, spazi pubblici privatizzati e sottoposti a una continua sorveglianza. Ogni frammento sembra vivere e funzionare autonomamente. In apparenza. Tutti dietro vetro e metallo. Il contatto manca talmente tanto che ci schiantiamo contro gli altri solo per sentirne la presenza.

Non vedere, non sentire, non pensare. Camminare veloci per arrivare prima. Non guardare. Una realtà ovattata illuminata dallo smartphone ci segnala i contorni del degrado urbano. Braghettoni* di ogni tipo che si masturbano nel qualunquismo, sognano di imbiancare i suoi colori, di velare la sua nudità indecorosa.
La città fagocita e nasconde i “rifiuti” che non si vogliono mostrare: spazzatura, uomini,donne,bambini, il degrado ha molte forme ci dicono quelli che schifano Roma e quelli che le urlano contro, verdi Salvini e rossobruni vari.

E allora recintiamola questa città, perimetriamola: muri, transenne, fili spinati, gabbie. Il decoroso recinto si stringe sempre di più. Ma il confine può essere attraversato. Uno, cento, mille varchi, per liberare la città dalle sue false paure.
La città è il luogo dove, con intensità sempre maggiore, si spazializzano le ingiustizie e proliferano le frontiere. Qui si riarticola il conflitto contemporaneo.
La città come scenario narrativo. Come oggetto di riflessione, laboratorio di pratiche politiche, materia di invenzione artistica… La cittadinanza come campo d’azione e non come status.

Le città invisibili dei migranti. Città saccheggiate dal turismo, dalla speculazione edilizia. Le città sentimentali che come mappe ancora da esplorare o già esplorate portiamo nei nostri bagagli che entrano a stento nei tram affollati. Attraversando ogni fermata lungo la inner city, risuona lo stesso blues.

“È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure.”
Il diritto alla città non si esaurisce nella libertà individuale di accedere alle risorse urbane, ma è il diritto di cambiare noi stessi, collettivamente, cambiando la città.

*(il riferimento è al pittore Daniele Da Volterra e al suo intervento nel 1565 per celare le nudità nell’opera Il Giudizio Universale di Michelangelo)
di Ambra Lancia

Ultima modifica il Mercoledì, 24 Giugno 2015 08:14
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