GUARDARE LA LUNA, E ANCHE IL DITO

di Loredana Lipperini, Lipperatura
6 febbraio 2012

Non è questione di indicare la luna e di guardare il dito. E’ che dito e luna, come direbbe Alejandro Jodorowsky, appartengono a due mondi diversi. In questo caso, allo stesso mondo, guardato da due diversi punti di vista. Non è una storia zen, è una storia di informazione, di media e di spiazzamenti.

I fatti, per cominciare. Venerdì scorso tutti i quotidiani riportano la notizia della sentenza della Corte di Cassazione. Le prime tre righe della notizia sono: “nei procedimenti per violenza sessuale di gruppo, il giudice non è più obbligato a disporre o a mantenere la custodia in carcere dell’indagato, ma può applicare misure cautelari alternative”.

Sempre venerdì pomeriggio, interviene a Fahrenheit Barbara Spinelli, che spiega con chiarezza come vada interpretata quella sentenza (in parole davvero povere – le mie, in questo caso – rimanda al giudice la decisione). Nel frattempo, però, sui social network, Facebook in primo luogo, dilaga il passaparola: a protestare sono gruppi di donne e organizzazioni femministe, e anche singole e singoli. Di bacheca in bacheca, la notizia si ingigantisce e si arriva a parlare di  stupro depenalizzato e fioriscono avatar listati a lutto per la messa in libertà dei violentatori.

Ebbene. Nei due post più linkati nelle ore successive, quello di Federica Sgaggio e quello di julienews, si rettifica la notizia così come aveva fatto Barbara Spinelli. Ma mentre Barbara ha giustamente ricordato che questo non solo non diminuisce di un’oncia la gravità della situazione italiana per quanto riguarda stupro e violenza (la conseguenza è che la battaglia, tutta culturale, deve riguardare quei giudici che sono chiamati a decidere), da quei due post (e da molti altri) si ricava la sensazione - più o meno esplicita - che  a essere messe sotto accusa siano soprattutto le donne. Coloro che hanno male interpretato la notizia nei loro comunicati ufficiali (Se Non Ora Quando), le singole ragazze e non che hanno protestato nei loro profili.

Dunque: a essere in difetto non sono gli organi di informazione che hanno come proprio dovere e ragion d’essere la correttezza della medesima, bensì i lettori e le lettrici che non sono capaci di approfondire le notizie fornite e informarsi a loro volta, divenendo essi stessi generatori di informazione. E’, grossomodo, lo stesso atteggiamento del sindaco Alemanno che a fronte dell’assenza di contromisure alla neve caduta venerdì, accusava i romani di non aver messo le catene.

Ed è un vero peccato. Perché, semmai, la reazione viscerale delle donne  è il segnale di un’esasperazione che si deve alla disattenzione di chi (politica e informazione, di nuovo) ha cavalcato le istanze del movimento per poi disinteressarsene quando si deve passare ad altro. Perché, come ha ricordato la relatrice Onu Rashida Manjoo durante la sua visita in Italia, non c’è nulla che sia migliorato dal punto di vista della violenza, e tuttora su questo tema le donne sono condannate all’invisibilità.

Invisibilità. La pronta reazione contro le sciocche che guardavano il dito sembra mettere in secondo piano tutto questo. Trascura che esiste un silenzio maschile (come ha sottolineato subito Lorella Zanardo, come ha denunciato Femminismo a Sud) che dura da troppo tempo: silenzio sulla propria cultura, sugli stereotipi in cui si è cresciuti, sui modelli che vengono proposti. Dopo l’intervento di Barbara Spinelli in trasmissione ho sollecitato una risposta da parte degli ascoltatori maschi. Ho ricevuto, con due sole eccezioni, messaggi contro le madri degli stupratori e contro le “streghe” con cui gli stupratori medesimi erano costretti a convivere, tre sms consecutivi di padri separati che protestavano perché dovevano mantenere l’ex moglie e i figli, uno che ricordava come i medesimi siano costretti al suicidio (il giorno dopo, un padre separato ha ucciso il proprio bambino di pochi mesi, gettandolo nel Tevere), e una perla finale da un avvocato del Tribunale del riesame di Napoli che consigliava a Barbara di “rileggersi la CaZZazione” (sic).

E’ facile prendersela con le  associazioni che hanno invitato a protestare sui social media: non costa nulla e ci sarà sempre qualcuno prontissimo a rilanciare i link per dimostrare che le donne sono disinformate e isteriche. Difficilissimo è chiedere informazione corretta a chi è preposto a fornirla. Ancor più difficile chiedere, per il bene delle donne e degli uomini, che questi ultimi comincino ad affrontare i simboli culturali che vogliono farne dei mostri, dei predatori, o degli assassini. E a volte ci riescono.
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