"ACCABADORA": IN SARDEGNA LA DONNA CHE DONA LA VITA E REGALA LA MORTE

di Rita Schena

Un anno e passa fa Eluana Englaro smetteva di soffrire dopo 17 anni trascorsi in un letto. Sottolineo il «passa» perché ho accuratamente evitato di unirmi al coro di quanti per il «sì» o per il «no» hanno voluto manifestare la loro opinione nel primo anniversario.
Solo che il velo squarciato da papà Beppino non è ancora stato ricucito e l'ipocrisia continua imperterrita a farla da padrona mescolando paure, convincimenti, tradizioni, superstizioni e religione.
Ognuno di noi può trovarsi nella situazione di Eluana, ognuno di noi può trovarsi ad avere una figlia nella situazione di Eluana e allora come ci comporteremo?

Per riuscire a pensare, leggiucchiando qua e là, mi sono imbattuta in una tradizione antica che non conoscevo: in Sardegna esistevano delle donne (le accabbadore o acabbadore) che detenevano il potere di dare la morte ai moribondi. La cosa mi ha incuriosita non poco ed ho svolto qualche ricerca.

Sembra che l'ultimo episodio realmente documentato di attività di una «accabbadora» sia stato registrato nel 1952 a Orgosolo e, prima ancora, nel 1929 senza che le autorità statali abbiano potuto contestare nulla.

maltheddu accabbadora «La 'accabbadora' è una figura di donna in parte temuta, come fosse una strega, in parte rispettata, per il potere che aveva di dare e togliere la vita. Spesso, infatti, la 'accabbadora' era anche una levatrice» spiega Pier Giacomo Pala, direttore del Museo etnografico Galluras, di Luras (Olbia-Tempio). Il termine «accabbadora» deriva dal verbo «accabbare=finire».

Formatasi in epoche antichissime, la figura della «accabbadora» veniva chiamata dai familiari del moribondo in occasione di malattie terminali o comunque di malati affetti da patologie senza soluzione medica o farmacologica e soggetti a forti sofferenze.
«Dopo un particolare rito detto del 'giogo' che stabiliva le cause naturali della patologia – illustra Pala – la famiglia del moribondo chiamava la 'femina', sempre anziana. Questa faceva uscire tutti dalla stanza per restare sola con il malato e, accertatasi personalmente delle condizioni, per alleviare le sofferenze di questi lo colpiva una sola volta alla testa col 'maltheddu'» (nella foto a sinistra).

La pratica affonda le sue radici in comunità fortemente rurali della Sardegna ed era vista – e lo è in parte ancora oggi - come la possibilità di porre fine alle sofferenze di una persona comunque condannata a morire, e «non è mai stata interpretata come un omicidio», indica lo studioso. Il compito era svolto da una donna per varie ragioni: perché‚ sull'isola vigeva il matriarcato e perché‚ tutto quanto accadeva all’interno delle case era di competenza delle donne. Pala arriva anche a sottolineare come questa tradizione sia ancora presente in Sardegna, tanto da aver avuto eco di una 'accabbadora' in attività nelle province interne ancora pochi anni fa.
Nel Museo etnografico Galluras, di Luras è custodito l’unico esemplare ufficialmente riconosciuto di «maltheddu», il rudimentale utensile con il quale la «acabbadora» assestava un solo, letale colpo al malato terminale provocandone la morte.

La storia mi ha fatto riflettere: donne che danno la vita, donne che danno la morte, senza che questo provochi scandalo, ma anzi sia i familiari che chiamavano queste donne, sia queste donne stesse si facevano portatrici di una pietas nei confronti del malato, che altrimenti sarebbe stato condannato all'inutile agonia. La morte diventa momento di riconciliazione almeno quanto la vita e una donna è al centro di questo passaggio. L'accabbadora è in questo senso colei che controlla le forze più selvagge della Natura nel loro scatenarsi per dar forma o toglierla ed è indicativo che in una cultura così complessa proprio una donna sia chiamata a questo compito così essenziale.

da La Gazzetta del Mezzogiorno - 21 febbraio 2010
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