Casi Cucchi e Mollicone, se dobbiamo avere paura dei carabinieri


Luigi Mastrodonato, Wired

28 febbraio 2019

Da una parte i depistaggi fino a coinvolgere il parlamento dall'altra i sospetti di omicidio avvenuto in caserma confermati dal Ris. Fino a che punto l'arma coprirà se stessa?

Ieri si è aperta l’udienza alla Corte d’Assise per la morte di Stefano Cucchi. Cinque carabinieri sono imputati per falso e per i depistaggi legati alle condizioni di salute del ragazzo. Il pm Giovanni Musarò ha usato parole dure: “È stata una partita truccata, giocata sulle spalle di una famiglia. Qui è in gioco la credibilità di un intero sistema”. Il suo riferimento è alle oltre 900 pagine di documenti presentati dall’accusa nei confronti degli imputati dell’Arma, che provano una serie di falsi e omissioni con cui si è tentato di nascondere la verità a partire dal 2009, dopo la pubblicazione di un comunicato di Associazione Antigone in cui veniva denunciato il caso. L’Arma rispose creando carte false, finite perfino in mano all’ex ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che si ritrovò sulla base di esse a dichiarare inconsapevolmente elementi non veri, in un’udienza in senato.

Le circostanze in cui la realtà è stata mistificata dall’Arma per coprire i suoi uomini riguardano la ricostruzione dei fatti e le condizioni di salute di Cucchi.
In una serie di annotazioni si scrive che il ragazzo era stato collaborativo e che al momento dell’arresto si trovava già in condizioni debilitate. Elementi già da tempo smentiti. Inoltre, negli atti ufficiali interni dell’Arma le conclusioni della perizia medico-legale erano state trascritte prima ancora che la perizia stessa fosse effettuata, un paradosso. Si fa poi riferimento a presunti attacchi di epilessia nelle fasi post-arresto, a dichiarazioni sull’anoressia e ad altre circostanze in realtà mai verificatesi, come certificato dalla magistratura.

Insomma, “c’e stato depistaggio sia nel 2015 sia per il 2009”, sottolinea il pm.

“Su Cucchi la solidarietà tra carabinieri è diventata omertà”, dice Luigi Manconi, tra i politici in prima linea nel denunciare il caso. Coperture e silenzi per proteggersi a vicenda, atteggiamenti tenuti per difendere l’immagine dell’Arma, ma che oggi rivelano in tutta la sua crudezza un problema non inusuale. Un caso simile è quello di Serena Mollicone, la ragazza ritrovata morta in un bosco nel 2001, con la perizia del Ris che l’anno scorso ha stabilito che la ragazza è stata uccisa nella caserma dei carabinieri. Anche qui, le storie di depistaggi e omissioni per proteggere gli agenti si sprecano.

Quanto sta venendo fuori nel processo Cucchi, o nel caso Mollicone, è di una gravità inaudita. Chi dovrebbe occuparsi della pubblica sicurezza, della difesa del cittadino, diventa l’autore di un doppio reato, violenza omicida e depistaggio. A rendere ancora più grave questo scenario è il pensiero che le mistificazioni siano arrivate in parlamento, sintomo che a essere coinvolti siano in tanti, compresi gli alti ranghi. Non si può risolvere il tutto con il solito discorso delle “mele marce”. La necessità di difendere e coprire i propri uomini era tale da non farsi scrupoli a portare la menzogna ben al di là delle aule giudiziarie, addirittura in sedi istituzionali.

Chi dovrebbe indignarsi più di tutti per quello che sta uscendo da questi processi è l’Arma stessa. Le azioni di certi suoi individui rischiano di cancellare la credibilità di tutto il corpo, composto invece da migliaia di agenti che ogni giorno svolgono bene il loro lavoro. È anche per questo che il silenzio sulla vicenda da parte degli alti ranghi dei carabinieri lascia molto perplessi. La sensazione è che quel gioco di solidarietà nei confronti dei propri uomini, che poi non è altro che omertà, stia andando avanti.

Qualche tempo fa, Salvini diceva che “non bisogna infangare il buon operato delle forze dell’ordine solo a causa di qualche carabiniere o altro agente corrotto”. Qui non si tratta però di un giochino propagandistico tra pro-forze dell’ordine e contrari. Quanto emerge dall’udienza in corso è la prova che esiste un problema nell’Arma, ben più grave e diffuso di quanto si credesse. Un problema di omertà e depistaggi che non è rimasto limitato a una piccola questura di paese, ma che ha coinvolto i vertici dei Carabinieri ed è entrato nelle aule giudiziarie e perfino in sedi istituzionali. Per la credibilità delle forze dell’ordine e per la sicurezza dei cittadini, è importante che questo problema venga riconosciuto e risolto. Farne un discorso di poche mele marce in un corpo di eccellenza, non ha senso per nessuno.

Ultima modifica il Giovedì, 28 Febbraio 2019 12:35
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