MEMORIE D'AMORE, CONFLITTI COL MITO

di Gabriele Lenzi
14 febbraio 2012

La prima immagine della mia vita che lego al “desiderio d’amore” o qualcosa che gli somigli riguarda la prima elementare. Semplicemente, “mi piaceva” una bambina che era in classe mia, e ricordo che “piacevo” a lei, qualunque cosa questo volesse dire. Un giorno lei mi si avvicinò nel giardino della scuola, probabilmente per darmi un bacio sulla guancia o qualcosa del genere, e mi disse o mi chiese qualcosa, che non ricordo.

Ricordo però chiaramente che la sua era un’avance e il mio un rifiuto. Un mio rifiuto, quindi – bisogna sottolinearlo bene – che conviveva col mio desiderio.

Si farebbe presto a isolare questo episodio e motivarlo con tratti caratteriali (lo avresti voluto, ma eri timido), culturali (lo avresti voluto, ma l’educazione ricevuta ti ha fatto pensare che ci fosse qualcosa di sbagliato, che fosse una cosa da adulti), emotivi (lo avresti voluto, ma ti vergognavi). Immagino che spiegazioni come queste siano le più istintive, spontanee e ritenute plausibili. Ma hanno tutte qualcosa in comune: indagano il rifiuto, e danno per scontato che la parte da salvare, autentica, fosse il desiderio. In una società dove il desiderio è alimentato ovunque, non stupisce. In realtà, di fronte alla contraddizione, le seguenti domande hanno pari dignità: se desideravo, perché rifiutare? ma anche: se volevo rifiutare, perché allora desiderare? Il dilemma in questo modo si duplica ed è davvero insolubile. Ma quei contrasti interiori (l’incapacità, la frustrazione, la vergogna), che probabilmente erano davvero presenti, non accendono forse nuove domande? Perché non riflettere sulla contraddizione con entrambi i suoi poli?

In effetti, non c’è alcuna contraddizione. Una risposta possibile, infatti, a quei contrasti interiori è che essi esprimono l’insoddisfazione inevitabile verso un modello culturale interiorizzato attraverso cui viviamo i sentimenti apparentemente più spontanei e liberi: il desiderio, l’amore, l’attrazione. Siamo colonizzati da secoli da un modello d’amore che, per ogni relazione veramente soddisfacente che riusciamo a costruire, deve essere poco a poco criticato, demolito, superato. Ci viene da tutta la cultura che ci circonda, ci viene, per così dire, dall’aria che respiriamo. Da secoli di contenuti religiosi, di poesia e letteratura, dalle rappresentazioni mediatiche. È il modello della sofferenza d’amore, della passione (in un senso che unisce il significato religioso a quello sentimentale), dell’amo ciò che non ho (e ciò che ho lo rifuggo); il desiderio struggente di lontano, non tanto nell’assenza di chi è insostituibile, ma che si alimenta solo di questa distanza. L’impossibilità di raggiungere un oggetto che fa di questo immediatamente un oggetto del desiderio. Ciò che è desiderato viene subito venerato, idolatrato, ma ci fa anche indispettire per la sua assenza, e può per questo essere anche demonizzato, bistrattato, violato, in un rovesciamento solo apparente.

“Nessuna gioia mi piace tanto quanto godere questo amore lontano” dice un poeta medievale, con una visione che attraverso epoche letterarie diverse si è radicata nella nostra cultura. È l’essere innamorati dell’amore, diffuso nell’adolescenza forse indipendentemente dal genere e dall’orientamento. Ma è il maschile che può identificarsi completamente con questo modello culturale, sposandone tutti gli ulteriori giri di vite: l’insofferenza per chi si ha accanto, perché il desiderio è sempre per l’altra, la prossima, mai per chi c’è (“che passione, averla di ciccia e baciarla di cartone” si dice in Toscana). Un desiderio figlio di una tradizione patriarcale, che ha stereotipizzato il mondo femminile, astraendolo in un modello unico, che sembra offrire una pluralità di figure solo perché deve assumere diverse posizioni: è la donna angelicata da adorare a distanza, è la diabolica che fa soffrire perché è assente, è la tentatrice che ci allontana dal dovere. Sempre, è l’oggetto sessuato da desiderare, privo di specificità individuale, di un profilo psicologico, emotivo, di un desiderio proprio.

Si potrebbero dare spiegazioni diverse di quell’episodio infantile. Perché ricondurlo a una precoce manifestazione di questo modello di amore che prevede – e non problematizza – l’oggetto del desiderio assente, lontano, irraggiungibile? Perché mi colpisce come mi rappresentavo questo desiderio. Ogni volta che andavo a letto, immaginavo la faccia di questa bambina in alto nella stanza, vicino al soffitto, come se la vedessi, e nell’immaginazione la guardavo e la riguardavo, e la sua faccia era come incorniciata in un ovale. Se non si fosse capito, era un’immagine decisamente mariana: era l’iconografia della Madonna. Sull’esterno della casa dei miei genitori (ma in diversi altri luoghi della mia città) c’è una scultura murata raffigurante un’ovale con la Madonna e il bambino, che vedevo da quando ero nato. C’era poi una sacra famiglia di legno in casa. Poi, almeno per le feste, ne avevo sicuramente viste in chiesa. Il messaggio della “Madonna come donna da amare”, e per converso della “donna da amare come madonna”, con tutto quello che ne consegue, l’avevo abbondantemente ricevuto. E non necessariamente dal mondo religioso, perché già questo modello è ovunque, e questa visualizzazione dell’innamoramento avrei potuto apprenderla da decine di cartoni animati, giusto per fare un esempio. Il mio desiderio verso le donne difficilmente poteva non passare da questi filtri. “A me piace la donna angelicata”, dice spesso un mio amico. “Guarda là che madonnina”, dice un altro in vista di un certo tipo di bellezza. E, ci tengo a sottolinearlo, vivo in una città molto poco religiosa.

Se io quel giorno avessi seguito il desiderio, avrei fatto più giustizia a me stesso? Dipende. Abbiamo visto infatti che quel desiderio non era necessariamente più da salvare del rifiuto. Che il fatto che questi due elementi si presentino insieme può essere anzi un sintomo importante di questo modello che agisce dentro di noi. Perché quella rappresentazione che me ne davo, del tutto estetizzata, ne rivelava la superficialità, l’infondatezza. E infatti, quando questa bambina cambiò scuola, a partire dall’anno successivo, nell’ovale sacro iniziai ad adorare un’altra compagna di classe, per i seguenti quattro anni. Senza battere ciglio, l’avevo sostituita, rivelandone la natura di funzione e non di individuo.

Si giudica male, ovviamente, parlando di infanzia. La complessità dell’amore adulto è un’altra cosa, ma è importante sottolineare come un modello culturale del tutto inadeguato a sovrapporsi alla realtà delle relazioni possa manifestarsi così presto. Non a caso, di conflitti interiori ne ho dovuti superare ben altri, prima di rendermi conto che in alcune situazioni, anche nate con il desiderio di esplorare l’altra, la passione era accesa ulteriormente da un’irrealizzazione sempre sperata superabile ma di fatto sempre presente, che poteva diventare, ben oltre la razionalità, quasi l’unico motore. E prima di comprendere che innamorarsi dell’aspetto di una persona, anche nel senso di associare certe virtù a certi atteggiamenti, non è una buona strada per costruire un rapporto di riconoscimento reciproco.

Il maschio è spesso vincolato tra due aspetti di questo stesso modello culturale: il sesso libero e la donna angelicata. Entrambi sono il frutto di una deumanizzazione, necessaria per rendere l’altra quando un angelo, quando un demone, quando un oggetto. Tutto avviene seguendo ciecamente un’immagine del nostro desiderio; quando non ho ancora iniziato a chiedermi se chi ho davanti ha un suo proprio desiderio (questo modo di rapportarsi ovviamente trova la sua realizzazione perfetta nel rapporto del cliente con la prostituta), com’è questo desiderio, in che modo si rapporta al mio, se possono incontrarsi, se possono essere modificati per facilitarne l’incontro, se il fatto stesso che si incontrino e si fronteggino non ne mette in discussione parte delle caratteristiche, per influenza reciproca, per una più profonda comprensione di chi ho davanti, eccetera.

Il desiderio è un territorio sfuggente e complesso, ma la sua libertà va conquistata. I suoi involontari modelli di riferimento, che possono essere ben più dannosi di quanto la loro persistenza nella cultura possa far pensare, possono generare mostri. Nel film “La sposa turca”, quando il protagonista, stufo dei compagni di gioco che elogiano la varietà delle prostitute e lo invitano al bordello, chiede loro “Perché non scopate con le vostre mogli?”, uno degli interlocutori lo minaccia: “Guai a te se parlando delle nostre mogli usi un’altra volta il verbo scopare”.


Letture
“L’amore e l’Occidente” di Denis de Rougemont esplora il mito dell’amore-passione di cui parlo, anche con implicazioni più macabre (Armanda Guiducci, la curatrice italiana, ne rivela l’importanza in un’ottica di genere). Le spirali distruttive del desiderio che si autoalimenta sono esplorate da René Girard. George Lakoff e Mark Johnson hanno descritto il pericolo che una metafora porta con sé, quando esaurisce gli accessi di una cultura a un determinato tema. Pierre Bourdieu nel “Dominio maschile” esprime la necessità di esplorare le emozioni corporee per trovare tracce di violenza simbolica. È un metodo che a mio avviso può essere esteso ai dominanti, per rivelare i punti critici tra irreggimentazione e umanità. Chiara Volpato, infine, ci guida nell’orrore della pratica della “Deumanizzazione”.

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