Dal blog di Loredana Lipperini

Questo non è il post che ho promesso ieri notte: semmai, questo è un modo per avvicinarsi a una riflessione conclusiva – ammesso che ce ne siano - e per condividere alcuni materiali e alcuni spunti che si devono anche agli ultimi avvenimenti.
Credo, dunque, che ci troviamo in un momento complesso. Lo definisco il momento della risacca.

Risacca - s.f. (moto di ritorno dell’onda fermata e respinta da un ostacolo ) fenomeno che si verifica più spesso e in maniera più accentuata sulle coste ripide.

Un anno fa, ho parlato qui di una sensazione sgradevole: ovvero, il presentimento di un rischio che riguardava la “questione femminile”. Eravamo reduci, nel settembre 2009, dal caso Noemi-D’Addario: la “questione femminile”, fino a quel momento sotterranea, era emersa e portata quotidianamente alla pubblica attenzione. Naturalmente, è stato importante. Altrettanto naturalmente, una problematica annosa e irrisolta è stata semplificata. Tre volte naturalmente, è stata, come temevo, edulcorata, addomesticata, resa innocua. La complessità del discorso è stata ridotta allo slogan del “nuovo femminismo”. Ora, il “nuovo femminismo”, analogamente a quanto è avvenuto con il “vecchio”, è stato chiuso nella cornice già nota. Ovvero, donne che rifiutano il corpo, la bellezza, il sesso. O meglio: donne che “hanno problemi” con il corpo, con la bellezza, con il sesso. Donne che impediscono alle altre donne di vivere serenamente e felicemente il corpo, la bellezza, il sesso.

Ma io non ne posso più delle brutte che difendono le belle, delle devastate in amore che mettono in guardia le donne corteggiate cercando di impedire a loro di provare a vivere un sentimento, di lesbiche represse
Ottavio Cappellani (Affari Italiani)

Come si arriva all’equivoco? Non in un unico modo. Primo, entrando a piedi pari nella narrazione di Silvio Berlusconi. Qui le belle tuse, di là il settore menopausa. O anche, qui la libertà sessuale, l’allegria, la felicità, di là le bigotte, le noiose, le moraliste. Questo è il frame, e in questo frame, ahimé, si è caduti. Il bersaglio si è spostato sul velinismo, e non su tutto quello che eventualmente suggerisce alle donne come strada privilegiata l’uso del corpo per ottenere qualcosa che altrimenti diventa molto più difficile ottenere, all’insegna di quello che non è solo uno slogan: my body is my business. E’ un errore. E’ come esaminare il risultato finale ignorando il percorso. E, soprattutto, lasciando sullo sfondo, sempre di più, tutti i fattori (disuguaglianza economica e professionale A FRONTE di migliori risultati scolastici, aumento di violenza e omicidi che hanno le donne come vittime) che fanno del nostro paese uno degli ultimi in materia di parità fra generi. Il “neo femminismo” che fa venire la pelle d’oca a molte giovani e colte colleghe viene equiparato a questo. Grave. Gravissimo. Perché chiunque avrà buon gioco a smontarlo. Come sta avvenendo in questi giorni.

“donna frustrata sessualmente” (Melania Rizzoli sulla finiana Angela Napoli)

Secondo passo: si sono moltiplicati a catena i discorsi sul femminile. Importante, qualora chi ha cercato, commissionato, pubblicato quei discorsi abbia un progetto non mirato esclusivamente al business. My book is my business. So che questo è un punto controverso e difficile e scomodo, ma provo ad accennarlo lo stesso, assumendomene la responsabilità. Io ho la sensazione che dopo il caso Noemi, molti editori abbiano cercato di pubblicare testi sulle donne in modo non molto diverso dalla caccia al mystery dopo Dan Brown e al vampiro dopo Stephenie Meyer. E’ normale. Ed è redditizio. Ma moltiplicare i discorsi alla cieca comporta dei rischi. Eccoli.

Ciò che il pensiero femminista più arcaico finge colpevolmente di non capire, è che in una società libera di cittadine e di cittadini maggiorenni nessuno può imporre a nessun altro un comportamento, un’ideologia, uno stile di vita. (Fabrizio Rondolino, Viva la gnocca)

Semplificare i discorsi significa perdere di vista il quadro generale. Ed ecco, che dopo il caso Campiello, rialzano la testa tutti coloro che non attendevano altro per banalizzare la questione femminile ad un solo stereotipo: il ritorno del femminismo normativo. Faccio un esempio. In un libro uscito qualche tempo fa per Neri Pozza, Maledette vi amerò, si omaggiano le eroine del fumetto porno italiano. L’ultima storia si chiama Amore libero, è firmata da Giovanni Romanini e Lucio Filippucci e ha come protagonista Cicciolina. Ad opporsi alla libertà sessuale dell’eroina è un comitato di femministe in tailleur con un ciuffo di peli che escono dai nei. Una semplificazione, certo: ma è quella semplificazione che è tornata come un macigno a schiacciare tutti i distinguo. Oggi.

Diciamo anche che hanno abbondantemente rotto i coglioni i moralisti/e, normalmente lerci/e più di tutti gli altri, che ostentano finta perplessità sulla questione.(commento a Rondolino)

Dire cosa non ha aiutato è molto semplice (aggiungo che l’assoluta incapacità di molto “movimento” delle donne a unirsi per un obiettivo concreto, come una riflessione comune sull’immaginario femminile nei media italiani, ha contribuito non poco: e, purtroppo, sono stati i sospetti reciproci e le divisioni vecchie e nuove a prevalere). Dire cosa fare è, come sempre, difficilissimo. Dal canto mio, continuerò a fornire materiali e occasioni di riflessione. Questo, come sempre, è il primo passo. Per me.
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