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IL FATTO QUOTIDIANO

Il Fatto Quotidiano
13 05 2015

La Camera ha cancellato il divieto di utilizzo della tecnologia che utilizza aria compressa per cercare gas e petrolio in mare, contenuto nel ddl sui reati ambientali. Niente più reclusione da uno a tre anni. Confindustria festeggia, gli ambientalisti gridano allo scandalo: "E' un favore alle compagnie che vogliono estrarre idrocarburi pagando royalties tra le più basse al mondo e creando pochissimi posti di lavoro"

Confindustria e le compagnie petrolifere festeggiano. Gli ambientalisti e l’opposizione si leccano le ferite e annunciano battaglia. La Camera, con un colpo di spugna, ha cancellato il divieto di utilizzo dell’air gun, la tanto discussa tecnologia che utilizza aria compressa per cercare gas e petrolio in mare, contenuto nel ddl sugli ecoreati. Niente più reclusione da uno a tre anni per chi fa uso di questa tecnica nei fondali marini. Con ben 353 voti favorevoli e solo 19 contrari, i deputati hanno dato parere positivo a tre emendamenti che annacquano il provvedimento. Ora il testo, già in discussione da 15 mesi, dovrà ripassare per il Senato, dove la maggioranza ha numeri instabili.

Sulle barricate ambientalisti e opposizione, secondo cui l’air gun provoca un impatto devastante sull’ambiente circostante. Anche quando sono stati trovati spiaggiati dei capodogli a Vasto, in provincia di Chieti, molti puntarono il dito sulle attività petrolifere in Adriatico. “Era la volta buona ma a pochi metri dal traguardo il governo cambia idea”, sostengono Legambiente e Libera. Le quali riferiscono che le compagnie petrolifere interessate all’uso dell’air gun, e che hanno presentato istanze di permesso di prospezione e di ricerca, sono in totale 17, di cui 12 straniere: cinque britanniche, tre australiane, due norvegesi, una irlandese e una statunitense. “Il governo ha inteso garantire gli interessi delle compagnie petrolifere che vogliono ricercare o estrarre idrocarburi dai nostri mari, pagando royalties tra le più basse al mondo e creando pochissimi posti di lavoro, salvaguardando la possibilità di ricorrere a uno strumento estremamente impattante”, denuncia Greenpeace. E ancora: “Siamo di fronte a una pura schizofrenia politica”, dicono i deputati della commissione Ambiente del M5S alla Camera. “Renzi cede alle lobbies dei petrolieri, in barba ai tanti cittadini che da anni chiedono che il Parlamento approvi una legge che punisca gli ecoreati”, rincara la deputata di Sel, Serena Pellegrino, capogruppo in commissione Ambiente a Montecitorio.

Ovviamente il governo difende la sua scelta. ”La Camera ha posto rimedio ad una aberrazione che avrebbe creato danni enormi non solo allo sviluppo dell’attività produttiva nazionale ma anche alla ricerca”, ha dichiarato il sottosegretario allo Sviluppo economico Simona Vicari. Nel corso di questo mese sul tema è intervenuto lo stesso premier Matteo Renzi dichiarando prima la volontà di eliminare dalla proposta l’articolo sull’air gun e, dopo, la disponibilità ad apporre se necessario la fiducia a Palazzo Madama.

Quel che è sicuro è che da quando è spuntata la norma anti air gun ha incontrato una forte contrarietà da parte di Confindustria e dei petrolieri. Non stupisce quindi che il presidente degli industriali, Giorgio Squinzi, si sia detto “soddisfatto” perché il testo “nella sua formulazione originaria avrebbe portato alla criminalizzazione dell’attività di impresa in quanto tale”.

Assomineraria, che raggruppa le società attive nel settore dell’estrazione di idrocarburi, ha messo in campo tutte le proprie energie per cancellarla. Il giorno primadel la nuova votazione alla Camera, il presidente del settore Idrocarburi dell’associazione Pietro Cavanna ha detto all’Adnkronos che vietare l’air gun “bloccherebbe 17 miliardi di euro di investimenti”. Investimenti che “sono già pronti” e che porterebbero “allo sviluppo di 700 milioni di tonnellate di petrolio equivalente, raddoppiando così la produzione nazionale che al momento soddisfa circa l’11% dei consumi arrivando al 22%”.

Lo scontro ora si sposta al Senato. Anche perché, oltre alla questione air gun, il provvedimento contiene una serie di altre norme contro i delitti ambientali su cui tutti restano vigili. Come quelle sull’inquinamento ambientale, sul disastro ambientale, sul traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, sull’impedimento del controllo, sull’omessa bonifica. In particolare sul “disastro ambientale”, Angelo Bonelli, portavoce dei Verdi, annuncia battaglia: è la norma “più vergognosa” perché “impedirà ai magistrati di aprire inchieste e, quindi, chiedere i processi per quelle grandi industrie che inquinano con autorizzazione dello Stato”

Il Fatto Quotidiano
04 05 2015

Ancora morti nel canale di Sicilia. Sono dieci i corpi di migranti recuperati al largo della Libia dai mezzi impegnati nelle operazioni di soccorso. A due settimane dal naufragio che ha causato oltre 750 vittime, ci sono altre vittime del mare nel tentativo di raggiungere l’Europa. I mezzi di soccorso nelle ultime 48 ore hanno intercettato decine di barconi e gommoni, salvando oltre 5.800 migranti.

Nelle acque sono impegnati diversi mezzi della Capitaneria di Porto, della Marina militare e imbarcazioni civili. Tre dei corpi ripescati in mare senza vita, morti probabilmente per gli stenti della traversata, erano a bordo di un gommone con 105 persone soccorso da un mercantile battente bandiera di Panama – che ha raccolto anche 107 persone che viaggiavano su altro gommone, che porterà a Taranto – a 45 miglia a nord est di Tripoli. Altri quattro cadaveri erano invece a bordo di un altro gommone con 73 migranti, soccorso dal mercantile Zeran a 35 miglia a nord est di Tripoli. Sul gommone c’erano anche altri due migranti le cui condizioni sono gravissime. Tre migranti sono morti lanciandosi dal gommone su cui stavano viaggiando nel tentativo di raggiungere un rimorchiatore che si stava avvicinando per i soccorsi. Il gommone, con 80 persone a bordo, è stato intercettato a 35 miglia a nord di Zhuwara. Quando hanno visto i soccorsi, le tre persone si sono buttate in acqua.

Abbatto i muri
30 04 2015

Dibattito infuocato attorno al tema della prostituzione. Sui social incombono i toni di abolizioniste che stanno compiendo una crociata per la fine di quello che loro chiamano ‘sistema prostituente’. Punizione per i clienti, boicottaggio delle attività delle sex workers, invisibilizzazione delle istanze dei/delle sex workers, chilometri di polemiche su un termine, sex work, che infastidisce perché in fondo dice che il lavoro sessuale è lavoro. Così hanno scelto di chiamarsi le persone che vendono servizi sessuali e così dobbiamo chiamarle noi che diciamo di avere rispetto di chi in modo autodeterminato si dichiara ‘soggetto’.

Poi ci sono quelli che sostengono di voler consentire ai/alle sex workers di pagare le tasse, gli serve che facciano cassa e però sono più orientati verso la riapertura delle case chiuse che mai sono piaciute ai lavoratori e alle lavoratrici sessuali e mai certo gli piaceranno. Che siano abolizioniste o che siano persone che vogliono relegare i/le sex workers al chiuso, lontano da occhi di persone moraliste, si tratta sempre e comunque di gente che esprime lo stesso orientamento: delegittimano i soggetti a nome dei quali dichiarano di voler decidere; li criminalizzano o comunque amano renderli funzionali ai loro progetti ideologici.

Da un lato alcune abolizioniste che considerano valida la parola dei/delle sex workers soltanto quando dichiarano di essere stat* sfruttat* e di aver subito violenze inenarrabili, dall’altro i seguaci delle case chiuse che vorrebbero le ‘prostitute’ di nuovo sfruttate alle dipendenze dello Stato. In entrambi i casi non si considera la parola di chi suggerisce altre soluzioni, di chi descrive piani che includono la capacità di impresa dei/delle sex workers e parla, a ragion veduta, con cognizione di quel che servirebbe per lottare contro la tratta, di prevenzione delle violenze. Chi progetta le leggi in nome dei/delle sex workers finisce per non consultar* mai.

A mettere un po’ d’ordine tra le varie proposte fatte dai parlamentari in materia di prostituzione, sia per quel che riguarda i disegni di legge realizzati senza consultare i/le sex workers che quelli fatti dopo colloqui e confronti con le parti in causa, potrebbero essere i 70 parlamentari che hanno presentato da poco un manifesto in cui si parla di revisione della Legge Merlin. L’annuncio di questa iniziativa ha portato il dibattito, soprattutto in rete, ai massimi livelli di scontro. Volano insulti, episodi di squadrismo evangelizzatore, certe abolizioniste che insultano sex workers e supporters chiamandole tutte, dalla prima all’ultima, ‘pappone’, ‘colluse con i criminali’, e non si riesce a ragionare su un dato certo, ovvero il fatto che la discussione su quanto si ritenga bella o brutta la prostituzione dovrebbe proseguire senza condizionare il dibattito parlamentare necessario alla approvazione di una nuova legge.

Ancora oggi si parla del fatto di concordare o meno con la posizione di chi sceglie di abortire, ma anche chi non farebbe mai quella scelta, infine, ha concluso che è necessaria una legge che soddisfi le esigenze di chi la vuole fare, perché una legge dovrebbe essere sempre laica, a garanzia e difesa di chi non vuole e a garanzia di chi invece vuole. Nessuna persona, o donna, può dire a un’altra donna, come dovrà essere la sua vita. Nessuna donna potrà dire all’altra che se non fa questo o quello è meno femminista, perché il femminismo, per dirla con Amanda Palmer, dovrebbe consentire a te a te a te di essere quello che vuoi, rispettando la tua decisione, la tua scelta, senza che mai tu possa imporre a me quello che non voglio e lo stesso vale per te.

Affinché sia restituita ai/alle sex workers la dignità di soggetti e perché siano ascoltat* da chi dice di voler promuovere leggi che parlano di loro, il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, Codacons, l’Associazione Certi Diritti, una rete di sex worker, escort, gigolò, promuove per il 30 Aprile, vigilia del 1 Maggio, festa di lavoratori e lavoratrici, inclusi quelli che operano nella vendita di servizi sessuali, una conferenza stampa che si terrà alle ore 15.00, a Roma, in Via Torre Argentine al numero 76. Più tardi, alle 22.30, a partire dai Fori Imperiali, a far sentire lontano lo slogan “Niente su di Noi senza di Noi“, si svolgerà una sfilata di ombrelli rossi, simbolo dei/delle sex workers, per ricordare perché il 1 Maggio è anche la loro festa.

Così, in un volantino, ci ricordano che: “Non ci hanno mai rispettato, mai considerato, mai supportato, ma ora che hanno bisogno di far cassa eccoli pronti a riconoscerci come categoria lavorativa pur di tassarci senza consultarci. Siamo lavoratrici e lavoratori del sesso e vogliamo poterlo essere alla luce del sole e della luna ma esigiamo rispetto dalle istituzioni e dalla società, da tutti. Prima rinchiuse nelle case chiuse, poi nel limbo del quasi illegale, spinte ai margini perché giudicate immorali e indecorose, all’aperto multate e perseguitate, in casa denunciate e arrestate, costantemente denigrate, insultate, disprezzate e stigmatizzate. E ora improvvisamente vogliono tassarci? Se una legge su di noi vogliono fare, ci devono convocare e ascoltare. Visto che non lo fanno, lo facciamo noi.“

Siate numeros*, con un solo avviso: portate un ombrello rosso.

laglasnost

Il Fatto Quotidiano
30 04 2015

Davvero, in tutta onestà, la cosa mi ha trovata spiazzata.

Non avrei mai concepito, nella mia (seppur sconfinata) immaginazione, di dover affrontare la classifica di gradimento riguardante mia figlia di sei anni. Pare che già in prima elementare i maschi stilino graduatorie di bellezza delle compagne di classe. Il cuore mi si sarebbe dovuto riempire di giubilo nell’apprendere l’alta posizione in cui svettava l’ignara concorrente di casa mia, ma dal rigonfiamento pulsante all’altezza della carotide, la madre di uno dei ‘giudici’ ha intuito che aveva sparato a vuoto.

Se è vero che ‘Ambasciator non porta pena’, ancor meno colpa hanno i bambini travestiti da adulti dai propri genitori, investiti di una forzata malizia di stampo sessuale. Al di là dell’opportunità di voler far crescere più in fretta i propri figli, è interessante notare come sia ancora ritenuta una qualità fondamentale, la bellezza della femmina. Già da bambina.

Una fotografia che combacia con il recente sondaggio fatto dalla Fondazione di Maria Shriver, A Woman’s Nation, su 881 uomini in tutto il territorio statunitense e pubblicato venerdì scorso sul Washington Post.

Interrogati su che qualità ritenessero rilevanti in una moglie, il 45% degli intervistati ha risposto la bellezza, (il 35% la dolcezza) e solo il 34% ha ritenuto l’indipendenza un aspetto apprezzabile. Si è capovolta invece la situazione quando gli interessati hanno elencato le qualità che vorrebbero vedere nella loro figlia femmina. Per l’80% è l’intelligenza l’attributo preponderante (per il 50% è la forza di carattere) e solo al 10% interessa che la figlia sia bella. A quanto pare i padri che vogliono a fianco una moglie mansueta e attraente, sperano di crescere piccole donne intelligenti e forti.

Negli ultimi decenni il ruolo della donna nella società è cambiato in modo significativo, e quattro uomini su nove, sempre nel sondaggio, ammettono che sia più duro essere uomo oggi rispetto al passato.

A una donna che riesce laddove la maggioranza fallisce, a una che realizza quello per cui moltissimi colleghi maschi hanno fallito, non viene tuttavia dispensato il biasimo di chi la vorrebbe dietro un fornello a spadellare bucatini all’amatriciana e sfornare figli.

E’ il caso di Samantha Cristoforetti, criticata qualche settimana fa sul Foglio, da Camillo Langone nella sua rubrica ‘Preghiera‘.
Nella sua dissertazione lisergica sul perché l’astronauta italiana non sarebbe un buon esempio da seguire, l’illuminato Langone catechizza le folle sul fatto che così facendo la donna starebbe troppo lontana dal proprio uomo, acuendo così la causa principale della crisi economica, ovvero il calo demografico…

Raschiando bene sulla superficie di molti riformisti dell’ultima ora, in tanti forse preferirebbero in cuor loro una trophy-wife da tenere a casa e sfoggiare con gli amici, piuttosto che una compagna colta e autonoma. E’ sicuramente un buon segnale sapere che al di là del mare ci sono padri che smantellano le idee oscurantiste dei Langone di ogni latitudine.

La strada da fare è ancora tanta.

E comincia (anche) col far capire ai genitori nostrani che al primo posto in classifica si piazza la più brava a suonare la chitarra, al secondo quella che fa le addizioni in minor tempo possibile e al terzo quella che scrive meglio in corsivo.

Questa sì che sarebbe una classifica spaziale.

Erica Vecchione

Il Fatto Quotidiano
29 04 2015

L'esercito ha tratto in salvo quasi 300 ragazze e ha distrutto tre accampamenti dei terroristi nel nordest del Paese. Durante l'operazione macabra scoperta di centinaia di cadaveri lasciati sul loro cammino dagli jihadisti.

Più informazioni su: Boko Haram, Donne, Nigeria, Rapimenti
L’esercito nigeriano ha liberato 200 ragazze e 93 donne che erano state rapite dal gruppo terroristico di Boko Haram, distruggendo tre accampamenti dei terroristi durante un’operazione destinata alla liberazione della foresta di Sambisa, nel nordest del Paese. Inizialmente si è pensato che tra le donne liberate vi fossero le studentesse rapite in aprile dello scorso anno in un liceo di Chibok - commemorate lo scorso 14 aprile con la campagna #BringBackOurGirls -, ma il portavoce dell’esercito ha smentito questa ipotesi.

Nella stessa operazione, a Damasak, località nello stato nord-orientale nigeriano di Borno, sono stati trovati centinaia di cadaveri, sotterrati in fosse comuni o lasciati nei luoghi in cui sono stati uccisi. L’atroce scoperta è stata fatta da un comitato governativo inviato dal neo-presidente, Muhammadu Buhari, per verificare la situazione nella città, conquistata mesi fa dai fondamentalisti islamici. Il 24 marzo, dopo sanguinosi combattimenti con i soldati di Niger e Ciad, Boko Haram era stato costretto a ritirarsi da Damasak, ma aveva ucciso molti uomini e portato con sé rapendole 506 persone, tra donne e bambini. La delegazione dell’inviato presidenziale è arrivata a Damasak dal Niger e lungo il tragitto – ha riferito – si è resa conto che “era stata compiuta un’atrocità su larga scala” da uomini che, costretti alla ritirata di fronte all’avanzare della coalizione africana, avevano rastrellato gli edifici della città uccidendo chiunque vi trovassero e radunando donne e bambini per farli schiavi.

I media locali riferiscono che gli inviati del presidente hanno lavorato per giorni per recuperare e seppellire i resti delle vittime. I soldati dell’Unione africana hanno comunicato che è fallito l’attacco dei jihadisti di Boko Haram- che di recente ha proclamato la sua adesione alla linea dell’Isis, ponendosi nominalmente sotto l’autorità dell’autoproclamato Califfo di Iraq e Siria, Abu Bakr al-Baghdadi, rimasto gravemente ferito in marzo in un raid Usa - all’isola Karamga, sul lago Ciad, specchio d’acqua con un perimetro di quasi 700 chilometri suddiviso tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad. I miliziani, secondo il governo di Niamey, sono stati annientati dopo una settimana di combattimenti. “Speriamo che sia davvero l’inizio della fine di Boko Haram – ha commentato monsignor Oliver Dashe Doeme, che si sta occupando degli sfollati -, combattere i terroristi è una priorità del governo Buhari e finalmente possiamo sperare nella fine di questa follia“.

 

Il Fatto Quotidiano
29 04 2015

Lo scalo spera nell'Expo e ha investito in novanta nuovi gates di imbarco, 270 banchi check-in e 41 pontili mobili. Lunedì 20 aprile, al taglio del nastro, c'era anche il ministro Delrio. Ma dopo l'addio di Alitalia i transiti passeggeri sono diminuiti di 8,5 milioni. E nei terminal di notte dormono i senza tetto

Restyling completato, Malpensa è pronta per l’Expo 2015. C’è un nuovo Terminal 1 nell’aeroporto del varesotto dopo un anno e mezzo di lavori e 30 milioni di euro di investimento serviti a rivoluzionare l’aspetto e la funzionalità dell’aerostazione grazie a un progetto architettonico firmato Gregorio Caccia Dominioni. Novanta gates di imbarco, 270 nuovi banchi check-in, 41 pontili mobili e la possibilità di accogliere contemporaneamente due Airbus A380, il cosiddetto gigante dei cieli, imbarcando passeggeri su tre pontili. Inoltre nuovi controlli di sicurezza, spostati al secondo piano del Terminal 1 con 21 postazioni operative più confortevoli e soprattutto in maggior numero così da dimezzare i tempi di attesa ai filtri di sicurezza del controllo passeggeri e bagagli.

Lunedì 20 aprile il taglio del nastro simbolico (l’aeroporto non ha mai chiuso) alla presenza del neo ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Graziano Delrio che ha definito la ristrutturata Malpensa “bella, accogliente, ben pensata e orgogliosamente italiana”. Un cambio di passo in cui crede molto il presidente di Sea Pietro Modiano, che ha parlato di “rinascita dell’aeroporto”. “Non si dovrà mai avere la sensazione che Malpensa sia un’occasione persa”, ha dichiarato Modiano. La scommessa aperta nel 1998 (data di inaugurazione di Malpensa 2000 e del nuovo Terminal 1) viene ripresa diciassette anni dopo.

Ma intanto lo scalo, candidato ad essere tra i migliori d’Europa, con Alitalia compagnia aerea di riferimento e hub carrier, è rimasto con il cerino acceso in mano, abbandonato dalla stessa Alitalia tra la fine del 2007 e il 2008 lasciando sul campo 8,5 milioni di passeggeri soltanto in transiti. Cancellati quasi tutti i voli Alitalia, a terra per sempre tutti gli aerei e i voli all cargo della ex compagnia di bandiera.

Ora Sea, la società di gestione, prova a rimettere in pista Malpensa a partire da un look accattivante e funzionale che conquisti le compagnie aeree. Nel frattempo, sono già stati convinti i grandi marchi del lusso (prima apertura in un aeroporto europeo per Armani) che hanno occupato i 13.000 metri quadrati della nuova galleria commerciale per la prima volta accessibile a tutti i passeggeri Schengen e non-Schengen. Nel bilancio 2014, il comparto retail ha prodotto nelle casse di Sea 75,6 milioni di euro (su un totale di 211,1 milioni di euro quali ricavi non aviation) e il business potrà soltanto aumentare con il rinnovamento dell’aerostazione. Ma servono i voli. “Abbiamo detto ai nostri interlocutori principali, le grandi linee aeree: noi ci crediamo e voi? Se vi mettiamo a disposizione un’infrastruttura eccellente, quanti voli ci portate in più per arrivare qui senza scali intermedi?” ha spiegato il presidente Sea. “C’è stata una prima risposta l’anno scorso con +12% di passeggeri intercontinentali”. Ora si spera in Expo quale volano anche per il futuro.

“Noi scommettiamo su Malpensa, porta di accesso per la nostra economia e per il nostro Paese che non è soltanto quello dei viadotti che crollano, degli scandali e delle corruzioni, ma anche delle sfide di oggi come quelle dei nostri nostri antenati che hanno saputo costruire grandi opere. Qui vedo un pezzo della bellezza italiana”, ha affermato il ministro Delrio nel giorno dell’inaugurazione. Presenti anche il presidente di Enac Vito Riggio, il governatore della Lombardia Roberto Maroni e il vicesindaco di Milano Ada Lucia De Cesaris.

A un terminal in vetro e acciaio si contrappone però la realtà dello stesso, identico, terminal utilizzato da parecchi senza tetto come casa in cui passare la notte, lavarsi e stare al caldo d’inverno. Sono circa un’ottantina, vivono nei sotterranei ma occupano anche gli spazi dei diversi piani dell’aerostazione dormendo sulle poltroncine e i sedili usati di giorno dai passeggeri regolari di Malpensa. Chi è senza dimora il mattino si sposta, va altrove. Ma a una certa ora della sera l’andazzo è sempre lo stesso. Il cardinale di Milano Angelo Scola, che ha visitato Malpensa prima di Natale, ha chiesto esplicitamente di trovare una soluzione per aiutare queste persone. Si tratta di italiani senza lavoro, separati che non riescono più a sbarcare il lunario e stranieri, regolari e non. E’ l’altra faccia di Malpensa che crea qualche problema di immagine in vista di Expo 2015. “Sea è disponibile, a fronte di richieste degli enti preposti, ad affrontare la situazione e metterci anche delle risorse”, rende noto il gestore aeroportuale. Ma finora nulla è accaduto e non una soluzione non è stata trovata.

Il Fatto Quotidiano
28 04 2015

L'iniziativa è nata grazie al contributo di Roma Matrix e con la partnership dell'associazione 21 luglio, del Comune e del consorzio Indaco: "Su 180mila che abitano in Italia", spiegano gli oganizzatori, "ce ne sono 130mila che vivono in case di muratura, versano le tasse, hanno un impiego regolare e si guadagnano il pane onestamente, come qualunque altra famiglia italiana”.

Susi è una barista, ha i capelli chiari legati sulla nuca, gli occhi scuri e, forse, se siete passati da Lucca vi avrà servito il caffè. Lei, come altre 130 mila persone in Italia, è una rom, paga le tasse regolarmente, abita tra le mura di una casa, e no, non vive di furti o di elemosina raccolte per strada. La sua storia è una delle 13 ritratte nella mostra “Viaggio tra rom e sinti nell’Italia che lavora”, inaugurata a Bologna il 22 aprile sotto il portico della corte Roncati, e aperta al pubblico per due settimane. Una piccola esposizione, un corridoio di immagini in un angolo nascosto della città, che però riesce ad aprire una finestra e a illuminare un intero pezzo del nostro paese. Una realtà troppo spesso schiacciata da stereotipi, inchiodata da opinioni grossolane e superficiali, e filtrata dalle immagini distorte della propaganda politica.

“La mostra – spiegano gli organizzatori – vuole scattare un’istantanea della condizione lavorativa delle comunità rom e sinti insediate in Italia. Il pensiero comune spesso associa l’universo rom all’immagine di uomini che rovistano nei cassonetti o chiedono l’elemosina per strada. Invece, su 180mila che abitano in Italia, ce ne sono 130mila che vivono in case di muratura, versano le tasse, hanno un impiego regolare e si guadagnano il pane onestamente, come qualunque altra famiglia italiana”.

L’iniziativa è nata grazie al contributo di Roma Matrix, progetto internazionale per l’inclusione di rom e sinti nell’Unione europea, e con la partnership dell’associazione 21 luglio, del Comune di Bologna e del consorzio Indaco, realtà che unisce diverse cooperative sociali. L’obiettivo è smantellare i cliché e i pregiudizi, per mostrare come la maggior parte di rom e sinti si guadagni lo stipendio onestamente, e abbia abitudini di vita identiche a quelle del resto della popolazione, italiana e straniera. Basterebbe un episodio per dimostrarlo. Alla presentazione della mostra avrebbe dovuto partecipare anche uno dei rom catturati dagli obiettivi dei fotografi. Essendo però una giornata feriale, il giovane ha dovuto rinunciare per mancanza di permesso lavorativo.

E se questo non fosse sufficiente, ci sono i numeri a parlare: solo uno su cinque dei rom e dei sinti in Italia ha dimora in un campo, in casette mobili. Un gruppo ristretto rispetto a una maggioranza che è in Italia da generazioni, vive e lavora in mezzo a noi, invisibile e mimetizzata. Anche perché spesso queste persone preferiscono non rivelare le loro origini, per evitare il rischio di essere emarginati o penalizzati nelle questioni di ogni giorno. Colpa del razzismo diffuso, che spinge anche chi riesce a riscattarsi dalla vita nei campi a tenere nell’ombra la propria identità, talvolta la propria famiglia e le proprie amicizie.

Dietro i 13 volti della mostra di Bologna ci sono storie e testimonianze, raccolte da nord a sud. Ciascuno di loro si mostra, con il proprio carico di coraggio e speranza. C’è chi, come Concetta è impegnata a sistemare uno degli abiti da lei disegnati, in un atelier di Isernia. O Gordon, sorridente davanti al suo camion. Ma poi ci sono anche Dolores, giovane videomaker di Melfi, Laura, regista di Torino, e Manuel, infermiere a Lucca. La mostra è gratuita e visitabile fino al 5 maggio, nella corte Roncati di via Sant’Isaia 90, a Bologna.

di Giulia Zaccariello

 

Il Fatto Quotidiano
24 04 2015

Aula scandalosamente deserta. Eppure l'informativa era stata chiesta da tutti i gruppi parlamentari. Costringendo la Farnesina a fare salti mortali per organizzare la comunicazione al Parlamento. "Colpa del venerdì", la giustificazione

Ad ascoltare l’informativa urgente del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni nell’Aula della Camera sulla morte di Giovanni Lo Porto, il cooperante italiano ucciso dai droni americani tra Pakistan e Afghanistan, ci sono meno di quaranta deputati: poco più del dieci per cento dell’Assemblea di Montecitorio. Eppure, quell’informativa, resa a meno di 24 ore dall’arrivo dalla tragica notizia resa nota dalla Casa Bianca, era stata reclamata da tutti i gruppi parlamentari alla Camera, costringendo la Farnesina a fare salti mortali per organizzare la comunicazione al Parlamento.

E invece stamani in Aula, oltre alla presidente Laura Boldrini, al ministro Gentiloni ed al sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova (vedere foto), erano meno di quaranta deputati, mentre affollate erano le tribune del pubblico, piene di studenti in visita ma anche di cittadini. Mentre parlava Gentiloni, per la precisione, i deputati erano 39: 16 del Pd, 3 di Pi, 7 rispettivamente di Fi e M5S, gli altri di Ncd e Sel. Troppo pochi perfino per abbozzare il classico applauso unanime che solitamente si leva dall’Aula al termine di un minuto di silenzio osservato dall’Assemblea in omaggio di una vittima.

“Colpa del venerdì. Non si vota e sono andati tutti via…”, dice un esponente del Pd guardando desolato la scena ad un collega che gli siede accanto. Il quale a sua volta scrolla le spalle.

Roberto Grazioli

Il Fatto Quotidiano
17 04 2015

Naviga in cattive acque l’Olimpiade di Rio 2016, in programma dal 5 al 21 agosto dell’anno prossimo. Migliaia di pesci morti sono infatti saliti a galla sulla superficie del lago Rodrigo de Freitas, situato a due passi dal Parco Olimpico, dove tra poco più di un anno dovrebbero tenersi le gare di canoa e canottaggio. Lo spettacolo è terrificante alla vista, l’odore nauseabondo all’olfatto.

L’assessore cittadino all’ambiente ha spiegato che la cosa è dovuta all’innalzarsi del livello del mare, che ha provocato un aumento della temperatura del lago, collegato all’Oceano su cui affaccia da un canale che permette l’ingresso dell’acqua. Ma gli abitanti della zona da tempo hanno denunciato l’inquinamento, gli scarichi abusivi e la spazzatura che stanno ammorbando le acque cittadine, compreso il lago Rodrigo de Freitas. E domenica scorsa c’è stata una manifestazione di protesta cui hanno partecipato migliaia di persone.

Il lago, infatti, è gestito in appalto da qualche anno da una compagnia privata, parte della multinazionale brasiliana Ebx, cui spetterebbe la bonifica delle acque. Ma, protestano gli abitanti, poco nulla è stato fatto. Altrettanto tragica è la situazione di Baia de Guanaraba, dove invece dovrebbero disputarsi le gare olimpiche di vela e windsurf. Settimana scorsa il quotidiano locale O Globo ha pubblicato le foto di una barca a vela che si è ribaltata dove essersi scontrata contro un ammasso di spazzatura che galleggiava nella baia. L’immondizia è ovunque: sporcizia, inquinamento, strani liquidi e carcasse di animali morti ammorbano la superfice delle acque e la spiaggia di Gloria Marina all’interno della baia. Tanto che il velista olimpico austriaco Nico Delle Karth, giunto sul posto per allenarsi, se n’è andato definendola “una fogna a cielo aperto”.

Nel prospetto olimpico la città di Rio s’impegnava a pulire l’inquinamento della Baia di Guanaraba dell’80%, ma il mese scorso l’appena insediato ministro regionale dell’ambiente ha dichiarato: “Non riusciremo mai a ripulire una percentuale così alta dell’acqua della baia, ma posso assicurare che non ci saranno problemi per gli atleti”. Il sindaco Eduardo Paes, dopo aver stimato in oltre 4 miliardi di euro i costi per ridurre anche solo del 50% l’inquinamento, poche settimane fa ha ammesso a Sport Tv che non sarà possibile farlo in tempo per le Olimpiadi, aggiungendo che anche lui non vede alcun problema per le gare. Oltre agli atleti, non sono ovviamente d’accordo gli ambientalisti e i residenti della zona, che denunciano il continuo spreco di fondi e di soldi pubblici destinati alla bonifica. La spazzatura che infesta Baia di Guanaraba e pesci venuti a galla nel lago Rodrigo de Freitas sono infatti un’immagine che vale più di mille parole. Tra i mille problemi del mega evento che Rio ospiterà il prossimo anno, non c’è però solo quello ambientale.

Ieri numerosi reparti della polizia in tenuta antisommossa hanno sgomberato con violenza uomini, donne e bambini che da una settimana occupavano un palazzo disabitato che dovrebbe essere trasformato in un hotel di lusso per i Giochi. L’edificio, di oltre venti piani, era un ex complesso residenziale rimasto disabitato dal 2012 quando è fallito l’impero del suo proprietario: l’ex industriale Eike Batista ora sotto processo per insider trading. Lo sgombero evidenzia l’altro enorme problema di una città da 12 milioni di abitanti desiderosa di farsi un make up in vista delle Olimpiadi, quello dell’abitare. Una vera e propria operazione di pulizia etnica, cominciata con la Confederations Cup del 2013 e continuata con i Mondiali del 2014 ha costretto buona parte della popolazione ad abbandonare le proprie case per l’insostenibile aumento dei prezzi. E le Olimpiadi sono l’ultima scintilla di una situazione esplosiva. “Stanno spendendo una marea di soldi per gli eventi sportivi e il lusso che li dovrà circondare – ha detto ieri Veronica Castro, che occupava l’edificio per dare un tetto ai suoi quattro bambini -, ma non investono in case, salute e educazione”.

Luca Pisapia
Twitter @ellepuntopi

Chiara Daina, Il Fatto Quotidiano
15 aprile 2015

Di conseguenza non sempre hanno la stessa efficacia nel genere femminile, più soggetto a sviluppare reazioni avverse: nella fascia di età 35-44 anni sono quasi il doppio di quelle riscontrate nei coetanei maschi. La prova è nel bugiardino: nella maggior parte dei casi non si fa cenno alla diversità biologica tra uomo e donna, si distingue solo in dosi per adulti e per bambini e al massimo si vieta l’assunzione del farmaco durante la gravidanza. Una sanità a misura di donna oggi non esiste.

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