L'Afghanistan pacificato e il possibile ritorno dei Talebani che gela il sangue alle donne

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Francesca Paci, La Stampa

29 gennaio 2019

Era l'inizio del 2002 e le macerie delle Torri Gemelle si mescolavano già da tre mesi a quelle dei primi raid su Kabul, Qandahar e Jalalabad, quando l'opinione pubblica occidentale cominciò ad accalorarsi per la sorte delle donne afghane, fino a quel punto difese solo dalle pasionarie di RAWA (Associazione rivoluzionaria delle donne dell'Afghanistan) in patria e all'estero da pochi valorosi

tra cui Emma Bonino.

Adesso che a distanza di diciassette anni gli Stati Uniti ipotizzano un accordo con i famigerati talebani, a cui seguirebbe il rapido ritiro delle truppe americane dal Paese e come diretta conseguenza dell’intera coalizione internazionale compresa l’Italia, le donne afghane, sia pur stanche come tutti della guerra, annusano il rischio di rimanere con il cerino in mano.

«Non vogliamo una pace che peggiorerà la condizione dei diritti delle donne» dice al New York Times Robina Hamdard, capo del dipartimento legale dell’Afghan Women’s Network. Le voci sono tante, la preoccupazione è una sola. «Desideriamo la fine del conflitto ma non a tutti i costi» insiste dal suo posto in Parlamento Rahima Jami, una ex preside che nel 1996, dopo l’ingresso dei talebani a Kabul, fu licenziata (solo le dottoresse potevano lavorare e solo negli ambulatori femminili), obbligata ad uscire di casa esclusivamente indossando il burqa e picchiata a sangue il giorno in cui la polizia del Comitato per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio scorse la punta del suo piede fare capolino da sotto la mortificante tunica azzurra divenuta nel frattempo il simbolo dell’oppressione nel nome di Allah.
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C’è indubbiamente del vero nei tanti punti interrogativi della seconda metà del cielo afgano. Difficile scommettere sulle buone intenzioni degli integerrimi studenti coranici che ieri lapidavano le adultere al centro dello Stadio di Kabul e oggi s’impegnano con il negoziatore americano Zalmay Khalilzad a ripulire il Paese dal terrorismo, impedendo di fatto che diventi la piattaforma operativa di al Qaeda e dell’Isis, ricevendone in cambio un indiretto riconoscimento politico, un lasciapassare per occuparsi dei propri affari interni senza interferenze.

La pace va firmata con i nemici, un’evidenza su cui neppure gli idealisti meno pragmatici potrebbero dissentire. Anche perché dopo aver combattuto per anni nelle retrovie più rocciose ed ostili i talebani hanno recuperato terreno. Secondo un recente studio del Long War Journal se i governativi controllano oggi 146 distretti, i talebani ne hanno in pugno almeno 52 abitati da quasi 17 milioni di persone (oltre il 50% della popolazione) e ben 198 sono aspramente contesi. Un dato di fatto ben noto al Congresso americano, consapevole di quanto gli alleati del governo ufficiale afgano siano arretrati sia sul terreno bellico quanto nel consenso popolare, laddove la corruzione di Kabul ha finito per far rivalutare il giogo di ferro ma a welfare garantito dei fondamentalisti di Dio (una delle condizioni poste da Washington sarebbe il dialogo diretto tra i Talebani e Kabul).

Il problema è che per quanto abbiano fatto passi avanti nella vita sociale, politica e culturale del loro Paese (al punto che molte sono tornate a casa dall’esilio in America o dai campi profughi in Pakistan e in Iran), le donne afgane sono state completamente marginalizzate nei nuovi negoziati di pace condotti sotto banco in Qatar solo ed esclusivamente uomini.

Le speranze d’inizio Millennio erano titaniche ma la ruota, lentamente, aveva cominciato a girare. Al netto di una violenza domestica che resta a livelli record, l’Afghanistan vanta oggi delle istituzioni democratiche, oltre 150 emittenti radio e tv indipendenti, il 27% del parlamento composto da donne (secondo quanto stabilito dalla Costituzione del 2004), 3 milioni di bambine regolarmente iscritte a scuola. Sotto la spinta di deputate coraggiose come la giovane Masooma Khawari, l’Assemblea Nazionale ha approvato in questi anni una importante legge per l’eliminazione della violenza contro le donne e una contro le molestie sessuali. Quando per la prima volta alle Olimpiadi del 2004 il mondo vide gareggiare delle atlete afghane le scoprì goffe, maldestre, infagottate in lunghe e pesanti tute penalizzanti. Poi, pian piano, abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare calciatrici, ginnaste, la diciassettenne Sadaf Rahimi in guantoni e caschetto protettivo sul ring di pugilato dei Giochi di Londra 2012. Il libro della brava giornalista del «Corriere della Sera» Viviana Mazza «Guerrieri di sogni» (Mondadori) racconta, tra le altre, la storia di Negin che nell’Afghanistan un tempo privato anche del canto degli uccelli (perché ritenuto peccaminoso) studia per diventare direttore d’orchestra in un ensemble femminile. Se non ancora fiori certamente semi.

«Cresce la paura per la mancanza di trasparenza che accompagna i negoziati... se gli Stati Uniti se ne vogliono andare possono cortesemente farlo come fecero nel 1989 invece di imporci un piano affrettato» scrive su Twitter Madam Frogh (@FroghWazhma), «una semplice donna afgana esperta di questioni di genere», come si definisce nel suo seguitissimo blog , che anima il dibattito in patria e sui social. La paura diffusa è che la normalizzazione sia pagata con il sacrificio delle donne e nessuno per ora riesce a fornire smentire questo scenario sinistro. La riposta implicita, ancora una volta, è la logica schiacciasassi della realpolitik. Con buona pace dell’opinione pubblica occidentale risvegliatasi di colpo nel lontanissimo 2002 davanti alle immagini del film “Viaggio a Kandahar” per affievolirsi dopo poco distratta da altri imperativi, altre preoccupazioni, altre cause.

Ultima modifica il Mercoledì, 30 Gennaio 2019 08:55
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