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Tunisia. Ritorno a Sidi Bouzid

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Osservatorio Iraq
24 09 2015

Ritorno a Sidi Bouzid, dove nacque la Rivoluzione tunisina del 2011. Tra sconforto, crisi economica e rassegnazione, viaggio in un Governatorato dove resiste la speranza.

“Due per Sidi Bouzid, grazie”. “Andate nella madinat at-thawra (città della Rivoluzione, ndr), eh?” ci chiede, tra lo stupito e l’emozionato, il bigliettaio della stazione dei pullman di Tunisi. Annuiamo, sorridiamo, prendiamo i ticket.

Duecentosettanta chilometri e cinque ore e mezzo di viaggio ci separano dalla città. Un viaggio reso particolarmente lungo dall’assenza di autostrade che collegano il Governatorato – anch’esso chiamato Sidi Bouzid – al resto del paese, ma stranamente piacevole: la Tunisia centro-meridionale offre ai passanti la vista di distese vastissime di terra bruciata e olivi.

L’impressione di chi arriva per la prima volta a Sidi Bouzid è, quasi sempre, la stessa: non mi trovo nello stesso paese di Tunisi, di Hammamet, di Djerba, di Susa.

Qui non esistono hotel e locali per occidentali, i bar sono frequentati da soli uomini, nei supermercati non sono in vendita bevande alcoliche e la grande maggioranza delle donne indossa l’hijab. Le occhiate spiazzate e di diffidenza che ci arrivano dagli abitanti ci suggeriscono dopo pochi minuti, inoltre, che qui il turismo sia cosa inesistente.

Ogni angolo di Sidi Bouzid ci urla che quella in cui ci troviamo è una delle città protagoniste della Rivoluzione del 2010/2011; ci urla che è, anzi, La città della Rivoluzione, l’epicentro di un terremoto di proteste popolari che, esploso qui il 17 dicembre 2010, ha portato in due settimane al crollo del regime dittatoriale di Zine el-Abidine Ben Ali, collassato il 14 gennaio 2011.

Ce lo urla il monumento dedicato al personaggio simbolo della Rivoluzione, Mohamed Bouazizi, un ventiseienne disoccupato a cui la polizia aveva sottratto il suo carretto di frutta e verdura, sua unica fonte di sostentamento; ce lo urlano le scritte sui muri inneggianti al 17 dicembre, e le foto di quei giorni di guerriglia, appese nelle case private, nelle sedi dei partiti, nei bar della città.

Ce lo urlano gli occhi lucidi di chi, in quei giorni, ha visto cadere amici o parenti sotto le violenze della repressione di Ben Ali.

Cinque anni dopo, a Sidi Bouzid quasi nessuno è contento. Non lo sono gli anziani, i giovani, gli uomini, ne’ le donne.

“Avevamo due problemi” ci racconta ’Ali, un tassista di 29 anni laureato in Informatica e disoccupato fino a pochi mesi prima. “La situazione economica e il disinteresse dello Stato. Ora siamo più poveri e più dimenticati di prima”. Un malcontento generale, un senso di disillusione che non ha colore politico e che ha reso scontenti tutti, dagli anziani più conservatori ai ragazzi della sinistra più radicale.

Persino i militanti della sezione locale del sindacato UGTT – “la prima della Tunisia a prendere le parti dei manifestanti contro la dittatura e ad esortare la sede centrale a fare altrettanto”, come ci tiene a sottolineare il vice-segretario Gharbi Lazhar – scuotono la testa. No, proprio non possono apprezzare la piega che ha preso Sidi Bouzid dopo il 2011.

Più poveri e dimenticati di prima, ha ragione ’Ali: tra il 2011 e il 2015 il tasso di disoccupazione di Sidi Bouzid è raddoppiato, crescendo dal 14% al 28%.

Un andamento condizionato dalla scomparsa del turismo (nell’estate 2015, diminuito dell’85% rispetto al 2010) e degli investimenti stranieri, i due settori che da soli tenevano in piedi il 25% del PIL tunisino e che hanno risentito più di tutti dell’instabilità piombata in Tunisia dopo la Rivoluzione.

Un’instabilità che ha colpito Sidi Bouzid sin dalle prime settimane del 2012. Sin da quando, cioè, i gruppi salafiti più radicali del Governatorato si sono resi protagonisti di sempre più azioni violente e terroristiche dirette ai simboli della “contaminazione occidentale” (come l’hotel Horchani, assaltato perché distributore di bevande alcoliche) e a coloro che opponevano resistenza alla predicazione salafita (pressioni e aggressioni ai civili, agguati armati ai posti di blocco, omicidi mirati).

Liberi dalle persecuzioni benaliste, inizialmente (e irresponsabilmente) tollerati dal governo provvisorio, finanziati a suon di dinari sauditi e qatarioti ed agevolati dal caos delle limitrofe Libia ed Algeria, in breve tempo hanno reso Sidi Bouzid una delle proprie roccaforti.

Più poveri, ma anche più dimenticati, ci ha detto ’Ali. Che, ancora, non sbaglia: dati alla mano, dal 2011 ad oggi i governi che si sono susseguiti alla guida del paese - tanto quelli provvisori quanto quello di Essebsi/Essid eletto a fine 2014 - ben poco hanno fatto, ad eccezione di grandi proclami e la costruzione di qualche chilometro di strada, per risolvere le grandi problematiche sociali del Governatorato. Quelle problematiche, cioè, legate alla bassa occupazione, all’assenza di strutture sanitarie adeguate, all’inagibilità di più della metà dei terreni, ai collegamenti con le altre città.

Camminiamo lungo la via principale della città, Avenue Mohamed Bouazizi. La percorriamo tutta, sino ad arrivare ad un monumento raffigurante il carretto di Bouazizi. Un monumento particolarmente umile, francamente non bellissimo, ma molto efficace.

Sul suo piedistallo, qualcuno ha scritto “non smettete di combattere”.

La scultura è stata costruita sopra una statua innalzata da Ben Ali per celebrare la sua presidenza. Il punto esatto dell’immolazione, ci indica un passante, è dall’altra parte della strada.

In questo angolo della città, le scritte e i disegni sui muri si fanno più numerose. “Restate in piedi tunisini, tutto il mondo è fiero di voi” recita la più famosa. La scritta è stata fatta su uno dei muri dell’ufficio del Governatorato, vicino ad una gigantografia di Bouazizi. Pochi metri più in là, un murales di quattro metri inneggia al 17 dicembre. Richiami della Rivoluzione ci arrivano anche dalla fermata dell’autobus, dal nome “al-Hurryya” (libertà).

Mentre scattiamo le foto veniamo fermati da un ragazzo, Mahmud, un infermiere disoccupato di 32 anni. Ci dice che vorrebbe andare in Germania, ma che non può uscire dalla Tunisia perché non gli danno il passaporto. Ci chiede cosa facciamo a Sidi Bouzid, gli diciamo che vogliamo vedere come è la situazione cinque anni dopo la Rivoluzione.

Non è contento, tutto è peggiorato, afferma, mentre maledice la Rivoluzione. Arriva addirittura a definire Bouazizi un “nemico dell’Islam” per l’ondata di estremismo che ha sommerso (e sta sommergendo) Medio Oriente e Nordafrica dopo la degenerazione di alcune rivolte, prima tra tutte quella siriana. Ondata, è bene ricordarlo, di cui le prime vittime sono i musulmani stessi.

La giornata è quasi giunta al termine quando veniamo fermati da un gruppo di ragazzi che ci invita ad una serata musicale. Sono tutti membri della Web Radio 17 decembre, che ha sede nell’ominomo complesso giovanile e sportivo di Sidi Bouzid.

Dopo lo spettacolo sediamo, scherziamo, cantiamo con loro. Parliamo della Rivoluzione.

Le loro voci hanno, sì, il timbro di chi si aspettava un miglioramento del proprio stile di vita e sta pagando con gli interessi il prezzo della Rivoluzione, ma anche quello di chi a rimpiangere un dittatore violento e corrotto proprio non ci riesce.

“Tutto questo” ci dice Hani Muhammad Nagib, il responsabile della radio, indicando la sala da dove si svolgono le dirette “non sarebbe stato possibile durante la dittatura. Ho meno soldi, ma mi sento più ricco”.

La Rivoluzione, quindi, non è tutta sbagliata. Accanto al contraccolpo di economia e sicurezza, il Governatorato è stato attraversato da una serie di iniziative liberali che hanno avuto immediatamente i loro effetti.

Se è vero che, per istaurarsi, la democrazia ha bisogno di tanto tempo e sforzi, è anche vero che alcuni dei suoi effetti sono immediati.

“Sidi Bouzid” continua orgogliosamente il nostro amico “è la Regione tunisina in cui è presente il numero maggiore di associazioni, 1.600. La maggior parte sono giovanili, femministe e culturali. Anche questo, prima del 17 dicembre, non sarebbe stato possibile”.

Le parole di Hani Muhammad sono musica per le nostre orecchie.

Se è vero che sapevamo quanto la Tunisia e Sidi Bouzid del post-2011 fossero diverse da quelle studiate sui libri, così come sapevamo quanto l’esperimento democratico del paese – l’unico, tra quelli del mondo arabo – si stesse consolidando tra molti limiti e difficoltà, non eravamo preparati ad un così condiviso sentimento di distacco dalla Rivoluzione proprio da parte di chi quella Rivoluzione l’aveva fatta scoppiare.

Sta dunque nella società civile la risposta che abbiamo trovato al più grande dei nostri interrogativi. A chi, cioè, questa Rivoluzione abbia davvero giovato.

Una società civile fatta di giovani e di donne che non hanno arrestato il proprio attivismo con la Rivoluzione, ma che in più occasioni sono tornati nelle piazze di Sidi Bouzid. La lenta ma progressiva diminuzione del numero di movimenti salafiti presenti all’interno della Regione registrata a partire dall’inizio di quest’anno, ad esempio, è anche frutto della marginalizzazione della dottrina proveniente dalla società civile stessa, sempre più radicata su posizioni contrastanti il terrorismo e le violenze tipiche dei gruppi più radicali.

“Chi è scontento del peggioramento dell’economia e dei disordini che si sono creati non ha capito per che cosa abbiamo la Rivoluzione” ci dice, infine, Janet Kadachi, responsabile dell’associazione femminile Voix d’Eve di Regueb.

“Ognuno di noi ha meno soldi di prima, ma ora possiede la Libertà, che è un bene senza prezzo. Le mie tre figlie, inshallah, cresceranno in uno Stato democratico e libero, e avranno più possibilità di successo di quante ne abbiamo avute noi, cresciute tra due dittature. Abbiamo affrontato delle difficoltà e ne affronteremo altre, ma le grandi conquiste richiedono sempre grandi sacrifici”.

Luigi Giorgi

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