IL DESIDERIO E' UN TRAM

di Monica Pepe
11 ottobre 2011
“La crisi economica passa da qui. Da delle generazioni di uomini e donne che, nella precarietà, si avvicinano ma che nello stesso tempo si allontanano da loro stessi. Reinventarsi un modo per stare al mondo insieme non è facile. Lo sforzo forse che si dovrebbe fare è quello dello svelamento delle debolezze reciproche, senza vergogna, ammettere che l’identità oggi si deve relazionare con una nuova concezione della cittadinanza, dell’esistenza pubblica e privata. Forse se provassimo a decostruire una volta per tutte il passato prossimo potremmo ragionare realmente di futuro, “svincolarsi dalle convinzioni, dalle pose, dalle posizioni” e farsi portare altrove”.

Riparto da dove ha lasciato Celeste Costantino e provo ad andare avanti.
E se la nostra eterna non pacificazione e impotenza (esiste anche quella delle donne e come per gli uomini parte da un processo mentale) nei confronti dell’altro sesso, in questo momento storico fosse il nostro più grande alleato?
Fosse di fatto quella spia interiore che ci costringe a tenere alta l’attenzione su chi siamo, sulla natura delle nostre catene e su quale ruolo vogliamo giocare nella partita della vita, su come valorizzare la parzialità della nostra esistenza e impedire a questo contesto culturale di apporre una pietra tombale di omologazione ed infelicità.


Certo essere indotti a desiderare cose che pochi e poche si possono permettere è la cifra ricattatoria che questo modello fallimentare di sviluppo impone alla vita delle persone, facendo fondere pericolosamente aspetti materiali, culturali ed esistenziali.
Se vogliamo davvero come uomini e donne “decostruire il passato” e proiettare un modello nuovo di relazione sessuale e politica tra di noi, dobbiamo combattere a partire da noi la società della ‘autorevolezza’ del consumo, del suo braccio armato –la pubblicità– e delle sue migliori pallottole  –sessismo, familismo, infantilismo–, e ribaltare l’indigestione quotidiana di un immaginario fatto di corpi nudi e di ginnastica sessuale (ma i grandi editori di sinistra lo sanno o fanno finta di non capire?).

Per fortuna poi nel passaggio da pubblico a privato scontiamo tutte e tutti una quantità di contraddizioni e ambivalenze nei nostri comportamenti quotidiani, tale da dover ammettere che alla fine ha maggiore peso l’intreccio tra i vissuti e la grana di cui sono fatte le persone.
E anche quando i desideri e le scelte d’amore sono dirette a persone del proprio sesso, rimane il fatto che in uno spazio relazionale più ampio donne e uomini vivono comunque in un regime di interdipendenza e di vulnerabilità sostanziale e psicologica.

Negli ultimi anni si è verificato uno spostamento importante. Alcuni uomini hanno preso parola pubblica, anche scrivendo su giornali o partecipando a trasmissioni radiofoniche, parlando di maschilismo e di paternità, di violenza sulle donne e di omofobia. Questo non ha certo arrestato una deriva misogina tutta italiana, e possiamo dire con una certa precisione che l’immagine pubblica delle donne non sia mai scesa così in basso in tutta la storia di questo Paese.
“Grande è la confusione sotto il cielo” e il tempo che viviamo è agitato da forze molto contrastanti tra di loro, e allora forse è il momento di mostrare un surplus di coraggio.

Aspetto fisico e maternità. Celeste nel suo pezzo li descrive come valori connaturati all’identità delle donne, ed è di fatto così che li assumiamo e siamo abituati a percepirli. Come se le donne nascessero con l’identità in tasca o con una gabbia in testa. Un tratto irrinunciabile, quasi un afrodisiaco, se non vengono dati gli strumenti di immaginare altri processi di costruzione del sé.
Vale anche la pena dire che la bellezza come valore assoluto –e quindi di infelicità per tante donne– è ad opera di una lunga pratica persuasiva tramandata tanto dalle donne in ambito familiare quanto dagli uomini in ambito pubblico.
Ma quanto la bellezza nella vita delle donne che conosciamo o di donne famose è stato un fattore di liberazione o felicità autentiche? E poi saremmo in grado di rinunciare alla cultura della seduzione quando desideriamo un uomo? 

“La bellezza è negli occhi di chi guarda” e questo mi aiuta a passare alla maternità, laddove evidentemente quella prima immagine che ognuno e ognuna di noi ha così pervicacemente interiorizzato deve avere avuto il potere di rendere il corpo della donna l’unica immagine possibile e riproducibile all’infinito.
E se continuiamo a rappresentare noi stesse come delle belle, possibili o desideranti madri, e gli uomini con cui desideriamo stare dei ‘bambinoni in cerca di mamme che gli risolvano la vita’, fragili insicuri o aggressivi, riproponiamo uno schema di coppia ‘madre-bambino’ antico come il mondo, da cui è auspicabile che non solo gli uomini ma soprattutto le donne riescano a separarsi nel profondo.

Perché a volere un figlio bisogna essere in due -e non necessariamente dello stesso sesso-, e anche come donne bisogna avere la maturità e la capacità di sapersi mettere in discussione e in relazione con un uomo. Magari cercando di capire anche perché non ci imbattiamo mai in quello giusto o in quello che non può essere un padre all’altezza. Ma non lo abbiamo scelto noi?

Perché dietro ogni uomo o donna ‘bambino’ che non riesce a sviluppare da adulto relazioni affettive e sessuali orizzontali ci sono figure di madri o di padri che sono mancate, spesso delle une che inconsapevolmente hanno fatto fuori gli altri per mantenere un’autorità indisturbata.
Un'altra questione centrale sebbene non venga mai nominata: anche le donne cercano un padre nell’uomo o nella donna con cui stanno e una funzione materna di accudimento.

Essere una madre consapevole va molto al di là del voler dare un senso alla propria vita e alle funzioni di cura primarie a cui purtroppo il nostro immaginario di donne fatica a liberarsi.
Essere madre vuol dire avere consapevolezza del tuo vissuto, e l’onestà di poter pensare un figlio/a solo se puoi, in prospettiva, offrire lo spazio all’interno del quale una figlia/un figlio possano sviluppare una propria identità autonoma,  e poter contare su una pluralità di relazioni attraverso le quali costruire la propria personalità.

Tornando alle relazioni sessuali e d’amore –che partono tutte indistintamente da un processo mentale– a me sembra comprensibile che molti uomini siano spaventati da donne intraprendenti e aggressive. Ma è davvero quello che vogliamo essere o agiamo l'aggressività come una difesa?

Siamo tutti e tutte purtroppo su un piano inclinato dove è sempre più difficile che uomini e donne riescano ad avere relazioni orizzontali, cioè emancipate e sessualmente felici.
Sta a noi ristabilire una giusta relazione tra quello che siamo dentro e ciò che potremo essere domani, anche in uno spazio pubblico.

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