QUANTO VALE LA VITA DELLE DONNE?

di Lea Melandri

Mentre si moltiplicano gli appelli a manifestare contro lo spettacolo offensivo della “dignità” femminile e dell’immagine dell’Italia che sta dando il Presidente del Consiglio, le donne continuano a essere minacciate, perseguitate, uccise da mariti, conviventi, incapaci di sopportare una separazione. Il fatto che in alcuni casi il persecutore rivolga poi la sentenza di morte su di sé o sui figli, dovrebbe indurre solo a considerare con minore leggerezza un legame che nasce dietro la spinta dell’amore e che finisce con la più tragica e la più insospettabile delle violenze.

C’entra qualcosa lo stillicidio quotidiano di maltrattamenti, omicidi, esistenze sconvolte da pulsioni ossessive, incontrollabili, con la mobilitazione che vedrà il 13 febbraio le piazze italiane riempirsi di donne? La vita conta meno della sessualità?

L’inferno domestico, dove gli affetti si stravolgono rapidamente in odio, non dice forse di più del rapporto uomini e donne che le serate più o meno licenziose di Arcore? Se è difficile per il cittadino comune riconoscersi nell’immaginario sessuale dell’uomo potente che da anni ha in mano le sorti  del paese, non dovrebbe esserlo altrettanto rispetto a vicende che parlano della quotidianità, di interni di case, di matrimoni e convivenze considerate ‘normali’.

Eppure c’è un abisso – di silenzio, di rimozione, di interessata trascuratezza – tra il dibattito che si è acceso sui maggiori organi di informazione intorno agli appelli in difesa della buona immagine di mogli, madri, professioniste, fondamento del buon nome della nazione, e lo scorrere grigio, scontato e monotono, delle notizie di cronaca nera famigliare. Mentre ci si affanna a spostare le abitudini erotiche di Silvio Berlusconi dal privato al pubblico, a togliere legittimità al suo potere istituzionale a partire dalla mercificazione del corpo femminile, sembra che conti molto poco l’uso, la mortificazione, l’aggressività a cui quello stesso corpo  è sottoposto da secoli in quella istituzione originaria di tutte le civiltà umane, che è la famiglia.

Se è diventata insopportabile l’esposizione pubblicitaria e mediatica delle parti anatomiche femminili che più sollecitano il desiderio dell’uomo, inquietante la scelta che viene dalle donne stesse di scambiare prestazioni sessuali con denaro e carriere, non si capisce perché si continui a tacere, nonostante non siano mancati rapporti, dati statistici, allarme delle organizzazioni internazionali e manifestazioni dei gruppi femministi, sulla violazione dei più elementari diritti della donna alla salute, all’autodeterminazione, all’integrità fisica e psicologica.

Quanto c’entra in questa inspiegabile separazione di campi, che vede la pietra dello scandalo ma non le rocce che gli stanno dietro, il fatto che siamo impregnati di una cultura sessuofobica, oscillante tra il rigore  moralistico e il gusto della trasgressione più volgare, tra  il perbenismo in famiglia e le scappatelle del piacere fuori casa? Rimossa o esibita che sia, la sessualità ha assunto oggi una rilevanza abnorme nella sfera pubblica, ma in una chiave di lettura deformata rispetto all’elaborazione che ne aveva fatto il femminismo negli anni ’70.

Usarla in chiave scandalistica e moralistica, e quindi come arma contro l’avversario, o con una connotazione che viene definita ‘politica’ solo in quanto c’è di mezzo una delle più alte cariche della Stato, è una scorciatoia facile, e permette ancora una volta di chiudere un occhio su quanto resta di innominabile dietro la porta di casa.

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