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IL FATTO QUOTIDIANO

Il Fatto Quotidiano
28 05 2015

“Ora vi è un bosco, dove una volta vi erano i templi, i teatri, il foro”, scriveva nel XVI secolo Berardino Rota, feudatario di Frignano. Da allora l’area archeologica di Paestum è stata indagata, musealizzata, seppure escludendone delle parti.

Proprio come accaduto per il santuario extra urbano di Afrodite, su un lato della Sp. 276, poco aldilà del parco archeologico.
Si vede poco delle strutture antiche sulle quali nel 1908 la Cirio ha costruito uno stabilimento. A quell’irragionevole obliterazione nel 2005 la Soprintendenza archeologica ha posto rimedio. Rientrando in possesso dell’immobile. L’idea di procedere ad indagini archeologiche che permettessero di riscoprire il settore ancora ignoto del santuario, il primo step di un articolato progetto che prevedeva il riutilizzo degli spazi dell’ex stabilimento per un Museo. Sembrava un nuovo inizio. Così non è stato.

I fabbricati industriali in condizioni sempre più precarie, con la vegetazione che ha ricoperto gli spazi circostanti, utilizzati come discarica. Lo racconta in ‘La Città di Salerno’, Angela Sabetta che si era occupata della questione già nel giugno 2012. “Procederò con una denuncia, chiederò al sindaco Voza di avviare gli accertamenti per risalire ai responsabili dell’abbandono dei rifiuti”, sostiene Marina Cipriani, direttrice del Museo Nazionale e del Parco Archeologico. Insomma degrado e abbandono non sono un problema recente.

I più di 3 milioni di euro messi a disposizione dalla Regione Campania nell’ambito del POR-Progetti Integrati “Grande attrattore Paestum-Velia” per “Acquisizione, scavo e allestimento ex Cirio”, non hanno prodotto alcun risultato. A parte l’acquisto del complesso industriale. Del “progetto di recupero dell’immobile moderno per destinarlo a sede museale di esposizione delle necropoli e dei materiali del territorio di Paestum ed a sede di servizi connessi con il Parco archeologico” nessuna traccia. Le indagini archeologiche avviate nel 1984 e protrattesi fino al 1985, tutt’altro che concluse.

paestumUn progetto che, nello Studio di fattibilità del 2000-2001, prevedeva un impegno anche maggiore. Più di 9 miliardi di lire dei quali 2,745 circa per l’“Acquisizione edifici e aree industriali e demolizioni edifici”, 1,2 per “scavo archeologico, restauro e musealizzazione” e 3,485 per “ristrutturazione, allestimento museale e sistemazioni esterne”. Bocciate queste misure, ci si è “accontentati” degli oltre 3milioni di euro. Così nell’agosto 2013 si è siglato un protocollo d’intesa tra il Comune di Capaccio e la Soprintendenza per i Beni archeologici di Salerno, che assegnava all’organo di tutela il compito di progettare e realizzare gli interventi relativi alla rifunzionalizzazione dell’ex Cirio.

Che intanto continua ad essere anche un’area di sosta comunale, inutilizzata. In attesa che si realizzi, con 4,5 milioni di euro di fondi comunali il sottopasso ferroviario per collegare parcheggio e città antica. Opera autorizzata dalla Soprintendenza ma avversata da Legambiente. Il prossimo 27 maggio la mobilitazione promossa dalla testata “Voce di strada”, alla quale ha aderito anche il Comune, permetterà di liberare dalle sterpaglie l’area archeologica. Per tutto il resto ancora in sospeso non resta che aspettare.

“Finalmente, incerti, se camminavamo su rocce o su macerie, potemmo riconoscere alcuni massi oblunghi e squadrati, come templi sopravvissuti e memorie di una città una volta magnifica”. Così appariva Paestum a Goethe, nel 1787. Non è cambiato poi molto da allora.

Manlio Lilli

Il Fatto Quotidiano
25 05 2015

L'aggressione è avvenuta nella sala scommesse in cui la 55enne lavorava. Il trentenne, secondo i carabinieri, era convinto che fosse lei a osteggiare la sua storia con un'altra amica. Contro di lui, nell'ultimo anno, le due donne avevano presentato numerose denunce

Le ha gettato l’acido sul volto perché la riteneva colpevole di ostacolare l’avvio della sua relazione con un’amica di lei. Lo ha fatto mentre la vittima dell’aggressione, una donna di 55 anni, si trovava al lavoro, in una sala scommesse della Snai, nel centro di Livorno. Ora Davide Vecchio, livornese, 30 anni, è stato arrestato dai carabinieri e messo ai domiciliari su disposizione del magistrato. Secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine quello di ieri, 24 maggio, è stato solo l’ultimo episodio di una serie di persecuzioni e minacce iniziata un anno fa, già finite in numerose denunce presentate da entrambe le amiche.

Vecchio, secondo i carabinieri, si è presentato nel centro scommesse di piazza Attias intorno alle 22. Qui la donna si trovava in compagnia dell’amica di cui il giovane si è invaghito, una 38enne di Castellina Marittima (in provincia di Pisa). Il trentenne si è scagliato contro la 55enne e le ha gettato sul volto dell’acido muriatico. Poi è fuggito a piedi, mentre la vittima è stata immediatamente soccorsa e trasportata in ospedale dove le sono stati riscontrati problemi alla cornea e ustioni di primo grado al volto per una prognosi di 25 giorni. I carabinieri, nel frattempo, si sono messi sulle tracce di Vecchio e lo hanno bloccato poco dopo nella sua abitazione.

Stando alla ricostruzione dei carabinieri l’aggressore si era già rivolto alla donna circa un anno fa. Le avrebbe chiesto di aiutarlo a convincere l’amica 38enne ad iniziare una relazione sentimentale. Non era però corrisposto. Da qui la rabbia di Vecchio culminata nell’episodio di domenica.

Il Fatto Quotidiano
25 05 2015

Sono più di un milione i genitori senza posti di lavoro. Lo dice l’Istat che ha incrociato i dati sulla situazione familiare con quelli relativi alla condizione lavorativa, comprendendo nell’indagine i genitori che si trovano nella fascia d’età tra i 25 e i 64 anni. I numeri fanno riferimento alla media del 2014, che vede il fenomeno in crescita: l’anno scorso, infatti, si è registrato un aumento della partecipazione al mercato del lavoro, tanto che un pochino sono aumentati anche gli occupati.

Il set di tabelle pubblicato dall’Istituto di statistica (si tratta di dati che escono ogni anno in questo periodo) mette in connessione “casa” e “lavoro” e per il 2014 le cifre parlano precisamente di 1 milione e 182mila mamme e papà over25 a caccia di un impiego. Di questi 1 milione e 36mila (87,65%) vivono con il coniuge o il convivente, mentre 146mila (12,35%) risultano monogenitori. Sono più donne (628mila, il 53,13%) che uomini (554mila, il 46,87%), una differenza che risalta soprattutto quando si analizzano i nuclei con un solo capofamiglia (128mila madri sole).

Guardando il 2013, il numero di genitori disoccupati sale (+6,2%), tuttavia aumentano di qualcosa anche quanti un posto ce l’hanno (+0,5%). C’è infatti un ampliamento delle forze lavoro, ovvero del tasso di attività, che tocca sia le famiglie monogenitore sia le coppie con figli. Tutto ciò è quindi in linea con l’andamento del mercato del lavoro. E pari pari sulla categoria genitori disoccupati si riflettono anche i divari territoriali (circa la metà risiede nel Mezzogiorno).

Il Fatto Quotidiano
22 05 2015

Pubblichiamo il reportage di Ferruccio Sansa dalla Comunità di San Benedetto al Porto realizzato in occasione dell’uscita di Il Gallo Siamo Noi, scritto da Viviana Correddu, ex tossicodipendente tirata fuori dalla droga grazie al lavoro del prete genovese e dei suoi operatori (Chiarelettere 2015). Il libro racconta il suo persorso di liberazione e il ritorno a una vita “normale”. La prefazione è di Vasco Rossi.

La Liturgia delle Ore, con la copertina di pelle consumata che ti pare di vederci il segno delle dita è lì, sulla scrivania. Pronta per essere aperta. Insieme con una bandiera della pace appesa alla lampada. Accanto un crocifisso di metallo e un altro, di stuzzicadenti, fatto da Maurizio Minghella. Proprio il serial killer di donne e prostitute ancora in carcere. Poi alla parete la lavagnetta bianca con un messaggio a pennarello rosso che pare scritto ieri sera: “Pregare e fare le cose giuste tra gli uomini”.

Davvero sembra che Andrea Gallo possa rientrare nel suo studio da un momento all’altro. Che possa sedersi sulla sedia tutta consumata, rimediata chissà dove, e riprendere la sua missione.

Lo senti quasi fisicamente, forse per quel portacenere dove don Andrea posava i suoi sigari e dove trovi ancora un po’ di cenere. Oppure guardando la brandina tutta sbilenca con la coperta di iuta pronta per essere usata, come faceva lui quando dopo una notte a leggere, scrivere lettere su lettere, pregare si lasciava andare per qualche ora di sonno.

Ma è soprattutto il tepore, la luce della primavera di Genova che preme sui vetri che ti fa sentire ancora la vita in questa minuscola stanza. Così disadorna che sembra fatta apposta per mettere in risalto la grandezza di altre cose e dell’uomo che ci è passato.

Il Gallo siamo noi cover-280Il Gallo non rientrerà più in questa stanza, sono già passati due anni, te lo ricorda l’orologio di plastica rosso appeso sopra la porta. Tic tac, tic tac, il tempo non si è fermato mai dal 22 maggio 2013 quando proprio su quel lettino Andrea si spense. In poche ore, come per non dare troppo disturbo e pena. Erano appena le otto del mattino che lui, mentre tirava il respiro con i denti, spalancò gli occhi.

Sapeva che la fine era vicina, vicinissima, eppure accolse gli amici, il cronista, con uno sguardo che insieme sembrava comprendere questo mondo e qualcosa oltre. Stringeva la mano prendendo chissà dove le forze quasi fosse lui a doverti consolare della propria morte. Sì, qualcosa è rimasto nella stanza affacciata sul porto, il calore che senti non è soltanto quello della stagione.
Erano in tanti, quel giorno a temere. Per Andrea, certamente, ma anche per la sua Comunità, per quei ragazzi – centinaia – che nella Comunità di San Benedetto al Porto trovano un approdo in ogni tempesta. Bastava bussare e il pesante portone di legno si apriva, sapevi di essere accolto e non giudicato. Sempre. Comunque.

Il Gallo non c’è più, non fisicamente per lo meno, ma il suo gruppo ha resistito. È vivo. È da poco passata l’alba e già senti che al piano di sopra qualcuno si è alzato. Sono don Federico Rebora, l’altra metà del Gallo, che ha condiviso in silenzio decenni di impegno e oggi a 87 anni non intende abbandonare la casa di San Benedetto. Oppure Domenico Mirabile, che gira per il mondo, va e viene dalla Repubblica Domenicana, ma poi sempre qui. E alle nove, potete starne certi, arriverà la Lilli. Nella Comunità, ma in mezza Genova, basta dire il suo nome. A Gallo e ai suoi ragazzi ha dedicato ogni giorno della vita, fino, sembrerebbe, a dimenticarsi della propria.

Non è cambiato nulla nella casa, entri e trovi il pavimento di ardesia e marmo consumati, dove ti sembra ti vedere i passi di migliaia di persone. Anche il tuo. Tutti entrati con i loro dolori e usciti quasi sempre consolati. Almeno dalla certezza di non essere soli. Di aver qualcuno che aveva cura di loro. Li pensava.

Tutta Genova è passata di qui, e non solo. Volti noti, da Fabrizio De André a Vasco Rossi e Fiorella Mannoia, fino a mille e mille giovani sconosciuti. Tutti uguali, tutti subito amici. Bastava uno sguardo per riconoscersi uomini e donne.

Chi temeva che senza il Gallo si perdessero non aveva capito. San Benedetto al Porto c’è ancora, nonostante tutto. Resiste questa casa con le altre due comunità, quella di Mignanego alle spalle di Genova e l’altra di Frascaro, nell’alessandrino, dove i ragazzi lavorano e piano piano si ritrovano.

Poi i quattro alloggi protetti con i loro ospiti. In tutto sono quasi cento persone. Più trenta dipendenti che mandano avanti la macchina. La distribuzione degli indumenti, il lavoro in carcere, i gruppi per i genitori, l’accoglienza e l’assistenza, funziona tutto come prima, con la stessa anarchica precisione del Gallo.

“Per il secondo anniversario della scomparsa del Gallo – ricorda Megu Chionetti – abbiamo organizzato due giorni di iniziative”. Il primo giorno, giovedì, si sono trovati a Palazzo Ducale alle 21 per un incontro titolato: “L’Italia ripudia la guerra?”. Poi, oggi, 22 maggio, dalle 17 in poi tutti in piazza don Andrea Gallo.

Chissà che faccia avrebbe fatto lui, il Gallo, a sapere che gli avrebbero dedicato una piazza. Ma sarebbe stato contento sapendo che era nel centro storico, proprio accanto alla via del Campo di De André. Saranno in tanti, ci sarà anche Moni Ovadia. E speriamo che vengano i genovesi che dopo la morte di Andrea, uno degli ultimi padri della città, si sentono più soli.

Intanto un’altra giornata è cominciata, la città si è risvegliata, senti le auto che corrono sulla sopraelevata che passa davanti alla finestra del Gallo, i rumori del porto; vedi le navi che arrivano e partono senza sosta. C’è il mondo fuori, ma Andrea era riuscito a farlo entrare anche qui. In queste stanze così spoglie, con quell’odore inconfondibile di corpi, cibo, vita.

Si va avanti, allora come oggi. Fino a sera, fino alla riunione dei ragazzi che mandano avanti la Comunità. Si rivedono nello studio di don Andrea, tra i suoi libri, in mezzo ai suoi oggetti. Nella stanza sempre uguale che però non è stata trasformata in un mausoleo. Lui non avrebbe voluto. Andrea che il 22 maggio, quando la morte è arrivata, si è fatto trovare ancora vivo, con gli occhi aperti e la stretta forte della mano.

I suoi amici oggi parlano del futuro, dei nuovi progetti, delle difficoltà da superare. Ma ce la faranno, non hanno dubbi.

Dalla finestra si vede la Lanterna che illumina la notte sempre con lo stesso ritmo: un lampo, cinque secondi, un lampo, quindici secondi.

Il simbolo di Genova. Ma anche certi uomini, pur così fragili, sanno portare una luce, indicare la strada verso un porto.

Ferruccio Sansa

Il Fatto Quotidiano
21 05 2015

“Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate” sarebbe la frase perfetta da consegnare come ricevuta a chi decide di iscriversi al collocamento mirato delle categorie protette (Legge 68/99) nella Città Metropolitana di Napoli che comprende una serie vastissima di Comuni tra il capoluogo partenopeo e la sua provincia.

Parlando con molti amici disabili, tutti o quasi mi fanno sempre le stesse domande: Gianluca, come posso iscrivermi al collocamento disabili?, oppure, sai quanti iscritti ci sono in Campania? Secondo te mi conviene andare via da Napoli?

Domande alle quali sinceramente non so rispondere, o meglio, non sapevo rispondere, finché un giorno non mi sono messo all’opera ed ho cominciato una piccola indagine per conto mio. Da buon blogger e da tenace atleta ho intrapreso una sfida personale, quella di venire a capo di un enigma tutto italiano per riuscire a dare almeno una risposta a coloro che mi chiedono informazioni. Come se io fossi l’oracolo del sapere universale, cosa che non sono.

Per non tradire i miei buoni amici anche quelli della rete, ho preso il mio telefonino ed ho chiamato la Direzione delle Politiche del Lavoro della Provincia di Napoli (Città Metropolitana), con somma sorpresa sono riuscito a parlare con un gentile funzionario che, in mancanza di un dirigente da poco andato in pensione (sono in attesa di una nomina di uno nuovo) mi ha spiegato e mi ha dato dati interessanti che mi hanno in parte scioccato.

82mila sono i disabili iscritti ad oggi nella sola Napoli e Provincia, anche se le graduatorie sono bloccate al 2009 (la legge imporrebbe la pubblicazione annuale) ci sono nei terminali gli aggiornamenti in tempo reale, quindi, se un Ente Pubblico ci chiede ad esempio 100 persone noi siamo in grado di fornirgli dati aggiornati al 2015. Continuando la telefonata, lui mi dice, avevamo pubblicato le graduatorie ma abbiamo avuto un problema tecnico, pertanto abbiamo anche avviato una campagna di informazione per invitare tutti i vecchi iscritti ed i nuovi ad aggiornare i loro dati all’interno del portate della Città Metropolitana che si chiuderanno il 29 maggio 2015 alle ore 13.00, subito dopo, vi sarà la pubblicazione della nuova graduatoria.

Continuando la conversazione, con dovizia di particolari, mi ha esposto la realtà del quadro dei fatti, comunicandomi che ad oggi le persone che si avviano al lavoro sono quelle iscritte nelle liste al 1992! La mia domanda è stata spontanea, ho chiesto come mai tutto ciò, la risposta è stata semplice, gli Enti Pubblici che fanno richiesta di dipendenti per la copertura delle percentuali previste dalla Legge 68/99 sono saturi, pertanto da una mia semplice deduzione si comprende che bisognerebbe aspettare che i dipendenti disabili che negli ultimi anni hanno riempito le riserve, vadano in pensione: sì, ma tra 30 anni.

Cari lettori, questa mia piccola indagine mi ha fatto scoprire una realtà sconcertante che apre ad altre riflessioni e sulle quali bisognerebbe iniziare a scrivere tanto, purtroppo se ne parla poco, si parla dei disabili solo quando c’è da mettere in risalto le truffe che avvengono ai danni dello Stato da parte di finti invalidi che rubano quella misera pensione di 200 euro al mese e quell’ancor più misero assegno di accompagnamento di circa 500 euro circa al mese per una vita fatta di stenti.

Se è vero che gli enti pubblici sono saturi, l’unica speranza resta il settore privato, questo, infine “pare” faccia approvvigionamento di personale attraverso le società interinali o attraverso chiamata nominativa.

Purtroppo in Italia l’attenzione politica verso questi cittadini si ferma al varo di una legge, la 68/99, che forse non ha prodotto e mai produrrà le finalità che si erano posti i legislatori, e anche vero che i disabili in Italia hanno sforato i 3 milioni, pertanto credo che in un Paese civile una politica seria dovrebbe attivare un’azione concreta di discussione anche con organi come Confindustria ed altre importanti rappresentanze, presentando il mondo dei disabili in cerca di lavoro non come dei cittadini da parcheggiare con uno stipendio ma di persone attive, che vanno valutate secondo un curriculum che spesso li pone al di sopra delle media culturale italiana, bisogna far capire a chi può assumere di raccogliere ricchezza, idee e forza di volontà e non dei parassiti.

Il mondo sta cambiando i disabili stanno cambiando, ora tocca alla politica e ora di avere un ruolo attivo in difesa di noi disabili, mi ci metto anche io anche se ho scelto una vita libera indipendente e slegata dall’assistenzialismo statale che mi avrebbe condannato a vivere una vita non vita. Gli stessi amici diversamente abili devono sganciarsi dall’idea di vivere con una pensione, devono con coraggio fare un passo avanti, vivere la vita e mettersi in gioco. Peccato che la politica regionale campana che ci ha governato in questi ultimi anni abbia fatto finta che il problema non esistesse.

Gianluca Attanasio

Il Fatto Quotidiano
18 05 2015

“Il trafficante aveva tre donne eritree. Le ha violentate, loro piangevano. È successo almeno due volte”.

“Ci hanno portato fuori da Sabha, nel deserto. Hanno legato mio marito a un palo per le mani e le caviglie e mi hanno stuprata davanti ai suoi occhi. Erano in tutto 11”.

“Arrivavano, ci rubavano i soldi e ci frustavano. Non potevo far presente alla polizia il mio credo cristiano perché quelli come noi non gli piacciono. Nell’ottobre 2014 sono stato sequestrato da quattro uomini armati che si erano accorti che avevo con me una bibbia”.

“Ci picchiavano coi tubi di gomma dietro le cosce, non risparmiavano neanche le donne incinte. Di notte entravano nelle nostre stanze e cercavano di stare con noi. Alcune di noi sono state stuprate e una è rimasta incinta. Ecco perché ho deciso di partire per l’Europa: ho sofferto troppo in prigione”.

Queste testimonianze sono contenute in un rapporto recentemente pubblicato da Amnesty International sulla Libia. Sono le parole di migranti e rifugiati che nel paese nordafricano vanno incontro a stupri, torture e sequestri a scopo di riscatto da parte dei trafficanti, allo sfruttamento sistematico ad opera dei datori di lavoro, alla persecuzione religiosa e ad altri abusi da parte di gruppi armati e bande criminali.

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L’assenza di sicurezza, l’inesistenza del minimo segno di uno stato di diritto, le condizioni inumane dei centri di detenzione, la guerra tra gruppi armati per il potere rendono evidente quanto sia pericoloso oggi vivere in Libia: per tutti, ma soprattutto per i migranti e i rifugiati, i quali senza percorsi legali per fuggire e cercare salvezza e con la progressiva chiusura dei confini terrestri con Tunisia ed Egitto, sono costretti a mettersi nelle mani dei trafficanti, che li sottopongono a estorsioni, attacchi e altri abusi.

Ad attraversare il Mediterraneo sono persino comunità di migranti che vivevano in Libia da anni e, naturalmente, numerosi richiedenti asilo politico in fuga dalla Siria e dal Corno d’Africa.

I migranti e i rifugiati di fede cristiana sono tra quelli più a rischio di subire violenze da parte di quei gruppi armati che intendono applicare la loro interpretazione della legge islamica. Cristiani provenienti da Nigeria, Eritrea, Etiopia ed Egitto sono stati rapiti, torturati, uccisi e perseguitati a causa della loro religione. Ultimamente almeno 49 cristiani, per lo più provenienti dall’Egitto e dall’Etiopia, sono stati decapitati o fucilati in tre esecuzioni sommarie di massa rivendicate dal gruppo Stato islamico.

L’incubo non inizia in Libia, ma molto prima.

Lungo il viaggio, i migranti e i rifugiati subsahariani, compresi i minori non accompagnati, vengono rapiti a scopo di estorsione. Durante la prigionia, vengono torturati per costringere loro o le loro famiglie a pagare un riscatto. Coloro che non sono in grado di pagare vengono sfruttati e spesso ridotti in schiavitù: obbligati a lavorare senza compenso, aggrediti e derubati.

Le donne, soprattutto quelle che viaggiano sole o senza parenti maschi, rischiano più di ogni altra persona di essere stuprate dai trafficanti o dalle bande criminali. Le donne rapite durante il viaggio e non in grado di pagare il riscatto vengono obbligate a fare sesso in cambio del rilascio o del permesso di proseguire.

Una volta entrati in Libia, non è raro che i trafficanti cedano i migranti e i rifugiati a bande criminali che operano nel deserto o nei principali centri di transito come Sabha, nella Libia sudoccidentale, o Ajdabya, nella Libia orientale.

Prima d’imbarcarsi per il Mediterraneo, i migranti e i rifugiati vengono sottoposti a maltrattamenti da parte dei trafficanti durante i mesi trascorsi nei cantieri degli edifici in costruzione o in abitazioni private, in attesa dell’arrivo di ulteriori “passeggeri”. I trafficanti gli negano acqua e cibo, li picchiano coi bastoni e rubano i loro beni personali.

I migranti e i rifugiati in Libia vanno anche incontro a periodi di detenzione a tempo indeterminato nei centri per migranti, le cui condizioni sono terribili e in cui la tortura è la regola. La maggior parte di loro viene arrestata per ingresso irregolare nel paese o reati simili. In questi centri si trovano anche coloro che vengono catturati a bordo delle imbarcazioni intercettate dalla guardia costiera locale.

Le donne detenute nei centri per migranti hanno denunciato molestie e violenza sessuale. Una testimone ha raccontato ad Amnesty International che i responsabili di un centro hanno picchiato a morte una donna incinta.

La comunità internazionale è stata a guardare la Libia discendere nel caos dopo la fine dell’intervento militare della Nato del 2011, consentendo alle milizie e ai gruppi armati di prendere il sopravvento. Gli stessi leader che promossero l’azione militare per porre fine al regime di Gheddafi (e che non ne escludono un’altra) paiono ignorare una delle conseguenze del loro operato: il crescente numero di migranti e rifugiati in fuga dal paese, per di più obbligati a farlo in quello che è l’unico modo lasciato a loro disposizione: la barca dei trafficanti.

L’Agenda della Commissione europea sull’immigrazione, approvata mercoledì scorso, al massimo allevierà di poco questa situazione.

Il Fatto Quotidiano
15 05 2015

“Assillare costantemente il coniuge con continui comportamenti ossessivi e maniacali ispirati da gelosia morbosa è un maltrattamento“. Lo ha stabilito la Cassazione, che ha annullato l’assoluzione dall’accusa di maltrattamenti per un uomo siciliano che faceva pressione sulla moglie in tutti i modi affinché abbandonasse il lavoro di assistente di volo in quanto – a detta del marito – “non adatto a donne per bene”.

L’uomo era stato assolto nel maggio 2014 mentre nei suoi confronti la Corte d’appello di Palermo aveva convalidato la condanna per stalking a causa di alcuni sms alla consorte, testimoniati dalla stessa vittima e dai suoi parenti. Il giudice di merito sosteneva l’assoluzione in considerazione di una “vita di coppia caratterizzata da animosità” e la mancata “consapevolezza del soggetto di causare alla moglie un turbamento psichico e morale”.

La Cassazione si è però focalizzata nuovamente sugli atteggiamenti dell’uomo, rilevati dal Tribunale. Ovvero: “continui comportamenti ossessivi e maniacali, quali l’insistente contestazione di tradimenti inesistenti, la ricerca incessante di tracce di relazioni extra-coniugali con ispezione costante del telefono della donna, la verifica degli orari di rientro a casa e il controllo degli spostamenti”. Questo modo di agire avrebbe provocato nella moglie “importanti limitazioni e condizionamenti nella vita quotidiana e nelle scelte, nonché un intollerabile stato d’ansia“. Gli atteggiamenti eccessivamente gelosi tenuti dall’uomo sono stati giudicati attinenti alla “vessazione psicologica“, punita dall’art. 572 del codice penale con la reclusione da due a sei anni.

La vicenda di questa coppia non è però conclusa, perché il marito ha ottenuto la riapertura dell’istruttoria dibattimentale. L’uomo ha specificato infatti nuovamente che la denuncia della moglie era giunta successivamente alla presentazione del conto da 300mila euro nella causa civile che lui aveva intrapreso contro i suoceri “per il mancato pagamento delle retribuzioni quale dipendente della loro società”. La Cassazione ha pertanto specificato come questo particolare possa evidenziare “la sussistenza di motivi di astio dell’accusante e dei suoi familiari chiamati a deporre a riscontro, nei confronti dell’imputato” e non può di conseguenza essere considerato elemento ininfluente ai fini della valutazione di attendibilità della donna.

Il Fatto Quotidiano
14 05 2015

In studio c’era Matteo Salvini, il leader della Lega Nord. Il programma: Quinta colonna. Il giornalista intervista un Rom che dice “da cento anni facciamo truffe per vivere”. Ovviamente di spalle, ovviamente senza nome, ovviamente provvisto di documenti “ufficiali” sulla sua attività di truffatore che esibisce a beneficio di telecamera. Tutto finto: la jeep al centro della presunta truffa era dell’operatore al seguito del giornalista di Quinta colonna. In studio Salvini si indigna. Lo denuncia Striscia la Notizia, trasmissione di Canale 5 che demolisce la credibilità di un altro programma Mediaset, visto che Quinta colonna va in onda con buoni ascolti su Rete 4.

Mediaset ha scaricato subito il giornalista. Pochi giorni fa anche Striscia la Notizia ha licenziato due dei suoi inviati più famosi, Fabio e Mingo, per un servizio in cui un falso avvocato era impersonato da un attore. I due si difendono, la vicenda avrà strascichi legali. Nei mesi scorsi Servizio Pubblico su La7 ha attaccato un’altra trasmissione Mediaset, Mattino 5: ai giornalisti di Michele Santoro la giovane Rom che si era vantata su Canale 5 di rubare 1000 euro al giorno racconta che ha preso 20 euro per dire quelle cose. Anche qui sembra tutto finto. Anche qui c’è Salvini in studio che nel servizio trova argomenti per dire che bisogna “radere al suolo” i campi Rom.

Le battaglie legali faranno il loro corso, ma due cose sembrano ovvie. Primo: la credibilità dell’informazione Mediaset è seriamente messa in discussione (anche se la denuncia di Striscia è un modo per evitare che qualche errore sporchi l’immagine della trasmissione che vuole dimostrarsi così agguerrita da denunciare i colleghi della stessa azienda). Per una volta il problema non è la proprietà di Silvio Berlusconi. La questione sembra diversa. Se la realtà non è quella che si vorrebbe raccontare, invece che adeguare il racconto si cambia la realtà. Secondo punto, più serio: l’emergenza Rom, così come la rabbia degli italiani verso gli immigrati e dunque l’avanzata della Lega Nord nei sondaggi sono costruiti negli studi televisivi. Non è il Paese che va verso destra, ma le tv che spingono i loro telespettatori verso i leader più populisti e xenofobi.

Mediaset e, chissà, l’ordine dei giornalisti prenderanno provvedimenti. Ma il tema resta. Quanti di voi lettori hanno avuto problemi con i Rom? Una percentuale da zero virgola. E quanti sono terrorizzati dall’arrivo dei migranti che invadono le nostre quiete città? Credo pochi. Eppure a guardare i talk show sembra che tutta l’Italia sia assediata da feroci immigrati e violentissimi Rom. I programmi televisivi hanno potere di “agenda setting”, cioè di imporre le priorità. Molti talk hanno abusato di questo potere e, invece che raccontare la realtà, hanno cercato di costruirla attorno alle loro esigenze.

Il ragionamento seguito di solito nel preparare le puntate pare questo: Matteo Renzi è l’unico politico che conta, ma è il premier e non si concede sempre. Ci sarebbe Beppe Grillo ma non viene in studio. Non resta che Salvini, l’unico che può vivacizzare il dibattito. Ma Salvini ha un unico argomento di conversazione, dopo il fallimento del federalismo, l’abbandono della secessione e gli scandali interni alla Lega che le impediscono di denunciare la corruzione. Salvini parla solo di Rom e immigrati. Quindi bisogna costruirgli la puntata su misura, con un bel servizio su qualche Rom cattivo e possibilmente un po’ di onesti cittadini incazzati che nascondono il loro becero razzismo dietro un perverso senso civico (come ha ben raccontato Zerocalcare nel suo fumetto su Repubblica di domenica). A quel punto mezza trasmissione sarà su un’emergenza inesistente e sulle paranoie di alcuni squilibrati schiumanti rabbia. Unica variante consentita: invitare Giorgia Meloni, che guida un partito composto praticamente da lei stessa e votato da pochi suoi parenti ma che ha più spazio in tv di Alfano, Grillo, Passera e Mattarella messi insieme.

Quando la realtà osa complicare il racconto semplificato “immigrati cattivi-italiani preoccupati-diamo-voce-alla-pancia-del-paese”, c’è qualche turbamento che viene presto riassorbito. Ricordate i servizi su Tor Sapienza e le presunte rivolte popolari contro i terribili rifugiati che molestavano e forse stupravano gli onesti romani? Con le inchieste su Mafia Capitale si è scoperto che il vero scandalo dell’immigrazione sono gli italiani che rubano i soldi allo Stato e agli stessi immigrati, con la gestione di un servizio di assistenza che rasenta la tortura.

Gli italiani, e i loro talk, dovrebbero indignarsi contro altri italiani, contro le cooperative che gestiscono i centri di accoglienza, contro i politici corrotti che cercano di avere quanti più immigrati possibili per far fare soldi agli amici degli amici e poi fare campagna elettorale contro l’invasione. E invece no. Si preferisce costruire e deformare la realtà invece di raccontarla, forse nella convinzione che lo spettatore televisivo sia interessato soltanto alla ripetizione eterna dello stesso discorso della paura fatto dagli stessi (due) politici.

Si potrebbero anche ipotizzare teorie più complottistiche: un Paese più spaventato è più facile da governare e da dirigere, magari qualcuno a Mediaeset ha pensato che la destra di Berlusconi ci guadagnasse qualcosa, chissà. Ma dubito.

Tendo più a pensare che ci sia una specie di catena emulativa infinita: un talk ha il Rom che ruba l’auto, un altro vorrà il Rom che rapisce i bambini, quello successivo la ronda di Casapound o in alternativa un terrorista che vuole sgozzare donne occidentali, meglio ancora l’Imam che progetta di far esplodere il Vaticano.

L’informazione televisiva di questa stagione che si sta chiudendo non lascia rimpianti.

Le eccezioni ovviamente ci sono e sono anche tante (memorabile un servizio delle Iene, per stare sempre a Mediaset, che raccontava le rivolte di Tor Sapienza dal punto di vista degli immigrati terrorizzati e sotto assedio). Ma il rumore di fondo creato nei talk con questi ossessivi servizi sui Rom pericolosi, gli immigrati minacciosi e gli italiani razzisti e terrorizzati, ha resto questo Paese indubbiamente peggiore.

L’unico che ne ha tratto beneficio è Matteo Salvini. Di Giorgia Meloni, stando ai sondaggi, gli italiani sembrano curarsi molto meno che gli autori televisivi.

Magari, nella prossima stagione di talk, vedremo meno finti Rom e più realtà.

Stefano Feltri

Il Fatto Quotidiano
14 05 2015

C’è chi parla di “cappello politico”, chi di “strumentalizzazioni”, e chi sottolinea che “tutti debbono poter protestare per i propri diritti, ma poi ci sono anche i doveri”. Ha sollevato un polverone a Bologna tra le fila del centrosinistra la manifestazione nazionale dei Rom e dei Sinti, che sabato 16 maggio, a 70 anni dalla ribellione nel lager di Birkenau, sfilerà per le strade della città capoluogo dell’Emilia Romagna. Se, infatti, Fratelli d’Italia, Forza Italia e Forza Nuova sono pronti a contestare il corteo, anche all’interno della coalizione democratica c’è chi critica l’operato del Comune capitanato dal sindaco Pd Virginio Merola. Soprattutto a causa della posizione assunta dall’assessore al Welfare, la vendoliana Amelia Frascaroli, secondo qualcuno “troppo impegnata in prima persona” affinché l’appuntamento di sabato si svolga nella maniera migliore possibile. Causa della lite in casa Pd, infatti, è una riunione convocata nei giorni scorsi dall’assessore con i presidenti dei quartieri bolognesi che ospitano campi Rom e Sinti, secondo Frascaroli già in programma da tempo, ma per qualcuno “un invito rivolto alle altre istituzioni a prendere parte all’evento che denota troppo protagonismo”.

Capofila del fronte dei ‘critici’ è il renziano consigliere regionale Giuseppe Paruolo, secondo cui il ruolo di primo piano assunto da Frascaroli nell’organizzazione della manifestazione è in realtà “un cappello politico istituzionale imposto all’appuntamento”. “Io sono assolutamente a favore di un atteggiamento di accoglienza – sottolinea Paruolo – ma non vedo la necessità di protagonismi”. Più o meno le parole usate anche dal vicepresidente della Regione Emilia Romagna Elisabetta Gualmini, a sua volta critica rispetto alla posizione dell’assessore al Welfare di Palazzo Re Enzo, “una strumentalizzazione”. “E’ giusto che Rom e Sinti manifestino e che noi ascoltiamo le loro richieste – punta il dito Paruolo – ma mettersi, come Comune, a organizzare il corteo è un passaggio ulteriore di cui non mi sembrava ci fosse la necessità, e comunque se ne poteva discutere prima. Altrimenti significa che c’è chi ci vede qualcosa di specifico nella manifestazione, e non mi è chiaro se le rivendicazioni espresse debbano essere promosse”.

Critiche a cui la stessa Frascaroli ribatte difendendo il proprio operato. “Io non sto organizzando le masse perché vadano al corteo – precisa a ilfattoquotidiano.it – da almeno un mese avevamo in programma un incontro con i presidenti dei quartieri che ospitano le aree di sosta per incontrare i residenti e discutere assieme degli episodi che si sono verificati, dall’aggressione all’auto di Matteo Salvini fino a quella del consigliere di Forza Italia. Volevamo fare il punto, e capire come aiutare Rom e Sinti, visto che il clima non è dei migliori”. L’incontro con una delegazione della comunità sinta, promotrice dell’appuntamento del 16 maggio, a cui era stata invitata anche la presidente della Camera, Laura Boldrini (ma alla fine verrà il senatore Pd Luigi Manconi), precisa quindi Frascaroli, “è stato un momento di confronto. Affinché la manifestazione parli, non di accoglienza, perché queste comunità sono italiane da generazioni, ma di convivenza, così come ci richiede la nostra Costituzione. Trasmettendo quindi alla città e al paese un messaggio sul tema della convivenza civile e pacifica”.

Ma anche i presidenti dei quartieri presenti alla riunione, tutti in quota Pd, hanno espresso qualche perplessità sulla posizione dell’assessore al Welfare. Come Nicola De Filippo, Borgo Panigale, che ospita un campo Rom da sei piazzole, per un totale di circa 70 – 80 persone. “Quando parliamo di diritti tutti devono poter manifestare, però, come per tutti italiani, anche queste comunità hanno dei doveri. Quindi bene il corteo per rivendicare i propri diritti, ma non dimentichiamoci dell’altra faccia della medaglia”. Un esempio lo fa Daniele Ara, presidente del Quartiere Navile, che attualmente ospita un campo Sinti provvisorio da 58 persone. “In questi anni non ci sono stati particolari problemi con i residenti, anche se qualcuno usa queste comunità per farsi campagna elettorale. Tuttavia è vero che sono pochissimi i Sinti del campo che pagano le utenze. Il campo del Navile non ha un contatore intestato, paga il Comune che poi va riscuotere. Solo che si fa fatica”.

Annalisa Dall'Oca

Il Fatto Quotidiano
13 05 2015

L'edificio era stato occupato nel marzo 2014 da circa 50 persone. Il sindaco Merola ha firmato un'ordinanza urgente chiedendo di riallacciare le utenze nonostante questo vada contro il piano Casa. E ora i parlamentari democratici Zampa e Lo Giudice chiedono all'esecutivo di fare la stessa cosa nelle altre situazioni d'emergenza in Italia

Diritto a usare l’acqua, il gas e la luce per chi occupa uno stabile. Lo chiedono al governo Renzi i parlamentari del Pd e, per primi, quelli bolognesi (ed ex di area Civati) Sandra Zampa e Sergio Lo Giudice. A sostegno della loro richiesta portano la decisione presa i giorni scorsi dal Comune di Bologna che ha concesso il riallaccio dell’acqua agli occupanti di uno stabile in via De Maria.

L’intento dei parlamentari democratici è di neutralizzare l’articolo 5 del Piano casa nazionale e più precisamente del decreto legge 47 che impedisce i riallacci delle utenze e fare in modo, invece, che sia permesso “a chi occupa senza titolo un immobile di chiedere la residenza o l’allacciamento ai servizi primari, in modo da tutelare diritti costituzionali fondamentali come il diritto alla salute“. “Consentire l’accesso a beni primari quale l’acqua garantisce i diritti sanciti dalla Convenzione sui diritti del fanciullo di New York”, dicono. L’esortazione arriva da entrambi i rami del Parlamento e a dare l’input sono stati proprio il senatore Sergio Lo Giudice e la deputata Sandra Zampa che da subito avevano appoggiato la scelta del sindaco Virginio Merola e dell’assessore al Welfare Amelia Frascaroli in aiuto agli occupanti di via De Maria promettendo una battaglia in Parlamento e un pressing sul Governo per “mettere in atto un piano nazionale contro le nuove povertà a tutela dei soggetti più fragili e, in particolare modo, dell’infanzia”.

Lo stabile di cinque piani di via De Maria, a Bologna, era stato occupato a marzo del 2014 da circa 50 persone. Nel palazzo ora vivono 79 persone, tra cui 24 minori. Il taglio dell’acqua era arrivato a novembre del 2014. Il Comune aveva chiesto ad Hera, la società erogatrice del servizio, di rifornire quasi giornalmente gli occupanti con dei bidoni. I giorni scorsi, la svolta. Il sindaco Virginio Merola ha firmato un’ordinanza urgente in cui ha ingiunto ad Hera di riallacciare l’acqua in via De Maria, spiegando che prende atto dell’articolo 5 del Piano casa “che stabilisce che gli occupanti abusivi non possono richiedere l’allacciamento a pubblici servizi di energia elettrica, gas, servizi idrici e telefonia fissa” ma che questo divieto costituisce “un serio pericolo per la tutela della loro igiene e per la sanità pubblica, non potendo queste persone provvedere alla cura e all’igiene personale, oltre alla ancora più grave esposizione al pericolo delle persone fisicamente più deboli”. La decisione della giunta Merola ha avuto la piena approvazione di Sel, sua alleata in Comune, riavvicinando ulteriormente il Pd e i vendoliani in vista delle amministrative 2016.

I due parlamentari bolognesi hanno depositato interrogazioni sia a Palazzo Madama che a Montecitorio, chiamando in causa i ministri delle Infrastrutture, dell’Ambiente, delle Politiche sociali e e dell’Interno. Era stato l’assessore Frascaroli, per primo, che oltre a garantire che il Comune sarebbe stato pronto a rifare la scelta su via De Maria in casi analoghi, aveva chiesto al Governo un riconoscimento di quanto fatto e “di considerarci una situazione sperimentale e quindi rendere più flessibili alcuni vincoli amministrativi e burocratici che non permettono di mettere concretamente in avvio certe progettualità”. “Non è stato possibile finché c’era il ministro Lupi – aveva detto Frascaroli -, speriamo che con il ministro Delrio questa interlocuzione si possa aprire”. E ha sottolineato, a scanso di equivoci, che “l’articolo 5 del Piano casa è un articolo infame. Mi spiace che un governo di centro sinistra lo abbia approvato”.

Del tutto contrario al cambio di passo, invece, il centrodestra. Forza Italia ha chiesto al Governo di “censurare” l’amministrazione Merola” mentre per la Lega Nord: “Non è fomentando l’illegalità che si risolvono i problemi abitativi”. “Le Istituzioni che riallacciano utenze in abitazioni occupate sono passibili di denunce” avverte il capogruppo leghista in Regione Alan Fabbri, apostrofando la vicepresidente della Regione Elisabetta Gualmini che ha avallato il riallaccio dell’acqua in altri palazzi occupati. La Lega chiede anche che si neghino le case popolari a chi arriva da occupazioni abusive.

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