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IL FATTO QUOTIDIANO

Il Fatto Quotidiano
17 06 2015

Di solito nelle competizioni c’è una regola che nessuno si azzarda a mettere in dubbio: i giocatori fanno i giocatori, l’arbitro fa l’arbitro. E gli organizzatori fanno gli organizzatori. Guai a mischiare i ruoli. Ma in Expo qualcuno se n’è scordato. E la regola è saltata nella gara per scegliere i migliori progetti di sviluppo sostenibile per la sicurezza alimentare da esporre al Padiglione Zero, uno degli spazi più importanti del sito di Milano-Rho. Per la gestione della gara, Expo si è avvalsa della collaborazione dell’Istituto agronomico mediterraneo di Bari (Iamb), l’ente di ricerca interessato di recente dalle indagini sulla xylella fastidiosa, il batterio che sta decimando gli ulivi del Salento. Dallo Iamb, in più, sono arrivati tutti e sette i membri della giuria di ammissione, responsabile del primo controllo sul rispetto dei requisiti da parte dei progetti presentati (‘best practice’). Di questi hanno avuto l’ok in 749, passati poi al vaglio della giuria di pre-valutazione, composta da 18 membri, cinque dei quali provenienti ancora una volta dallo Iamb e uno dal Ciheam (International centre for advanced mediterranean agronomic studies), l’organismo intergovernativo di cui lo Iamb è la struttura operativa italiana. Fin qui gli arbitri.

E i giocatori? Lo Iamb è di nuovo ben rappresentato, visto che è promotore o partner di una trentina di progetti. Di questi, tre compaiono tra i 18 vincitori. Nessun premio in denaro, ma la visibilità garantita dalla cerimonia di premiazione a Palazzo Italia il prossimo 6 luglio, dagli spazi espositivi e dagli incontri dedicati. “Un palese e macroscopico conflitto di interessi”, accusa Nicola Diaferia, titolare della Emitech, l’azienda pugliese promotrice di una delle best practice escluse dalla premiazione. Diaferia, che lamenta di avere impiegato “ingenti risorse” nella presentazione del suo progetto, ha depositato in procura a Milano una denuncia. Una vicenda che non coinvolge gli appalti per la realizzazione del sito, già finiti al centro di più di uno scandalo. Ma rischia di gettare un’ombra sui tanto decantati contenuti che dovrebbero dare senso allo slogan “nutrire il pianeta, energia per la vita”.

Nella denuncia si legge di “violazioni che non possono appartenere a nessuna commissione di valutazione, di qualsivoglia pur piccolo e periferico ente locale. E dunque sono ancora più intollerabili in sede di Expo 2015, che dovrebbe essere vetrina di buone prassi e di avanguardie internazionali, avamposto di etica prima ancora che di padiglioni patinati”. Alle proteste dell’Emitech Expo ha risposto che responsabile del processo di valutazione era l’International selection committee, composto per lo più da personaggi istituzionali, come il presidente, il principe Alberto II di Monaco. Secondo Expo tale commissione si è servita di quella di pre-valutazione “per un supporto esclusivamente tecnico”. Altra argomentazione di Expo: “Nella fase di pre-valutazione è stato espressamente previsto l’obbligo di astensione di quei commissari che appartenevano o avevano qualsiasi tipo di rapporto con anche solo uno dei partner della candidatura”.

Ecco la replica di Diaeferia, messa nero su bianco in un’integrazione alla prima denuncia: per garantire imparzialità occorreva che ogni commissario in conflitto di interessi “si astenesse dalla valutazione di tutti i progetti, dal momento che un comportamento inteso a favorire un progetto rispetto agli altri poteva essere adottato sia valutando positivamente un progetto a scapito di altri, sia valutando negativamente gli altri progetti”. L’imprenditore parla di beffa, visto che il bando di Expo prevedeva un processo di valutazione “in linea con gli standard etici più alti”, con una serie di principi guida da rispettare come “l’assenza di conflitto di interesse, la trasparenza e la tracciabilità del processo”.

Il progetto per raccogliere tutte le ‘best practice’ e metterle in competizione è stato finanziato da Expo. Quanto ha incassato lo Iamb? La società di Giuseppe Sala per ora non ha risposto a ilfattoquotidiano.it, mentre l’istituto barese si limita a far sapere che l’accordo prevedeva, oltre al compenso per il lavoro svolto, una sua quota di cofinanziamento. Alla gestione della gara ha collaborato il Politecnico di Milano con la realizzazione della piattaforma informatica Feeding knowledge, realizzata per contenere e divulgare le best practice raccolte. L’università milanese era anche presente nella commissione di pre-valutazione con una docente ed è parte attiva in uno dei progetti vincitori, insieme a partner e sponsor di Expo, come Intesa Sanpaolo, Finmeccanica e Nestlè, e insieme a Barilla, uno dei promotori della Carta di Milano, il documento che verrà lasciato come eredità dell’esposizione. Anche qui ruoli che si mischiano, tra organizzatori, arbitri e giocatori, benché il Politecnico sia rimasto più defilato rispetto allo Iamb.

Della questione è stata informata anche l’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone, che in attesa di ricevere altri documenti ha sinora ritenuto valide le spiegazioni di Expo. Scrive infatti Cantone: “Non può che prendersi atto della posizione assunta dalla società, la quale ha ampiamente motivato l’infondatezza delle irregolarità segnalate”. Lo Iamb, la cui sede – si è saputo dall’inchiesta sulla xylella – gode di una sorta di immunità da azioni giudiziarie per ragioni di extraterritorialità, nega l’esistenza di qualsiasi conflitto di interessi: “Non siamo una società per azioni – dice il segretario generale del Ciheam Cosimo Lacirignola – ma un organismo intergovernativo che non è portatore di alcun interesse. Operiamo semplicemente nell’ambito della formazione, della ricerca e della cooperazione allo sviluppo, a servizio dei nostri Stati membri”.

Argomentazione che però non tiene conto della visibilità garantita da una manifestazione come Expo. E degli interessi che anche una tale organizzazione può avere nell’accaparrarsi fondi pubblici. Parola ora ai pm di Milano.

@gigi_gno

Il Fatto Quotidiano
16 06 2015

Sei correttivi importanti hanno modificato radicalmente in dieci anni una legge nata male, impregnata di ideologia al punto tale da collidere più e più volte con la nostra Carta fondamentale.

Da un’iniziale situazione inaccettabile in cui le donne venivano sottoposte a pratiche assai discusse in termini di umanità diventa così via via possibile la diagnosi preimpianto (2005), produrre gli embrioni seguendo la fisiologia del donatore, conservarli e impiantare solo quelli sani (2009) e infine, la fecondazione eterologa, ovvero la possibilità di utilizzo di gameti estranei alla coppia in caso di infertilità (2014).

Oggi cade anche il sesto pilastro sul piano dei diritti. Diventa infatti possibile utilizzare la fecondazione eterologa anche nel caso di coppie non infertili, ma portatrici di malattie geneticamente trasmissibili.

Il 5 giugno sono state depositate le motivazioni della Corte Costituzionale.

Abbiamo chiesto all’avvocato Alessia Sorgato, penalista specializzata in protezione dei soggetti deboli, di darci le sue prime impressioni tecniche sulla sentenza e sulle sue possibili conseguenze nel panorama italiano.


1- Qual è la novità introdotta dalla sentenza della Corte Costituzionale del 5 Giugno?

In sostanza, due coppie hanno chiesto in via d’urgenza al Tribunale di Roma di essere ammesse a procedure di procreazione medicalmente assistita, con diagnosi preimpianto, essendo stata loro diagnosticata una malattia genetica. In entrambi i casi, tra l’altro, le gravidanze precedenti e spontanee erano state interrotte da aborto terapeutico. Il Tribunale, prima di decidere se ammetterle o meno, si era ritrovato un ostacolo insormontabile, dato da una limitazione contenuta nella legge 40 del 2004, per la quale l’accesso a quelle tecniche è consentito solo a coppie sterili ed infertili, caratteristica che le ricorrenti non avevano.

2- Prima di questa data, invece, solo la coppia sterile o infertile poteva far ricorso alla cosiddetta PMA (acronimo di procreazione medicalmente assistita)?

Si. L’articolo 4 della legge n. 40 prevedeva che il ricorso alla procreazione assistita dovesse essere circoscritto ai casi di infertilità. Il terzo comma vietava il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo. Questo finché il 9 aprile 2014 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità del divietò di fecondazione eterologa, rendendola, almeno in via teorica e di diritto, possibile nel nostro Paese.

3- In base a quali princìpi è stata modificata nel tempo la legge 40?

Soprattutto uno. Gli Ermellini hanno ricordato che la procreazione medicalmente assistita coinvolge non solo il diritto del nascituro, ma diverse esigenze costituzionali, ovvero diversi diritti che devono essere bilanciati tra loro. Esiste un diritto alla vita dell’embrione, ma devono essere assicurati al tempo stesso il diritto alla genitorialità e quello alla salute, e i cittadini non devono essere tra loro discriminati: è necessario cioè un livello minimo di garanzia e di tutela di ciascuno dei soggetti coinvolti nella riproduzione assistita. Già in passato (con la sentenza n. 151 del 2009) la Consulta ha sostenuto che “la tutela dell’embrione non è assoluta, ma limitata alla necessità di trovare un giusto bilanciamento con la tutela delle esigenze della procreazione”.

4- Quindi la rimozione del divieto di fecondazione eterologa è stata in un certo senso l’innovazione più importante per la legge 40?

Esattamente, perché mette al centro il diritto di diventare genitori, di formare una famiglia, il che è protetto da varie norme della Costituzione e di altre leggi, quali quella sull’adozione, che dimostrano il favore del legislatore verso la famiglia intesa come ambiente dove crescere dei figli. Molti sono i diritti costituzionali fondamentali in gioco in una questione così centrale e delicata, in primis quello alla salute come concetto integrato, complessivo a un benessere sia fisico che psichico, come riconosciuto dall’atto costitutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dal lontano 1948.

5- Da qui il passo a concedere la possibilità di utilizzare la fecondazione eterologa non solo alle coppie infertili ma anche a quelle portatrici di malattie genetiche, finora costrette ad abortire in caso di malattia del nascituro, sembra breve e logico…

Già, perché l’ordinamento italiano, fino a questa pronuncia, si presentava incoerente nella misura in cui vietava alle coppie portatrici di malattie geneticamente trasmissibili la procreazione medicalmente assistita ma consentiva loro di abortire. L’aborto terapeutico, o il rischio di doverne subire uno, diventava così l’unico modo per una coppia tra cui vi fosse un portatore sano di talassemia, fibrosi cistica o distrofia muscolare per avere un figlio, anche a fronte della disponibilità tecnica della fecondazione eterologa come tecnica alternativa, certo meno “violenta” e preferibile. Tant’è che la Consulta, nella sentenza appena depositata, dichiara l’illegittimità costituzionale parziale della legge 40 proprio nella parte in cui non consentiva la procreazione assistita eterologa alle coppie portatrici affette da malattie trasmissibili ai nascituri, ma consentendo alle stesse coppie l’interruzione volontaria di gravidanza secondo la legge 194.

6- E adesso c’è chi sostiene che la legge 40 non vada più bene…

Adesso la legge 40, dopo ben sei aggiustamenti della Corte Costituzionale, è certo più coerente con la nostra Carta fondamentale. Viene da pensare che rimangano delusi coloro che avevano voluto a suo tempo una legge ideologica e che hanno opposto ogni tipo di resistenza a tradurre le pronunce della Corte Costituzionale in pratiche mediche e terapeutiche accessibili ai cittadini.

Il Fatto Quotidiano
12 06 2015

C’è chi vorrebbe smontare le Direttive Comunitarie “Habitat” e “Uccelli” sulla base del presupposto, rivelatosi in passato completamente sbagliato, che per uscire dalla crisi economico-finanziaria sia necessario per prima cosa indebolire le norme europee sull’ambiente, che sinora sono state una barriera alla ulteriore deturpazione del nostro territorio e alla progressiva perdita del nostro patrimonio naturale. Quello di cui i cittadini europei hanno invece oggi bisogno è che si difenda con forza questo patrimonio comune, che è parte della ricchezza dei vari Paesi membri, garantendo la piena applicazione di queste norme in tutti i Paesi, a cominciare dall’Italia (dove c’è la più ricca biodiversità d’Europa) e non che si proceda ad una riscrittura al ribasso del corpo di regole tuttora del tutto preziose e valide.

Per questi motivi è stata lanciata in questi giorni su scala europea la Campagna “Allarme Natura!”, promossa da centinaia di associazioni ambientaliste, che intendono contrastare questo attacco alle regole europee, con l’aiuto dei cittadini. Il WWF in tutti i Paesi d’Europa è uno dei promotori di questa campagna che chiede non soltanto il rispetto di regole astratte, ma di difendere, concretamente le 27mila aree e le mille specie tutelate in Europa, che costituiscono la Rete Natura 2000, la rete di aree protette più diffusa al mondo.

Ogni cittadino europeo può dare un segnale forte alle Commissione Europea partecipando alla Consultazione popolare on-line che durerà sino al 24 luglio per decidere il destino della tutela della natura in Europa. Chiunque può fare un atto concreto in difesa della natura, inviando le risposte che troverà cliccando sul nostro sito dedicato all’iniziativa.

E’ bene che tutti noi siamo consapevoli che in Italia, come negli altri Paesi europei, la natura è difesa da norme vitali per la protezione di specie e habitat unici e preziosi che derivano dalla legislazione europea. Migliaia di specie di uccelli, farfalle, cervi, lupi, orsi ma anche, piante fiori, fiumi, laghi, sono protetti da norme comunitarie, considerate tra le migliori al mondo, che hanno contribuito a migliorare le nostre leggi nazionali e regionali. Senza queste regole la protezione di molte specie uniche in Europa potrebbe essere totalmente inefficace.

Le norme europee sulla Natura, infatti, sono una barriera alla perdita della biodiversità: il 60% degli animali e delle piante europee e il 77% degli habitat sono ancora oggi in pericolo. Oggi il 18% del territorio europeo (1milione di chilometri quadrati) e il 4% dei siti marini (250mila chilometri quadrati) fanno parte di Natura 2000.

Oggi, proprio quando ci sarebbe bisogno, che le norme condivise poste a tutela di questo questo patrimonio minacciato, fossero applicate efficacemente, assistiamo ad un attacco politico “contro-natura” che rischia di far prevalere gli interessi economici di una minoranza sulla tutela di un bene comune. Nelle prime tre settimane sono già più di 200mila i cittadini che hanno deciso di contribuire al successo della Campagna “Allarme Natura!”. L’obiettivo è che alla fine della Campagna almeno 500 mila persone chiedano a gran voce di difendere questo straordinario patrimonio comune e quindi c’è assoluto bisogno del contributo di tutti/e.

WWF

Il Fatto Quotidiano
11 06 2015

Due giorni fa il Parlamento Europeo ha approvato, con 341 voti favorevoli e 281 contrari e su proposta della socialdemocratica tedesca Maria Noichl, una risoluzione sulla strategia dell’Unione Europea sulla parità tra uomini e donne dopo il 2015 (2014/2152(INI)). Tale risoluzione è stata riferita nelle cronache italiane come un importante documento in materia di diritti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (LGBT), ma in realtà è molto più di questo: è un vero e proprio manifesto della parità di genere.

“Il diritto alla parità di trattamento”, recita il primo considerando (A) della risoluzione, “è un diritto fondamentale riconosciuto dai trattati dell’Unione, emblematico e profondamente radicato nella società europea, imprescindibile per l’ulteriore sviluppo di quest’ultima, che dovrebbe applicarsi tanto nella legislazione, nella pratica e nella giurisprudenza quanto nella vita reale.”

È questo infatti il tratto più significativo del documento che, con buona pace dei timorosi di cataclismici sconvolgimenti sociali, non è vincolante ma costituisce un’importante piattaforma giuridica di partenza per eventuali proposte della Commissione, che finora se n’è occupata troppo timidamente, e per interventi politici e normativi degli Stati membri sul tema.

Vi sono diversi aspetti sui quali il Parlamento concentra la propria attenzione: la violenza contro le donne, che ne mette in gioco la dignità; la disparità nel rivestire ruoli di potere e decisionali, che genera un deficit democratico a sfavore del genere femminile; la necessità di parificare anche di fatto il godimento di congedi parentali a favore dei maschi, consentendo così alle donne di accedere maggiormente al mondo del lavoro; la povertà femminile (“la povertà in Europa ha troppo spesso il volto di una donna“, si legge nel considerando O), che è causa di esclusione sociale; soprattutto, il perdurare dei tradizionali ruoli e stereotipi di genere, che “influenzano ancora profondamente la ripartizione dei compiti in famiglia, nell’istruzione, nella carriera professionale, nel lavoro e nella società in generale” (cons. R).

Non un documento sui diritti LGBT, dunque, ma un manifesto dal respiro più ampio. Certamente, il primo manifesto di questo tipo, capace di prestare attenzione specifica non solo alle problematiche giuridiche connesse all’attuale disparità di genere, ma soprattutto alle origini sociali di tale disparità, e dunque ai comportamenti socio-culturali di natura discriminatoria, sui quali il Parlamento auspica le istituzioni europee e nazionali ad intervenire incisivamente anche a livello educativo (v. i par. 61-66).

Chiaramente, il mancato riconoscimento delle realtà LGBT (famiglie monoparentali e omogenitoriali, tanto per intenderci) rafforzano gli stereotipi di genere, che il Parlamento ha deciso di combattere. Chi non concepisce la possibilità di una famiglia con due madri o due padri, infatti, non fa altro che rifiutare di vedere come la complementarietà dei ruoli di genere non sia affatto un requisito necessario per costituire un ambiente familiare solido e sano. Non è solo una questione sociologica, ma una semplice lettura della realtà: queste famiglie non vanno immaginate, perché già esistono. La loro esclusione dal riconoscimento dei diritti, come avviene attualmente in Italia, getta un’ombra sulla consistenza democratica e la reale capacità inclusiva di un determinato Paese. Il Parlamento Europeo non fa altro che prendere atto di tutto questo. Ma, ripeto, lo fa con riguardo al tema più ampio della disparità di genere.

Che cosa succederà ora? Si sbricioleranno le montagne? Il Po inonderà la Pianura Padana? L’Etna e il Vesuvio erutteranno in drammatica contemporanea? No. Semplicemente, si rifletterà a livello istituzionale sul da farsi. La via è tracciata, l’ennesimo muro è caduto. L’Europa si dimostra, come lo è già da tempo, molto più aperta e attenta dei Parlamenti nazionali, che invece latitano.

A tal proposito, il Sen. Giuseppe Marinello, in quota NCD e presidente della Commissione ambiente, ha così reagito alla notizia della risoluzione: “L’Italia se ne frega altamente.” Vette altissime, come al solito. Il 55% delle donne europee ha subito nella sua vita una o più forme di molestie sessuali? Il 33% delle donne europee subisce violenze fisiche o sessuali sin da 15 anni?

Chissenefrega. Il Parlamento Europeo riporta l’ovvia considerazione che “Una vita priva di violenze è una condizione essenziale per la piena partecipazione alla società” (considerando J). E chissenefrega.

Ieri la Camera ha sollecitato il governo, con riferimento alla trascrizione delle nozze tra persone dello stesso sesso contratte all’estero, “ad adottare le misure necessarie per garantire un eguale trattamento delle medesime situazioni su tutto il territorio nazionale“. Un impegno di una genericità e astrattezza tali da far impallidire di fronte alla chiarezza d’intenti del Parlamento Europeo e del sonoro “chissenefrega” lanciato da un altro partito di governo ieri.

Matteo Winkler

Il Fatto Quotidiano
10 06 2015

Oltre al danno, la beffa: la Commissaria al Commercio Cecilia Maelstrom si burla del Parlamento Europeo. Si perché stamattina a Strasburgo si doveva votare la Risoluzione parlamentare sul Ttip. Non un atto vincolante, ma un modo per spiegare proprio alla Commissaria e al suo team che cosa il Parlamento pensi sia giusto negoziare e che cosa no con gli Usa nel tavolo del Trattato transatlantico su scambi e investimenti, meglio conosciuto come TTIP.

Ieri nel tardo pomeriggio, però, arriva la notizia bomba: il presidente del Parlamento, il socialdemocratico Martin Schulz, ha trovato un cavillo nel regolamento per rimandare il voto, e per rinviare il testo della Risoluzione alla Commissione Commercio Internazionale (INTA) per un supplemento d’esame. Troppi gli emendamenti, si legge nella motivazione della decisione presa senza passare dall’aula, ma con l’accordo dei capigruppo di maggioranza. In realtà le nostre fonti in Parlamento ci confermano da subito che il gruppo socialdemocratico è spaccato, l’europresidente teme i franchi tiratori, e ne sono spaventati anche i popolari e i liberal.


Troppo forte il tam tam dell’opinione pubblica e pesano quantità e qualità di tweet, telefonate e email ricevute dai parlamentari da migliaia di cittadini di tutta Europa che chiedono loro di ripensare i pilastri del negoziato in corso: arbitrato privato per proteggere i diritti degli investitori, cooperazione regolatoria fuori controllo, nessuna tutela per etichettature e standard dei prodotti, sicurezza alimentare, indicazioni geografiche e servizi pubblici.

Temono che la Risoluzione attuale – in effetti una pacca sulla spalla alla Commissaria Maelstrom, accanita liberalizzatrice che vuole le mani più libere possibili da possibili paletti imposti dal Parlamento – possa essere bocciata o, orrore orrore, addirittura migliorata nell’interesse dei cittadini.

Quindi Schulz mette opposizione interna ed esterna davanti al fatto compiuto e stamattina alle 8, in un’aula tramortita e – si vocifera – con tanti, troppi, assenti illustri, il presidente dell’assemblea Antonio Tajani annuncia non soltanto che il volo sulla Risoluzione è rimandato, ma che pone in votazione, a voto palese, addirittura una mozione d’ordine di maggioranza per rinviare il dibattito. Di lì scoppia il putiferio. Gli interventi che si susseguono mostrano non soltanto lo scontento di sinistra, destra, verdi e anche di parte dei liberal e S&D dissidenti per lo spostamento del voto, ma lo sconcerto per la sottrazione del dibattito, che molti di loro volevano si trasformasse in un dibattito di merito sui problemi che il TTIP presenta dal punto di vista pratico e politico.

strasburgomep5Molti dei “dissidenti” indossano la maglietta Stop TTIP della Campagna italiana, che nelle ore precedenti li ha raggiunti via aereo come incoraggiamento delle associazioni nazionali a sostenere la posizione condivisa, ormai, da milioni di cittadini europei: la petizione popolare che chiede la sospensione delle trattative viaggia ormai, da molte ore ben speditamente oltre i 2 milioni di firme e la campagna è in azione coordinata da 32 Paesi dell’Unione. Altri chiedono la parola e sventolano cartelli. Si vota, la scelta di non discutere passa per soli due voti e la seduta viene sospesa in fretta e furia da Tajani mentre molti parlamentari, persino in centro, restano seduti ai banchi per un bel po’, in segno di dissenso. La Commissaria si gode lo spettacolo e su twitter dileggia con un emoticon sorridente il Parlamento, che decide di spostare la votazione e poi discute se discuterci su. Scatenando, come era ovvio, la reazione stizzita di movimenti dei consumatori, pacifisti, parlamentari stessi che ne sanzionano la leggerezza.

Per la Campagna Stop TTIP questa è una doppia vittoria: perché si è fermata una pessima relazione, e perché la mobilitazione intensa delle scorse settimane ha portato molti eurodeputati a pensarci su e a votare, alla fine, secondo coscienza e oltre le famiglie politiche. Il voto era palese, d’altronde, quindi sarà facile capire chi ha fatto la cosa giusta e chi no.

Fuori dal Parlamento europeo, a Strasburgo ma anche a Bruxelles, gli attivisti festeggiano la vittoria politica. La raccolta firme va avanti, come d’altronde tutte le attività di sensibilizzazione e informazione della Campagna in tutta Europa, tanto che per sostenerla si lanciano iniziative di crowdfunding, dibattiti, cene, feste estive e banchetti lungo tutta l’estate.

Occhi puntati a Bruxelles dove a luglio, dal prossimo 13 luglio, la Commissaria Maelstrom accoglierà i negoziatori Usa per il nuovo ciclo di negoziati TTIP, e i cittadini cercheranno di far pesare questa vittoria politica anche in quella riservata sede.

Il Fatto Quotidiano
08 06 2015

L'inchiesta di ProPublica documenta i risultati dell'organizzazione, che dopo il sisma aveva promesso di “dare una nuova casa a 130mila persone”. Ma finora sono state realizzati solo un ospedale, qualche strada e sei nuove abitazioni permanenti. E le mail interne parlano di "fallimento"

“Dare una nuova casa a 130mila persone”, garantire loro assistenza sanitaria, condizioni igieniche accettabili, cibo e acqua potabile. Per aiutare la popolazione di Haiti, colpita dal terremoto del 2010, la Croce Rossa Internazionale (Icrc) ha ricevuto donazioni per circa 500 milioni di dollari, le più alte tra tutte le organizzazioni impegnate nell’ex colonia francese dei Caraibi.

Secondo un’inchiesta pubblicata dall’organizzazione no-profit ProPublica, però, il risultato ottenuto è limitato a qualche strada costruita o riparata, un ospedale, illuminazione solo in alcune zone e appena sei nuove abitazioni permanenti. Un vero e proprio “spreco di denaro” dovuto a “mancanza di preparazione”, mala gestione dei soldi e decisioni prese in base all’interesse dell’organizzazione: “I funzionari non sapevano come spendere tutti quei fondi – ha raccontato il responsabile del programma per i rifugiati della Croce Rossa ad Haiti nel 2010, Lee Malany – La loro decisione si basava non sul programma che sarebbe stato più utile alla popolazione, ma su quello che avrebbe fatto più pubblicità all’organizzazione. Una cosa deprimente”.

Tanti progetti, numerose donazioni, pochissimi risultati - Quando i giornalisti di ProPublica, già due volte vincitrice del premio Pulitzer, hanno contattato i vertici della Croce Rossa Internazionale per avere un quadro dei progetti realizzati a cinque anni dal terremoto, hanno incassato il rifiuto dell’organizzazione. Così sono volati a Port-au-Prince, la capitale del Paese, e sono entrati in contatto con Jean Jean Flaubert, l’uomo che tiene i rapporti tra il sobborgo di Campeche e l’organizzazione: “Ci avevano detto di avere un piano per cambiare totalmente Campeche. Oggi, però, ancora non ho capito di quale cambiamento stessero parlando. La Croce Rossa lavora solo per se stessa”.

Il programma Lamika, acronimo creolo haitiano per “una vita migliore nel mio quartiere”, prevedeva, secondo un piano interno all’Icrc del marzo 2012 e in possesso di ProPublica, la costruzione di 700 nuove abitazioni dotate di servizi igienici, la riparazione di 4mila case secondo criteri antisismici, migliaia di rifugi temporanei per altre famiglie, lo stanziamento di 44 milioni di dollari per donare cibo, medicinali e la costruzione di un ospedale. Campeche, come la maggior parte delle zone di Port-au-Prince, è ancora oggi un ammasso di baracche di lamiera, dove bambini e animali camminano in mezzo ai rifiuti e ai liquami delle fogne a cielo aperto, senza alcun collegamento all’energia elettrica e accesso all’acqua potabile. Delle abitazioni per 130mila persone festeggiate dai funzionari dell’organizzazione nemmeno l’ombra: di nuove case, ad Haiti, se ne contano soltanto sei.

Grande spreco di denaro, ma la Icrc si teneva 1/3 dei soldi sui lavori commissionati - La Croce Rossa Internazionale è l’organizzazione impegnata a Haiti che ha ricevuto la maggior quantità di donazioni, è anche una di quelle che ha mostrato più difficoltà nel portare a termine gli obiettivi prefissati. Non è un caso se, come si legge nei testi di mail interne in possesso di ProPublica, a definire questa operazione un “fallimento” è lo stesso Presidente della Icrc, Gail McGovern. L’organizzazione ha cercato di attribuire la colpa dei lavori non realizzati alle difficoltà di relazione con il governo e i problemi burocratici legati all’uso dei terreni. Ostacoli incontrati anche da altre organizzazioni che disponevano di fondi nettamente inferiori ma che, si legge nell’inchiesta, sono riuscite a donare alla popolazione 9mila abitazioni.

Il vero problema, secondo ProPublica, è che la campagna di aiuti per Haiti della Croce Rossa è stata minata da un grave spreco di denaro. Già nel 2011, Judith St. Forth, diventata poi direttrice del programma per Haiti, denunciava in un documento interno discriminazioni nei confronti dei lavoratori di origine haitiana “tanto da escludere i loro curriculum vitae” durante la ricerca di personale qualificato. Un atteggiamento che violava la politica dell’organizzazione, mirata all’assunzione del più alto numero possibile di haitiani, causando anche un aumento delle spese. Secondo calcoli di budget interni alla Croce Rossa e citati da ProPublica, infatti, stipendiare e mantenere un operaio straniero a Haiti costa circa 140 mila dollari all’anno, contro i 42 mila di un professionista del posto.

Un personale spesso inesperto e incapace di portare a termine molti dei programmi prefissati, infine, ha costretto la Croce Rossa ad affidare molti lavori ad altre organizzazioni, facendo così lievitare i costi. Nonostante questo, però, circa un terzo del costo totale dei singoli progetti delegati serviva a coprire le spese della Icrc.

Questa disorganizzazione è stata decisiva anche quando si è dovuto far fronte a gravi emergenze. Nove mesi dopo il sisma, nel Paese è scoppiata un’epidemia di colera che ha causato migliaia di vittime. La Croce Rossa si era impegnata a fornire il materiale per fronteggiare una nascente situazione d’emergenza sanitaria, come sapone o integratori per la popolazione. Risultato: dopo 6 mila morti, scrive ProPublica, un rapporto interno parlava di un programma anti-colera “molto in ritardo”, anche se la stessa Croce Rossa, negli anni seguenti, pubblicizzerà il suo intervento sottolineando il ruolo svolto nella lotta all’epidemia. Come ha però dichiarato un ex funzionario impegnato a Campeche, “per ogni cosa erano necessari tempi quattro volte superiori al normale a causa dell’inesperienza e dello strettissimo controllo da parte dei vertici dell’organizzazione”.

Twitter: @GianniRosini

Il Fatto Quotidiano
05 06 2015

Due convogli della metropolitana di Roma, linea B, si sono tamponati nella galleria appena fuori la stazione Eur Palasport in direzione Laurentina. Secondo quanto ricostruito fino ad ora, uno dei due treni è andato contro l’altro quando si è fermato per via del massiccio traffico presente sulla linea.

L’assessore ai Trasporti di Roma Capitale, Guido Improta ha detto che “ci sono 12 feriti ma nessuno è in codice rosso”. Le due persone che in un primo momento erano rimaste incastrate comunque, sono poi state soccorse e aiutate a uscire dai vigili del fuoco. L’esatta dinamica è ancora da chiarire, ma secondo Improta “c’è stato un errore umano”.

Il servizio sulla linea B intanto, è stato interrotto tra le fermate di Eur Magliana e Laurentina ed è stato attivato un servizio di bus navetta.

Il Fatto Quotidiano
04 06 2015

Ieri, sulla pagina Facebook di Tgcom24, pubblicano un articolo che riporta un fatto tragico. Se fosse stata una donna uccisa da un uomo ci sarebbe stato il diluvio di commenti indignati, con la solita pioggia di frasi forcaiole contro gli uomini in generale, incluse le creature dai due anni in su, con quei pochi a tentare di spiegare che la violenza non è un fattore genetico che si eredita di padre in figlio, lasciando completamente immuni le figlie femmine.

Invece questa volta si tratta di una donna che ha ucciso un uomo. Pare che la donna soffrisse di disturbi psicologici e a parti invertite se un giornale avesse scritto che lui era affetto dallo stesso male tutte avrebbero, giustamente, urlato allo scandalo, perché il “raptus” o la “depressione”, oltre a diventare alibi per porre un brutto stigma sulla testa di persone depresse che non hanno ucciso né mai uccideranno nessuno, sembrano una giustificazione ad un delitto che va giudicato in quanto tale.

Per quel che ha fatto questa donna, invece, nessuno, salvo quelli che volgarmente vengono subito giudicati “maschilisti” (perché dicono che le donne sono anch’esse un po’ violente?), pone dubbi, condivide analisi, propone una discussione. Scorrendo i commenti sotto l’articolo linkato sulla pagina di Tgcom24 potete trovare invece un delirio di “wow”, “finalmente”, “brava”, “la rivolta delle donne”, senza contare le risate, gli sfottò, che arrivano quasi sempre da donne che pensano a questa assassina come ad una giustiziera, una rappresentante del genere femminile che avrebbe attuato una vendetta per sanare le ingiustizie che le donne subiscono.

Lo stesso atteggiamento si trova ogni volta che sui social si discute di una donna che usa violenza su un uomo, e che importa se lui è stato ustionato con l’acido o viene preso a legnate in pubblico, la reazione è sempre la stessa: banalizzazione, non c’è paragone, di donne ne muoiono di più, sono gli uomini che fanno violenza, ma vuoi mettere? E via di questo passo. Così vediamo come la battaglia, giusta, contro la violenza sulle donne diventa roba da tifoseria, con le ultrà che ne approfittano per poter sfogare due minuti d’odio contro gli uomini e, allo stesso tempo, immaginano che ogni donna meriti l’assoluzione, o che sia spinta sempre da nobili ragioni.

Se lei ti accoltella durante un litigio è normale immaginare che sia stato lui a iniziare. Se lei ti uccide nel sonno è sempre lui il colpevole, e può anche darsi che ci siano situazioni in cui le donne sono stremate, hanno subito violenza e non vedono altra via d’uscita, ma non può essere così in generale, e, soprattutto, se uccidere un uomo è una accettabile soluzione ai conflitti familiari perché mai quando questa argomentazione viene usata da un uomo si scatena la caccia alle streghe e si va di ronda sul web per cercare il colpevole che ha detto questa cosa?

Non è giusto né in un caso né nell’altro. Che sia un uomo o una donna a usare questi argomenti sbagliano entrambi. Solo la legittima difesa può ottenere un po’ di comprensione, ma se non sei in pericolo immediato ogni banalizzazione o esaltazione del gesto diventano lo specchio di un delirio collettivo, sociale, che veicola una cultura dannosa per ciascun@.

Giusto per fare due conti, sicuramente in difetto, perché nelle rassegne stampa si perde sempre qualcosa, si contano circa 34 donne vittime di “femminicidio”, perché non tutte le donne uccise sono vittime di quel particolare tipo di violenza. Abbiamo poi 10 uomini vittime, dall’inizio dell’anno ad oggi, di omicidio commesso da donne o da uomini. Ci sono 4 bambini uccisi da uomini o da donne. Tutto ciò non per ripetere un banale “anche le donne uccidono”, perché è scontato che sia così, ma per ricordare che la percezione sociale della violenza cambia a seconda di chi la compie. Grande indignazione se a commettere violenza è un uomo e indifferenza o ilarità se a compierla è una donna.

Secondo voi vale la pena ragionarci o vi sembra che vada bene così? Io ho qualche problema ad accettare questa cosa passivamente. Non è forse una discriminazione di genere quella che viene perpetrata nei confronti degli uomini, così come delle donne, quando a entrambi si attribuisce un ruolo o un comportamento, a prescindere, solo perché, appunto, uomini o donne?

Eretica

Il Fatto Quotidiano
01 06 2015

La liquidazione del patron del Consorzio Venezia Nuova scoperta da tre amministratori straordinari, nominati da Raffaele Cantone, che sono riusciti a bloccare solo l'ultima tranche da 1,15 milioni

Un milione di liquidazione ogni due di tangenti distribuite. Il patron del Mose, il grande burattinaio della cricca in San Marco, il “santo finanziatore” della politica in Laguna (e non) si era auto-riconosciuto un trattamento di fine rapporto dal Consorzio Venezia Nuova (Cvn) di 7 milioni di euro. I tre amministratori straordinari nominati dall’autorità anticorruzione hanno trovato la sorpresa approvando il bilancio consuntivo al 31 dicembre 2014 del Cvn e hanno tentato di limitare i danni riuscendo a bloccare poco più di un milione: l’ultima tranche. L’unica non ancora corrisposta.

Del resto l’ottantenne Giovanni Mazzacurati per far andare avanti i lavori del Mose e ottenere i finanziamenti del Cipe si è dato un gran da fare. La mole di lavoro è riassunta nell’ordinanza di arresto a carico di 35 persone emessa il 4 giugno 2014 dai magistrati veneziani che hanno stretto le manette attorno ai polsi, tra gli altri, all’ex governatore veneto e ministro Giancarlo Galan e all’allora sindaco di Venezia Giancarlo Orsoni.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Mazzacurati ha corrotto tutti i corruttibili. Generali della Guardia di Finanza fino ai Magistrati delle Acque, passando per ministri, sottosegretari, presidenti di Regione, assessori, fondazioni politiche, sottosegretari, finanzieri. Chiunque potesse essere utile alla causa. Un gran lavoro: corruzione, concussione, riciclaggio, finanziamento illecito. Oltre a 25 milioni di sovrafatturazione e 40 milioni di euro sequestrati agli oltre cento indagati.

I magistrati avrebbero voluto fermare anche Mazzacurati, ma lui, nel frattempo, era volato a San Diego nella villa a La Jolla affittata dal 2005, dove viveva la moglie a spese del Consorzio. Ancora oggi è in California. Del resto l’ingegnere era già stato detenuto agli arresti domiciliari nel luglio 2013 nel primo filone dell’inchiesta.

Le dimissioni dalla presidenza del Consorzio le presentò il mese precedente e vennero accolte dal consiglio direttivo il 28 giugno. Infine il 20 dicembre 2013 firma l’accordo che riconosce “all’ingegnere la somma complessiva di euro 7.000.000 a completa tacitazione di ogni pretesa e/o richiesta, a qualsiasi titolo fondata sul cessato rapporto lavorativo”. Dell’importo previsto dalla transazione non è stata corrisposta una parte pari a 1.154.000. Ed è intenzione degli amministratori straordinari, si legge nella nota integrativa al bilancio, “procedere ad un approfondimento in punto di fatto e di diritto circa la sussistenza di tale debito”. Ciò che è stato versato non sarà recuperabile ma gli amministratori vogliono in pratica tentare di non versare quel milione, considerata l’inchiesta penale e i “meriti” dell’ingegnere. Anche perché la liquidazione non è l’unica sorpresa emersa dai resoconti finanziari.

Mazzacurati deve ancora versare alla società 317.797 euro per azioni della Thetis Spa ricevute il 27 settembre 2007 e mai pagate. L’importo doveva essere corrisposto il 31 dicembre 2013 ma il 18 settembre 2014 Mazzacurati, già a San Diego, ha comunicato “di non essere nella possibilità di adempiere al pagamento”. Insoluto che ovviamente grava sul conto finanziario. Bilancio che, ripulito da ogni fronzolo e riordinato correttamente dai tre amministratori nominati da Raffaele Cantone, registra una perdita di 28 milioni 700 mila euro. A fronte di debiti verso banche per 521 milioni complessivi e verso imprese controllate di 13 milioni. Nonostante i costi di produzione siano passati dai 584 milioni del 2013 ai 350 del 2014. Saranno ora le imprese consorziate al Cvn a dover recuperare i mezzi finanziari per il ripianamento dei conti.

Questi i risultati della gestione Mazzacurati. L’ingegnere purtroppo non ricorda più nulla. Interrogato a San Diego si è sostanzialmente rimangiato quanto raccontato ai pm di Venezia nel 2013 dopo il primo arresto. Tanto che martedì scorso, ricevuto il verbale d’interrogatorio, il gip Alberto Scaramuzza ha stabilito che l’ingegnere “soffre di demenza senile” ed è da ritenersi “inattendibile” perché non è in grado di “ricordare pienamente i fatti avvenuti”. Chissà se si dimentica anche di quel milione di liquidazione che deve ancora ricevere.

 

 

Il Fatto Quotidiano
29 05 2015

Oggi è il Denim day, la giornata istituita 15 anni fa dall’associazione Peace Over Violenze in risposta alla sentenza della Cassazione che nel febbraio del 1999, in Italia assolse un uomo dallo stupro di una ragazza perché indossava un paio di jeans. E in questa giornata lanciamo la sfida di pubblicare articoli con lo stesso titolo: “Perché non ho denunciato” e cominciamo facendolo in prima persona su questo blog su IlFattoQuotidiano.it, su quello di Luisa Betti su il Manifesto, e sul blog La 27 ora sul Corriere della Sera. L’iniziativa è promossa da un gruppo di giornaliste che invitano tutte le altre, giornaliste e blogger, a fare proprio il titolo e l’immagine. E invita tutte le altre donne a raccontarsi rispondendo a: Perché non ho denunciato.

Ho subìto un’aggressione sessuale da un ragazzo. E’ accaduto molti anni fa. Era uno con cui ero uscita. Lo avevo conosciuto ad una festa e ci eravamo dati appuntamento due giorni dopo per cenare in un locale sulla spiaggia. Ma poi, la sera a tavola era stato sgradevole e inopportuno e quanto più io ero a disagio e mi dimostravo irritata, tanto più lui continuava ad assumere un comportamento invadente. Sembrava che ce l’avesse con me. Avevo trovato una scusa per andarmene. Mi ero incamminata per il sentiero che attraversava la pineta, lui mi aveva seguito e mi camminava accanto e mi aveva aggredito all’improvviso, senza dire nulla. Ero andata nel panico e mi ero sentita come fossi una statua di cera, immobile e incapace di reagire.

Poi per fortuna erano arrivate delle persone.

Mi lasciai quella brutta esperienza dietro le spalle e non ne parlai con nessuno. Mi sentivo in colpa, in imbarazzo, questo era il punto. Ero stata sprovveduta? Avevo sbagliato qualcosa? Mi giudicavo e temevo il giudizio degli altri. Avevo già subito in passato, come moltissime altre donne nel mondo, la mia dose di molestie. La prima era avvenuta a dodici anni mentre giocavo a nascondino con delle amiche e poi negli anni successivi molestatori in auto che ti affiancavano se camminavi per strada o aspettavi l’autobus, e alcuni se non rispondevi ti prendevano pure a male parole; ingiurie varie spacciate per “complimenti”, esibizionisti, molestie in posti di lavoro da parte di insospettabili, poi mi era capitato pure per due volte di essere inseguita da sconosciuti mentre ero alla guida della mia auto, eccetera, quella notte d’estate avevo vissuto solo quella peggiore e mi era andata bene.

Non era stato poi così complicato mettere tutto nel cassetto insieme al resto. In fondo c’è un allenamento che precede l’accettazione di una “normalità” della violenza che non dovrebbe essere più accettata come tale. Non cresciamo nella pervasiva giustificazione delle violenze sessiste contro le donne? Non ci impartiscono lezioni fin da quando siamo bambine per apprendere tutte le strategie onde evitare le cosiddette “attenzioni” o violenze degli uomini? Non ci consegnano gli inutili vademecum per evitare lo stupro? Dall’antico consiglio di mamme e nonne di “non accettare caramelle da uno sconosciuto” al “non andare in strade non illuminate” o “non uscire la sera da sole” o “vestirsi adeguatamente”. Istruzioni che a ben poco servono per attraversare strade buie (le violenze avvengono ovunque) o quando le violenze si consumano alla luce dell’ abat-jour, nel luogo dove sono più diffuse, in casa.

Molti anni dopo raccontai quello che accade quella notte. Durante una formazione con una terapeuta che collaborava con un centro antiviolenza e mi sentii di poterne parlare. Ero ancora arrabbiata con me stessa per non avere reagito. La terapeuta mi spiegò che le reazioni in caso di aggressione o pericolo sono attacco e fuga e se si ha la percezione di non avere nessuna delle due possibilità, l’immobilità è una possibile reazione. Fronteggiamo il pericolo con le risorse che abbiamo o pensiamo di avere e molte volte la strategia che le donne mettono in campo per fronteggiare le aggressioni sessuali è la riduzione del danno. Ovvero, cercare di portare a casa la pelle se la percezione o la situazione è quella di essere in pericolo di vita o di subire danni fisici. Ma quante volte nei tribunali la strategia di sopravvivenza messa in campo dalle donne viene scambiata per consenso o ambiguità? E quante volte viene processato lo stile di vita delle donne, le loro scelte?

Forse è per tutte queste ragioni che non ho mai denunciato. O non l’ho fatto perché probabilmente l’unica cosa che volevo veramente era che quel ragazzo sparisse. Non volevo rivederlo più così era stato e mi bastava.

La denuncia è una scelta ma dovrebbe esserlo davvero. Nessuna donna deve essere biasimata perché non denuncia violenze piuttosto ci si deve domandare perché le donne scelgono il silenzio. La strada da prendere è quella di correggere gli errori di un sistema che dovrebbe ascoltarle e difendere i loro diritti e che invece, troppe volte, le condanna per aver detto l’indicibile.

Nadia Somma

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