Dal blog di Loredana Lipperini (19 luglio 2010)

Devo dire che me lo aspettavo.
Mi aspettavo che, dopo tre anni di discorsi sulla questione femminile, arrivasse un indice alzato contro i medesimi, e una risatina di scherno con cui sottolineare che si sta esagerando, e che va tutto benissimo, dannazione, e che tutto questo clamore è solo vieta nostalgia degli anni Settanta. Qualcosa da ricondurre al vintage e, magari, all’età di chi pone il problema. Nostalgia canaglia, che vuoi che sia.
Mi aspettavo un po’ meno che l’indice si alzasse, con notevole cattiveria  e con altrettanto notevole miopia, dalle colonne del Domenicale del Sole 24 ore, con un articolo di Serena Danna che trovate qui.
Articolo dove si tritura e si banalizza tutto in nome dell’accessorio più richiesto degli ultimi dieci anni: l’ironia. Il problema è che l’ironia si può perdonare al blogger che ritiene l’urticanza una qualità necessaria per farsi notare. Molto meno a una giornalista. Soprattutto quando scrive:

Non importa che le donne oggi siano più numerose degli uomini nelle università, girino il mondo con disinvoltura, occupino anche posizioni più importanti al lavoro, e possano sentirsi intelligenti pure senza peli in bella vista”.

Sarà che il mio senso dell’umorismo si abbassa pericolosamente in queste occasioni, ma trovo non solo false, ma eticamente pericolose (e parlo di etica professionale) affermazioni di questo tipo. Primo: le donne che insegnano all’università sono in numero nettamente inferiore rispetto agli uomini: il 34% secondo gli ultimi dati Miur. Ma forse Danna si riferiva alle studentesse: singolare, però, che non tenga conto che a fronte del dato positivo che riguarda le ragazze italiane (sono più numerose, il loro profitto è più alto, si laureano prima) esiste un “dopo”. E che quel dopo riguarda il mondo del lavoro. E che le donne che lavorano siano ancora il 46%. E che la loro retribuzione sia ancora, a parità di profilo professionale, più bassa di quella dei loro colleghi maschi.

Ma che importanza hanno i numeri, le statistiche, i fatti, davanti alla golosa occasione di reiterare uno stereotipo? Quello, notate, della femminista non depilata, irsuta e incazzata e fuori moda, con i piedi infilati in goffi sabot anzichè in uno sfavillante paio di Jimmy Choo, vera, grande, icona femminile del contemporaneo.
Andiamo avanti. Dunque, le donne che si occupano di questione femminile sono un po’ tarde e anche un po’ tardone, par di dedurre. Notare con quanta finezza e quanta profondità ci si occupa di Lorella Zanardo:

Il premio “nostalgia canaglia” va però a Lorella Zanardo, autrice di Il corpo delle donne, un documentario diventato molto popolare, grazie al tam tam su Internet e a poche ma buone presenze in tv. Il video è da poco diventato un libro (edito da Feltrinelli) in cui ogni capitolo inizia con una citazione di Rosa Luxemburg, Pier Paolo Pasolini, Karl Popper e Giovanni Sartori (in realtà c’è anche una canzone degli Afterhours: a questo proposito inviteremmo l’autrice a una riflessione sulla rappresentazione della donna nei testi di Manuel Agnelli).”

Non è deliziosamente ironica questa frase? Non fa parte di quella tecnica di delegittimazione dell’avversario (perchè deduco che questo siano per Danna le donne che si occupano di questione femminile: avversarie) e della sua trasformazione in nemico che sta devastando la politica italiana? Non è molto meglio, anzichè contestare i dati, distruggere la persona con la solita schermata del tanto stavo scherzando? Andiamo avanti.

Zanardo dice che dalla tv sono scomparse le donne reali. E forse ha ragione. Il punto  è che sembrano scomparse anche dal suo mondo, sostituite da fantasmi di 40 anni fa. Tra femministe e veline, esistono migliaia di altre che lavorano e che resistono alla fatica come ai luoghi comuni. Che hanno paura quando leggono che in meno di un mese ci sono stati nove omicidi a carico di maschi che odiano l’amore. E che sanno decidere quando farsi una risata davanti a un’attrice così rifatta da non riuscire a parlare e quando indignarsi se il premier consiglia a una precaria di fidanzarsi con un miliardario. Siamo donne, oltre alle gambe e allo slogan c’è di più”.

Bene. Raramente ho letto un tale concentrato di luoghi comuni su un giornale serio.  Ci sarebbe da dire moltissimo: che le donne che lavorano e resistono alla fatica si trovano a vivere in un paese che grazie alla loro fatica, e alla mancanza di servizi per le donne, “tira a campare” da decenni. Che i “maschi che odiano l’amore” forse non spuntano come funghi e che esistono ancora una volta dati, cifre, fatti che varrebbe la pena di citare invece di aprire la tastiera e scrivere le prime cose che passano per la mente tanto per sentirsi fuori dal coro. Che farsi una risata davanti a una donna  sfigurata dalla chirurgia estetica è, a mio personale modo di vedere, tristissimo.
E che questo articolo non offende le donne. Offende la serietà di chiunque scriva in un luogo pubblico: carta o rete, poco importa.


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